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231. Recensione a: Silvia Pierosara, Nostalgia. Una piccola etica, Mimesis, Milano-Udine 2025, pp. 202. (Enrico Palma)

Quale sentimento o disposizione esistenziale dovrebbe interpretare il pensiero rammemorante che si rivolge al passato? Qual è, per dirla con Heidegger, la Stimmung, la tonalità emotiva per rendere il già stato qualcosa di utile e fecondo per la vita futura, la cui possibilità di benessere e di felicità sta soprattutto nella progettazione sensata di ciò che ha ancora da venire? Può esserci una riflessione in grado di disciplinare il rapporto che si ha con la storia, sia individuale sia collettiva, in modo da non rimanere invischiati in essa? È possibile vivere senza che il passato diventi una maledizione ma una forza consapevole capace di riattivare il desiderio e di istituire una tensione che nutre in positivo la vita? Sono queste alcune delle domande che il libro di Silvia Pierosara cerca di porre e alle quali tenta di dare una risposta, tutte comunque messe in strettissima relazione da un fil rouge, da un’unica categoria concettuale che le sussuma sotto di sé e dia loro un senso complessivo. E l’autrice la individua nella nostalgia.
Essa viene descritta comunemente come il dolore per le cose lontane, unito a una qualche indecidibile dolcezza per il fatto di aver comunque vissuto, e dunque di avere in memoria, gli oggetti su cui si estende questa sorta di “rammarico riflessivo”. È una sensazione che pervade il lettore, lo trascina dal presente a un passato forse nemmeno più corrispondente a ciò che si ricorda, e tuttavia trasceso e purificato dalla distanza temporale che innalza il già stato a una purezza incomparabile rispetto all’attualità, simulacro di un’esistenza piena di cui quella dell’adesso è solo una copia sbiadita. Oppure, come intesa anche dalla tradizione epica e odeporica, è il celeberrimo “dolore per il ritorno”, per la mancanza di un luogo natio e che era casa, dal quale però si è lontani e che si cerca con ogni sforzo di riottenere. Ed è, soprattutto nel modo in cui fu tematizzata nel Romanticismo, l’aspirazione all’infinito, la Sehnsucht, quello struggimento che finisce per distruggere il soggetto, colui che la prova, il quale ha comunque un contatto con l’assoluto, considerato come quella dimensione in cui il finito può trovare la propria possibilità di infinitezza.
L’idea di nostalgia approfondita da Pierosara, per altro con una grande varietà di temi e di riferimenti, «si configura come sentimento, tonalità emotiva intesa come atmosfera in cui il sentire è immerso e di cui assume la postura; una tonalità ambivalente, dolceamara, anche se spesso a prevalere è il disagio, se non un vero e proprio dolore, anche fisico, per un’esperienza di assenza che sfugge a ogni presa: assenza che può essere dovuta a una perdita, a un allontanamento, a un abbandono» (pp. 7-8). Uno dei volti possibili con cui poter intendere la nostalgia, tra gli altri, è infatti quello del nulla. Provarla significa confrontarsi e “farsi essere” da qualcosa che non è più, che sopravvive da qualche parte dentro il sé nella forma di memoria e ricordi, ma che nonostante ciò è qualcosa perché condiziona, spesso in modo grave e intrappolante, il presente vissuto e la progettazione del futuro. Sempre sulla scorta di Heidegger, la nostalgia è «uno stato d’animo che è sguardo sul mondo, filtro attraverso cui si fa esperienza nel mondo e del mondo, condizione da cui non si può uscire ma che determina il posizionamento umano rispetto al mondo, agli altri, alla storia» (p. 9). È per questa ragione che la nostalgia diventa un oggetto di imprescindibile riflessione filosofica, qualcosa della vita e nella vita che la condiziona in maniera determinante, sia dal punto di vista del singolo sia da quello sociale, storico e collettivo. È un modo d’essere dell’esistenza nel mondo, sul quale la vita pensata deve concentrarsi per non farsene sopraffare.
