Il recente volume di Enrico Palma, Il sogno del Sud. Sulla vita meridiana, è un libro che bisogna cominciare a leggere a partire dalla copertina. Essa riprende infatti il noto dipinto di Vincent Van Gogh La méridienne (o La siesta). In questa immagine ci sono infatti alcuni degli elementi essenziali che caratterizzano la riflessione tentata dall’autore che è stato capace di trasformare la potenza simbolica della cosa nella forza teoretica del pensiero. Al libro si possono attribuire due caratteristiche sostanziali, le stesse che Palma fa sue a partire dalla lezione heideggeriana, e cioè l’allegoria e il simbolo: «allegoria come quella capacità ontologicamente basale all’opera d’arte di rimandare ad altro, di voler dire, parlare, significare un differente; simbolo come raccogliere, mettere insieme, nel senso che l’opera è in grado di riunire ciò che altrimenti sarebbe stato sparso e frammentario» (pp. 94-95). Ciò che tale opera riunisce con i colori, Palma lo riunisce con le parole. Il risultato è un libro che, come chiarisce l’autore, non va pensato come un lavoro di estetica, o almeno non è soltanto questo, bensì come una concettualizzazione «metafisica della vita meridiana», capace «di sondare, attraverso alcune vite e opere di filosofi e artisti, le motivazioni teoretiche che possono giustificare e rendere legittima un’esistenza vissuta al Sud» (p. 13). Non si tratta di una giustificazione del Sud in quanto fenomeno estetico, in qualche modo sulla scorta di Nietzsche, ma di un tentativo più profondo di «comprensione delle cose e della vita più forte del degrado, delle illusioni e degli abbandoni» (p. 14).
Numi tutelari di questo libro, insieme a Quasimodo che introduce il lettore alla tonalità dell’opera e al suo significato, sono principalmente Vincent Van Gogh, Martin Heidegger e Piero Guccione. La luce che le opere selezionate da Palma nel suo lavoro riverberano, quale che sia la loro forma, è quella meridionale; ciò che l’esperienza esistenziale, filosofica e artistica degli autori scelti mostra è un modus vivendi anch’esso meridionale. Un modus che va al di là delle inevitabili contraddizioni e brutture di una terra che alle volte sembra proprio senza redenzione. I luoghi del Sud, che sia la Provenza vangoghiana o la Sicilia di Guccione, sono spesso pensati e vissuti come spazi poveri, degradati, abbandonati dagli stessi abitanti che vi risiedevano, con i dolori e le rotture che queste partenze comportano. Questi sono però anche i luoghi della Lichtung. Secondo Palma, infatti, gli esempi esistenziali e artistici di Van Gogh e Guccione e, pur se in modo diverso, la vita di campagna che Heidegger tanto amava, schiudono un’esperienza più autentica. Per questi maestri del pensiero, e forse anche per l’autore del libro, il Sud è più precipuamente il luogo in cui l’Essere si rivela, «il luogo del mondo in cui la Cosa, l’Essere, si mostra nella sua verità più alta e metafisica» (p. 69), il luogo nei confronti del quale anche l’io sente la propria appartenenza, ritrova la sua patria. Una patria teoretica, s’intende. Essa rappresenta qualcosa di più del posto natìo e assume tutto il significato di una Heimat. Di una casa metafisica nella quale un io non più povero di mondo – quale quello che ha «smarri[to] la natura» e «[vive] nella menzogna, sprofonda[ndo] nella dolorosa inautenticità» (p. 64) – ritrova la propria essenza, il proprio fondamento, l’invisibile che regge il visibile dei giorni e si mantiene vicino a tale Essere, abbracciando in questo modo la physis dell’Intero e quindi anche la propria di natura, quella microcosmica segnata dal limite, dal dolore e dalla fatica la quale riesce tuttavia a trovare in questi tre elementi – pure difficili da sostenere – qualcosa che sia giusto e che vada bene.
Sono queste due delle espressioni con le quali Van Gogh scrive al fratello a proposito de I mangiatori di patate (p. 67). Protagonisti sono dei contadini – gli stessi che si riposano sotto il sole cocente dei campi nella copertina del libro – della cui vita frugale (restituita in questa lettera attraverso gli odori) il pittore olandese riconosce la giustezza e la bontà, condizioni quest’ultime – e cioè che le cose vadano bene e siano giuste, vale a dire così come devono essere, riconoscibili – perché ci si senta a casa, in «una casa che sia patria» (p. 11).
Il significato che questa parola assume nel vocabolario di Palma è davvero intimo e, a volersi ripetere, buono e giusto, poiché in esso – quale che sia l’esperienza di vita e la qualifica di ciascuno di noi – ci si ritrova. La “patria” è infatti il «fondamento da assegnare alla propria esistenza, dal lavoro che radica nell’impegno mondano a una relazione amorosa che trattiene la vita nel calore della presenza e del suo voler durare ancora» (p. 11); «la patria è lo spirito dell’incontro, […] nella convivenza di ricordi e pace sia interiore che esteriore. Con una sola espressione, è la più compiuta e perfetta appercezione del sacro nell’esistenza», di più, con il suo consueto lirismo misurato, l’autore scrive: «La patria è il sacro come apertura amorevole delle cose nel mondo» (pp. 51-52). Anche per questo è un luogo teoretico oltre che esistenziale, poiché ciò che si schiude non è estraneo ma condivide un’intimità, una co-appartenenza che fa restare l’esistenza umana. Che la fa restare e basta, nonostante la fatica dei giorni e la tirannia del tempo.
