Il saggio Exploraciones sobre existencialismo y ética: un diálogo interdisciplinario (Esplorazioni su esistenzialismo ed etica: un dialogo interdisciplinare), pubblicato da Ortega-Villaseñor e Michal Valčo, con il contributo di Katarína Valčová – a cui è affidato l’onere di chiarire al lettore con quale intento si trovino raccolti in questa silloge articoli precedentemente apparsi su rivista –, si compone di otto densi capitoli idealmente strutturati come un dialogo “a distanza” tra i due autori. Queste felice sinergia trova il proprio terreno di coltura nell’ambito del Cerisk (Central Europe Research Institute Søren Kierkegaard), centro di ricerca bicipite, sloveno-slovacco (con sedi a Lubiana e Nitra), incardinato sotto il patrocinio del Kierkegaard Circle del Trinity College di Toronto (diretto da Abrahim H. Khan, allievo di Alastair McKinnon e tra i più autorevoli e originali interpreti della filosofia del Danese a livello mondiale). L’istituto, diretto da Primož Repar – traduttore sloveno di Kierkegaard, prolifico poeta haiku ed editore delle edizioni KUD Apokalipsa –, ha saputo negli anni aggregare una eterogenea comunità di studiosi, versati nel coniugare il rigore filologico con una insopprimibile esigenza etico-politica: comprendere il presente e l’evoluzione della polis.
Da prospettive diverse e sotto molto aspetti inedite, Ortega-Villaseñor e Valčo interrogano la filosofia esistenzialista, in particolare il pensiero kierkegaardiano, cercando di coglierne il potenziale euristico per il nostro tempo, irrimediabilmente segnato da una crisi valoriale che rischia di mettere in discussione i fondamenti stessi della civile convivenza tra gli uomini. Gli autori, entrambi docenti universitari, provengono da esperienze e contesti culturali molto diversi tra loro: con trascorsi nell’industria petrolifera del proprio paese – il Messico – che ha visto smantellare e privatizzare in nome di interessi stranieri, Ortega-Villaseñor affianca all’attività di ricerca e docenza presso l’Università di Guadalajara quella di pittore, fortemente radicato nella tradizione simbolica mesoamericana; Valčo (Università di Bratislava) è un pastore luterano slovacco, che ha vissuto prima il dramma della dittatura sovietica e poi la liberalizzazione sfrenata del capitalismo post-comunista.
Nel capitolo d’apertura, dove si affronta il tema della comunicazione – snodo centrale della riflessione kierkegaardiana –, Valčo mette in evidenza come i dispositivi di controllo un tempo propri dei regimi totalitari trovino oggi un equivalente funzionale nel consumismo materialista di Hollywood, volto a suscitare desideri edonistici nella popolazione. L’individualismo utilitarista viene additato dall’autore come una minaccia per la società europea e nordamericana, responsabile di una polverizzazione dei valori e della disintegrazione della persona umana. A fronte della vulnerabilità dell’individuo contemporaneo, Valčo indica nell’ancoraggio ai valori della tradizione di provenienza l’unico possibile riparo di fronte al caos epistemologico e alla manipolazione.
Sulle considerazioni del proprio interlocutore Ortega-Villaseñor innesta, nel secondo capitolo, una riflessione sul processo creativo, vissuto dagli artisti mesoamericani pre-colombiani come un’esperienza mistica profonda. Coltivando il dialogo con se stesso, col proprio cuore, l’artista si apre alla dimensione trascendente, all’ispirazione divina, facendosi tlayoltehuiani (lett. “colui che introduce il simbolismo della divinità nella materia”). Il misticismo dell’artista náhuatl non scade mai nell’isolamento individualistico, poiché la realizzazione artistica è intesa in senso tradizionale come un ufficio liturgico vincolato a un modello sacro, performato dagli dèi in illo tempore. Per cui la massima espressione dell’individualità si unisce al massimo radicamento nel contesto culturale e religioso di appartenenza, da cui l’artista attinge la propria forza creatrice.
Nel terzo capitolo Valčo ribadisce il «carattere relazionale dell’identità umana», a partire dal celebre incipit della Malattia per la morte (1849): lo Spirito come rapporto – di elementi opposti e irriducibili: possibilità e necessità, tempo ed eternità, finito e infinito – che si rapporta a sé stesso, e, nel farlo, si rapporta all’Altro, ovvero alla potenza che lo ha posto in essere: Dio. La misura del Sé è data da ciò a cui il Sé si relaziona. Pertanto, la massima intensificazione della singolarità si attua di fronte al Paradosso del Dio-uomo. Il “singolo” kierkegaardiano si rivela così come l’in-dividuo (nel senso di “non diviso”), giacché la struttura relazionale dell’esistere non può essere negata, senza incorrere nella disperazione.
