In un contesto che vede e non di rado promuove, consciamente o meno, l’iperspecializzazione disciplinare, allontanando sempre più i non addetti ai lavori, introduzioni e testi di divulgazione diventano sempre più strumenti indispensabili per sanare la frattura tra l’accademia ed il mondo che la circonda. Dunque, se un’introduzione ben fatta già di per sé sarebbe degna di plauso, ancora di più lo è un testo che propone al proprio pubblico due possibili letture: la prima è una guida per dissolvere la distanza tra sé ed il tema; la seconda è un posizionamento teorico forte, che orienti efficacemente il lettore dandogli strumenti nuovi per riflettere su tutti quegli ambiti di presunta ovvietà da cui possono proliferare pregiudizi ed entusiasmi. Nella storia del pensiero filosofico occidentale, Kant è divenuto il volto di questa crociata eminentemente illuministica contro la banalità delle pigrizie della ragione. Il libro di Paola Rumore, Le ragioni di Kant, non solo dà spazio a questa grande lezione kantiana, ma si propone anche d’essere quel tipo di testo che mira ad educare il proprio pubblico affinché possa mettere in riga le proprie tendenze intellettuali più basse. Cosa ancora più importante, il libro di Rumore riesce nei propri intenti.
Il libro prende le mosse ricostruendo in modo articolato la genesi e il significato della filosofia kantiana, presentandola come una vera e propria rivoluzione nel modo di pensare, nata da un’esigenza storica e insieme eminentemente umana. Rumore insiste innanzitutto sul contesto biografico e culturale di Kant, sottolineando come Königsberg, città di scambi e contaminazioni, abbia concesso e favorito in lui un atteggiamento di apertura mentale, condizioni necessarie affinché possa nascere l’idea di una filosofia che non si chiude nella specializzazione accademica, ma che mira a formare “cittadini del mondo”. A questo fine, una delle tesi centrali è la critica radicale di Kant alla Schulphilosophie, cioè alla filosofia ridotta a sapere libresco, dogmatico e ripetitivo, meccanica, spiritualmente arida e sterile. Rumore evidenzia come Kant si opponga a un insegnamento che trasmette sistemi già confezionati, siano essi aristotelici, cartesiani o wolffiani, senza educare al Selbstdenken. In questo senso, imparare la filosofia non equivale a imparare a filosofare, non nella misura in cui il primo produce una conoscenza meramente storica, fondata sull’autorità di terribili e venerabili maestri, mentre il secondo implica l’esercizio diretto della ragione. Questo rifiuto confluisce nel cuore illuministico kantiano, sintetizzato nel celebre motto Sapere aude! di matrice oraziana. Rumore enfatizza come per Kant il pensare da sé non sia solo un diritto, ma un dovere morale: sottrarsi ad esso significa confinarsi scientemente in uno stato di minorità autoimposta.
In questa prospettiva si inserisce la distinzione tra filosofia di scuola e filosofia in senso cosmico o cosmopolitico. La prima è affare dei “mandarini” accademici, la seconda riguarda i fini essenziali dell’umanità e parla a ogni essere razionale. Rumore mostra come Kant recuperi il dibattito settecentesco sulla Bestimmung des Menschen, reinterpretandolo però in chiave critica: la filosofia non promette un compimento garantito da presupposti teologici, ma un cammino di progressiva emancipazione morale fondato sull’uso autonomo della ragione. Il fulcro teorico di questo progetto è la filosofia critica, intesa come autoesame della ragione stessa. Da qui prende forma la celebre “rivoluzione copernicana”: come Copernico aveva rovesciato il rapporto tra osservatore e astri, così Kant rovescia il rapporto tra soggetto e oggetto. Rumore, nel solco delle sue decennali ricerche sul tema, sottolinea che questa svolta ricomprende insieme i limiti e le possibilità della ragione, soprattutto in metafisica, ambito in cui la ragione è come, usando un’immagine kantiana, l’innamorato non corrisposto, ovvero vi tende, attratto, inesorabilmente, ma esponendosi anche a tutti gli errori di cui essa si fa madre.
Rumore è risoluta nel ricostruire il significato profondo del progetto critico kantiano come risposta polemica e sistematica alla crisi della fondatezza del sapere moderno. Contro le accuse di superficialità e decadenza rivolte alla cultura del suo tempo, Kant rivendica la solidità delle scienze che poggiano su basi rigorose, come la matematica e la fisica, sottolineando come esse non solo conservino la loro consistenza, ma la rafforzino nell’età moderna. Dunque, il vero problema non è il progresso delle scienze, bensì la mancanza di una riflessione filosofica capace di chiarirne le condizioni di possibilità ed è proprio questo il compito della Kritik der reinen Vernunft: stabilire che cosa renda una conoscenza scientifica, oggettiva e necessaria, distinguendo il sapere autentico dalle mere opinioni. L’autrice insiste sul carattere metodologico dell’impresa kantiana, che non mira ad ampliare direttamente il contenuto delle conoscenze, ma a indagare la facoltà che le rende possibili, giacché la critica della ragione non è un rifiuto della razionalità, bensì il suo risveglio dal celebre “sonno dogmatico”, cioè dall’uso inconsapevole e incontrollato delle sue pretese metafisiche. In questo senso, la ragione è chiamata a sottoporsi a un tribunale interno, giudicando se stessa secondo leggi che essa stessa deve riconoscere come vincolanti e tale movimento segna una cesura rispetto alla metafisica tradizionale. Infatti, le scienze progrediscono in modo sicuro perché delimitano il proprio ambito e il proprio metodo, mentre la metafisica è rimasta invischiata in dispute interminabili proprio perché non ha mai chiarito l’estensione legittima dei concetti puri dell’intelletto e da qui sorge l’esigenza di una “scienza della scienza” e di una critica che renda possibile alla metafisica di diventare finalmente una scienza rigorosa, mostrandone definitivamente i limiti.