Tale intimità con l’Essere, tale familiarità con la luce è ciò che ha reso l’opera d’arte di Van Gogh un capolavoro, non per gli oggetti ritratti – per l’appunto quotidiani, mondani, come fa notare giustamente Palma – ma per il sacro che la sua pittura emana in un’essenza che non si riduce né ai colori né alla luce ma va, gestalticamente forse, al di là delle sue parti. Questo surplus non è soltanto dell’opera rispetto ai singoli oggetti ma dell’opera rispetto alla vita medesima che tenta di restituire attraverso una mediazione che non è basata «sul nesso causa-effetto, volendo dire con ciò una certa vita, in virtù del suo carattere e della sua natura», si tratta invece di «una questione di risalita, di comprensione ex post: l’opera che illumina la vita, la sua storia, il suo dolore, tanto le laceranti contraddizioni quanto le gioie più grandi» (p. 33).
Se nella pittura di Van Gogh il contadino è sicuramente un personaggio d’elezione, nei mari di Piero Guccione il pennello intinge davvero il colore metafisico, la pura luce priva delle ombre che i corpi creano e sono. Secondo Palma, la cifra che veramente colpisce della pittura dello sciclitano è proprio la quiete, uno stato che è possibile soltanto a quella parte di materia che è insensibile al dolore e alla quale l’umano è in grado di partecipare soltanto nell’istante estatico della fruizione, nella contemplazione schopenhaueriana dell’opera d’arte che è capace di mettere a tacere per pochi attimi il brusio della Volontà. Guccione è stato capace «di andare oltre se stesso e di connettersi profondamente con ciò che non muta, con la materia dentro la quale non si sa che cosa siano il dolore, l’affanno, l’angoscia, in generale il sentimento del limite» (p. 143). Con la materia della quale si è comunque parte e nella quale bisogna provare a trattenersi, dedicandosi al lavoro e alla presenza dell’altro, «per non smarrirsi e rimanere in sé» (p. 48), resistendo al ventre materno del Sud/Essere dal quale gli abitanti ««sono stati resi tristi, poveri, infelici» (p. 13). Resistendo per mezzo della conoscenza, dell’arte, di una vita saputa e già soltanto per questo redenta e partecipe della luce divina.
Il modus vivendi di una vita meridiana oltrepassa tale tristezza, povertà e infelicità e la ricomprende nel disegno divino della natura e nella sua sacralità. Palma intravede in questa disposizione la forma e il significato dell’essere religiosi: «per poter percepire la bellezza della natura come qualcosa di intrinseco, inestricabile all’essenza più recondita delle cose» (p. 37).
Accanto a Van Gogh, a Guccione, a Heidegger si potrebbe ritrovare un altro esempio di vita meridiana nella figura di Friedrich Nietzsche che incarna il senso di questa esistenza proprio nelle sue settimane messinesi. Una vita che si afferma, capace di ritrovare la sua salute più autentica e vera, vale a dire filosofica. In una lettera dell’8 aprile 1882 a Heinrich Köselitz Nietzsche scrive: «Ebbene, sono giunto ai miei “confini del mondo”, dove, secondo Omero, albergherebbe la felicità. A dire il vero non mi sono mai sentito tanto di buon umore come la settimana scorsa»; in un’altra – dello stesso giorno – all’amico Overbeck si sente tutta la bontà della scelta messinese: «visto che le ultime estati trascorse in montagna hanno tanto nuociuto alla mia salute, e che l’avvicinarsi alle nuvole è sempre stato legato a un peggioramento delle mie condizioni, non mi resta che provare l’effetto di un’estate al mare. È stato difficile scegliere la città; alla fine con un colpo di testa sono venuto a Messina, direttamente, come unico passeggero, e comincio a pensare di avere avuto più fortuna che giudizio in questa decisione – giacché questa Messina sembra fatta apposta per me» (F. Nietzsche, Epistolario 1880-1884, Adelphi, Milano 2004, pp. 179-180). Una scelta certo condizionata da ragioni di salute ma nella quale, come gli Idilli di Messina lasciano intuire, è possibile vedere la pienezza di una vita vissuta a Sud, il ricongiungimento con il proprio destino in un afflato amoroso, di un amor dei intellectualis, preludio a una scienza che possa essere gaia, tra il mare e il sole dell’Essere.
Andando proprio al di là del degrado, delle illusioni e degli abbandoni dalle quali l’autore ha preso le distanze all’inizio, Palma restituisce al lettore un’immagine – è il caso di dire – più autentica dell’esistenza al Sud, persino più gentile, nonostante tutto. Un libro che permette agli abbandonati della dedica iniziale di ritrovare ciò che resta.
(18 febbraio 2026)

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