Nella sua dimensione antropologica, che il libro affronta con acutezza e sulla quale qui mi concentrerò maggiormente, la nostalgia tocca il vuoto, l’esperienza anzi del farsi vuoto rispetto a un pieno, l’esperienza cioè del vivere il nulla quando prima c’era l’essere. Un nulla che ha molti nomi: il naufragare di un progetto di vita, la perdita di una persona cara, un abbandono improvviso e lancinante, un’ingiustizia subita. È qui, allora, che l’analisi teoretica incrocia, e deve incrociare, come giustamente sostenuto dall’autrice, anche la riflessione etica, di un’etica che, dopo aver colto le ragioni del suo presentarsi, possa occuparsi anche delle modalità di gestire la nostalgia.
Significa, quindi, approntare una riflessione sull’accettazione, giusta anche qui la magistrale lezione heideggeriana, della finitudine dell’umano, il suo orizzonte di senso e di esistenza, di cui la nostalgia è una delle manifestazioni più chiare e se vogliamo anche più ovvie. Un pensiero etico sulla nostalgia dovrebbe argomentare le ragioni per le quali è necessario accettare la finitudine in riferimento a tutti i contegni dell’esistere, che è impossibile l’idea di un possesso totale, di scelte che non comportano sacrifici, di un controllo onnicomprensivo e che non si presta all’irruzione dell’imprevedibile. Da ciò, secondo l’autrice, segue che «la nostalgia segnala il dolore che deriva da un possesso impossibile e non auspicabile, ma che costituisce una tentazione per l’umano, e segnala il dolore per un’individuazione che limita e anticipa la morte» (p. 11). La nostalgia sarebbe dunque una delle manifestazioni dell’essenza della vita, o meglio del suo statuto, caratterizzato ancora una volta dalla finitudine e dal limite. Ecco perché il tentativo di pensiero di Pierosara in questo libro può essere inteso come la concettualizzazione di modi, pratiche e atteggiamenti con cui orientare qualcosa di comunque inestirpabile, perché possa essere nutriente per la vita e non certamente un danno. La nostalgia sarebbe anche il sintomo di una mancanza strutturale che anzitutto dovrebbe suggerire una via regia per la comprensione dell’umano e del suo essere, e successivamente una configurazione etica dell’agire che coinvolge l’io, il noi e il mondo.
La nostalgia riguarda il modo in cui l’umano si “volta indietro” e intende il passato, come egli comprende il proprio “essere di mancanza”, reagisce all’assenza sostanziale o provocata, si rapporta ai cambiamenti e alle relazioni con gli altri, abita la natura e la storia anche nei suoi cambiamenti tecnici e sociali, scardina un sussistente doloroso e da non dare per acquisito una volta per tutte in vista di una riconfigurazione radicale del futuro, vera dimensione del tempo e dell’esistenza nella quale si può ancora presumere di agire. La nostalgia va accettata anche in quanto tonalità naturale dell’umano, il quale prima ancora di poter subire la perdita del tempo e di ciò che gli è caro è lui stesso, in prima persona, tale perdita ontologica fattasi carne, durata ed esperienza dolorosa in cui tuttavia rintracciare e impegnarsi in vista di una felicità possibile. È anche per questo che una distorsione della nostalgia può assumere tratti angosciosi o, più precisamente, «inquietanti», quando per l’appunto si dimentica «la finitezza, terreno e orizzonte delle relazioni umane» (p. 18).
Su questa scia, l’autrice individua una possibile funzionalizzazione della nostalgia nell’ottica di un’etica collettiva, di un incontro con il noi in una “finitudine incontrata”, nella riscoperta costante dell’alterità in quanto orizzonte di riappropriazione, non però come un possesso ma una dimensione altra da rispettare all’insegna della categoria del “comune”, che fa sopportare il peso quotidiano e spesso incancellabile della perdita, della ferita mai rimarginabile per intero, lontano per di più dal grave errore di dover sostituire o peggio riempire a ogni costo. «Vivere portando la ferita significa assumere uno sguardo filosoficamente – e, prima ancora, esistenzialmente – nostalgico, ovvero cercare la pienezza all’interno di un’esperienza in cui pienezza non significa completezza, ma possibilità di felicità. Nostalgia significa allora consapevolezza, sofferta e sofferente, di non poter essere tutto contemporaneamente, di non poter vivere tutte le vite, di non poter tornare sulle scelte che ci hanno determinato. Parafrasando Hegel e alcuni suoi commentatori, nostalgia allora dirà di un “dolore del determinato”, piuttosto che di un “dolore dell’indeterminato”, di una coabitazione con la mancanza senza disperazione, e avrà la forza di voltare lo sguardo dal passato al futuro, un futuro che non mimi il passato, ma che accetti la sua eredità ospitandolo trasformato e al riparo dall’oblio» (pp. 18-19).