Spostando il focus sull’antropologia politica, nel quarto capitolo Ortega-Villaseñor solleva una provocatoria questione circa gli effettivi margini di libertà nell’Occidente contemporaneo. Sotto il profilo socio-economico, alla crescente sperequazione della ricchezza corrisponde uno svuotamento sostanziale delle democrazie, dove il potere decisionale pertiene a élite finanziarie che riducono la classe dirigente a mera interfaccia esecutiva. Richiamando la diagnosi svolta da Kierkegaard in Una recensione letteraria (Due epoche) (1846), l’autore evidenzia la straordinaria attualità della critica kierkegaardiana al “livellamento” sociale, oggi reso ancor più insidioso dalle dinamiche della psicopolitica e del controllo digitale.
Di taglio teologico ed ecclesiologico è il contributo sviluppato da Valčo nel quinto capitolo, dove l’autore vaglia il valore dell’esistenzialismo kierkegaardiano all’interno del cristianesimo luterano. Kierkegaard ricorda ai propri contemporanei – sedicenti cristiani – che la fede non è una dottrina nozionistica, da imparare a filastrocca, bensì un’appropriazione esistenziale e soggettiva. In aperta polemica con la pretesa di oggettività dell’idealismo hegeliano, il pensiero kierkegaardiano coltiva una theologia crucis in cui il divino si rivela sub contraria specie, ponendo l’interiorità in risonanza con il paradosso. Per scongiurare gli esiti di un antropocentrismo individualistico e profano, Valčo riafferma tuttavia la necessità di bilanciare la soggettività con la dimensione comunitaria e sacramentale dell’esperienza ecclesiale.
Dopo aver tracciato le affinità tra Kierkegaard, Paul Ricœur ed Emmanuel Levinas a partire da La ripetizione (1843), libro gemello del più noto Timore e tremore, nel sesto capitolo Ortega-Villaseñor conduce un’esplorazione dell’antropologia azteca fondata sul difrasismo rostro-corazón (“volto-cuore”). Tale fenomeno linguistico náhuatl, in cui due termini distinti si saldano per esprimere un concetto metaforico complesso, definisce l’essenza stessa della persona (p. 109). In un audace parallelismo, l’autore accosta il “volto” alla dimensione della naturalità e il “cuore” a quella della libertà. In coerenza con l’antropologia kierkegaardiana, l’unità di volto e cuore si attualizza nell’arco dell’intera esistenza attraverso una dinamica di ripresa: l’universale deve incarnarsi nel particolare in un movimento continuo di riappropriazione che si configura come una vera e propria “ripetizione” in cui ciò che è stato torna ad essere, diventando perciò stesso qualcosa di nuovo.
Nel settimo capitolo, Valčo affila la critica verso le aporie della democrazia liberale, rea di aver delegato la realizzazione della libertà e il soddisfacimento dei bisogni umani al mero automatismo del mercato. Richiamando il monito di Kierkegaard contro il conformismo – inteso come la rinuncia al Sé in cambio dell’approvazione sociale –, l’autore auspica l’integrazione del paradigma liberale con un’antropologia della relazionalità. Tale correttivo si propone di mitigare le derive del capitalismo finanziario, tracciando una terza via che consenta alla democrazia liberale di superare le opposte derive del fascismo, da una parte, e del comunismo, dall’altra.
Nell’ottavo e ultimo capitolo, Ortega-Villaseñor azzarda un suggestivo confronto tra la cristologia kierkegaardiana – improntata al paradosso e alla teologia negativa di matrice luterana – e la figura di Quetzalcoatl, divinità mesoamericana del vento, della conoscenza e della fertilità. Rappresentato come serpente piumato (sintesi di terra e cielo), Quetzalcoatl è il mitico eroe civilizzatore che portò il mais e l’agricoltura agli uomini. Se il Cristo kierkegaardiano rappresenta la kenosis del Dio celeste che si fa uomo, Quetzalcoatl figura il percorso inverso, dell’uomo che assurge alla divinizzazione. Ciononostante, entrambi i modelli condividono il ricorso a una “comunicazione indiretta”, finalizzata a risvegliare nel singolo un processo di auto-perfezionamento e di maturazione etico-spirituale.
Scorrevole e immediato, corredato da un solido apparato bibliografico e genuinamente ispirato in tutti e otto i suoi capitoli, il saggio rende testimonianza, pur nella varietà degli approcci, a una profonda comunione d’intento che si rispecchia nella coerenza strutturale del suo indice. Animato da una profonda dinamica interculturale, il volume ha il pregio di richiamare l’attenzione del lettore su quanta consapevolezza la filosofia kierkegaardiana possa apportare all’uomo di fronte alle complesse sfide – individuali e comunitarie – del presente. Non da ultimo, agli autori va riconosciuto il merito di aver proposto un accostamento – quello tra Kierkegaard e la tradizione – che riteniamo di assoluta rilevanza e, come tale, suscettibile di ulteriori approfondimenti.
(10 settembre 2026)

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