Tra le diverse “identità” della nostalgia, sono due a essere centrali nel discorso di Pierosara e interessanti di per sé: la nostalgia critica e quella costruttiva. In generale, come individuato dalla riflessione antica e da quella romantica, in particolare da Novalis, Herder e Fichte, sui quali l’autrice si sofferma con profitto, la nostalgia è nonostante tutto una forma del desiderio, benché rivolta all’indietro e spesso fuorviata dall’errore morale di rimanere agganciati alle spoglie passate di un’oggettualità perduta. È allora un desiderio da riattivare e a cui dare una direzione, affinché risospinga la vita ferita verso una nuova prospettiva di senso. Non la contemplazione di ceneri, per dirla con Mahler, bensì lo sguardo consapevole e attivo rivolto alla fiamma viva di un futuro in cui possono ancora sprigionarsi occasioni di felicità e di pienezza. Per tale motivazione, Pierosara afferma: «La nostalgia è un lamento nei confronti di una dimensione inafferrabile e non può servire al ripiegamento su di sé; piuttosto, essa deve servire a orientare quel dolore verso un futuro che si attende, si immagina, si considera inevitabilmente mescolato in un passato che intanto ha cambiato forma» (pp. 33-34). Sicché la nostalgia definita “critica” «utilizza l’energia dolorosa che scaturisce dall’irrecuperabilità del passato per orientarsi verso l’accettazione del mutamento e la trasformazione del transitorio da un elemento disfunzionale a tratto costitutivo dell’esperienza umana» (p. 34), in modo da raggiungere la «presa di coscienza di non potere essere tutte le opzioni possibili: è la presa di coscienza di non potere essere tutto, che al rimpianto sostituisce l’accettazione e la trasforma in responsabilità per chi e ciò che resta» (p. 35).
Parallelamente, si pone l’altra forma della nostalgia, quella “costruttiva”, che si affianca e forse potenzia quella critica. Essa non si lascia andare a una vana contemplazione delle macerie di un passato visto come idilliaco anche per il semplice fatto di essere indisponibile, o se ne fa soggiogare nella forte tentazione del compiacimento della vittima e della resa. Essa invece impara, ricolloca il desiderio dalla ferita e dalla perdita verso nuove possibilità di senso, «si rassegna all’impossibile possesso e guarda oltre le determinazioni oggettuali per confluire nella corrente del desiderio, un desiderio tanto più prezioso quanto più indica la pienezza di una relazione vivente e cangiante, e non il consumo di un oggetto che ha perduto ogni capacità di “risuonare” con l’altro» (p. 130). La nostalgia costruttiva non può salvare o far sì che il male accaduto non sia avvenuto, come ben sapeva il Benjamin giustamente convocato dall’autrice nella sua trattazione, nella convinzione che se non si può guarire o cancellare un passato, si può tuttavia farsene carico, ascoltarne il grido, sostenerne lo sguardo pieno di dolore, se «ne può avere cura» (p. 131).
Il compito teoretico ed etico della nostalgia potrebbe consistere tutto nel concetto di trasformazione: trasformare cioè la ferita e la perdita, da cui l’umano non può prescindere, in chance di salvezza, che non può compiersi nel passato ma solo a partire da esso, in un amore filosofico verso il desiderio e ciò che il vissuto avrà insegnato. È vero che certi dolori, assenze, perdoni non ricevuti, ingiustizie, rimorsi rimarranno per sempre tali, ma «al dolore dell’assenza allora può subentrare il desiderio di mantenere misteriosa quell’assenza» (p. 58), anche nel senso contro-intuitivo e paradossale di accettare l’inspiegabile e l’incompreso, così da rendere sostenibile un’etica dell’alone “misterioso” su un passato che all’atteggiamento tipicamente razionale causa un perenne cortocircuito ermeneutico. La nostalgia diviene un modo in cui ripensare il futuro, la quale, infine, «non inchioda al passato ma apre sempre di nuovo a una seconda possibilità, che non è altro che il volto umano di ogni redenzione» (p. 187).

(21 settembre 2026)

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