Rumore è molto attenta a sottolineare come Kant, nonostante Moses Mendelssohn l’avesse appellato come der Alleszermalmer, non intenda distruggere la metafisica, ma rifondarla su basi nuove. In questo quadro, il concetto di confine assume una valenza positiva, poiché protegge la ragione dalle illusioni che nascono quando oltrepassa l’ambito dell’esperienza possibile. Il “cammino sicuro della scienza” non consiste nell’accumulazione indiscriminata di conoscenze, ma nell’acquisizione di un metodo che renda la ragione consapevole delle proprie capacità e dei propri limiti ed è in questo senso che la critica rappresenta il vero compimento dell’Aufklärung.
Non è un caso che l’autrice dedichi diverse belle pagine alla celebre metafora kantiana dell’oceano della metafisica. Kant descrive il territorio dell’intelletto puro come un’isola solida e delimitata, circondata da un oceano instabile e ingannevole in cui la ragione, se abbandonata a se stessa, rischia di perdersi inseguendo illusioni metafisiche. Rumore insiste risolutamente sul fatto che questa immagine non vada letta come un semplice rifiuto della metafisica, bensì come una riformulazione critica del suo statuto: la metafisica non viene abolita, ma sottoposta a una rigorosa delimitazione delle sue pretese conoscitive. Kant riconosce che la ragione umana è strutturalmente portata a oltrepassare i limiti dell’esperienza, poiché è animata da un bisogno inalienabile, un’esigenza di totalità e di fondazione ultima che non può essere completamente soddisfatta sul piano empirico, e ciononostante, proprio questa tensione interna genera le illusioni trascendentali, le quali non sono semplici errori contingenti, bensì effetti sistematici del funzionamento della ragione stessa. In altri termini, Rumore richiama la lezione di Pietro Chiodi e ricorda come la parvenza non sia un accidente eliminabile, ma una componente intrinseca della razionalità umana.
Ne segue la decisiva distinzione tra uso legittimo ed illegittimo della ragione. Kant non invita a rinunciare alla navigazione nell’oceano metafisico, nemmeno potrebbe farlo in virtù di quel bisogno proprio della ragione stessa, ma a intraprenderla con piena consapevolezza dei suoi rischi e dei suoi limiti. La critica non serve a distruggere la metafisica, bensì a trasformarla in una scienza dei confini della ragione, capace di orientare l’attività conoscitiva senza cadere nel dogmatismo. Rumore evidenzia come questa funzione regolativa delle idee della ragione consenta a Kant di riconoscere un ruolo positivo alla metafisica, pur negandole valore costitutivo. In questo contesto, viene messa in rilievo anche la posta in gioco storica della posizione kantiana: la metafora dell’oceano è letta come una risposta polemica tanto al cosiddetto dogmatismo di matrice wolffiana, quanto allo scetticismo empirista proveniente d’oltremanica, entrambi incapaci di rendere conto adeguatamente del funzionamento effettivo della ragione. Kant adotta un atteggiamento di mediazione, riconoscendo la legittimità delle aspirazioni metafisiche senza concedere loro una pretesa di conoscenza oggettiva. Rumore conclude queste sue pagine su come l’immagine dell’oceano metafisico abbia anche una valenza etica e pratica, nella misura in cui la consapevolezza dei limiti della ragione non conduce al nichilismo, ma a una forma più matura di razionalità, capace di esercitare l’autocritica e di orientarsi responsabilmente nello spazio del sapere ed è in questo senso che la critica kantiana appare come un’educazione della ragione, la quale impara a distinguere tra ciò che può conoscere naturalmente e ciò che può solo liberamente pensare, evitando di cadere vittima di suggestioni entusiastiche.
Una tensione perenne in Kant, quella tra la natura e la libertà, tra come le cose sono ed il soggetto che sente d’esserne parte ad un tempo, signore ad un altro. È risaputa la constatazione kantiana secondo cui l’essere umano abita contemporaneamente due domini distinti: quello fenomenico, governato dalla causalità necessaria dell’intelletto, e quello noumenico, retto dalla causalità libera della ragione. Il problema filosofico centrale risiede nel fatto che, sebbene questi due mondi siano separati da un “immenso abisso”, l’effetto della libertà deve pur realizzarsi nel mondo sensibile, rendendo necessaria una transizione tra il modo di pensare i principi della natura e quelli della libertà. La soluzione kantiana consiste in una costituzione teleologica della ragione, nella misura in cui l’uomo non può fare a meno di cercare un senso e uno scopo ultimo nella totalità dell’esistente e proprio nell’essere umano si realizza lo “scopo ultimo della natura”. Nella misura in cui la destinazione morale avvenga sul piano intelligibile del regno dei fini, il suo compimento deve necessariamente manifestarsi nel mondo empirico attraverso la cultura e la società. Rumore enfatizza come la cultura rappresenti il mezzo attraverso cui l’uomo piega la natura alle proprie finalità, sviluppando le attitudini necessarie per agire come un essere eminentemente libero entro i confini di un ordine civile condiviso e razionale.
Su questo tema, Rumore solleva una critica fondamentale sulla natura della “ragione” in Kant, nella misura in cui, pur riconoscendo la modernità del filosofo nel superare una concezione meramente computazionale della ragione per abbracciare una dimensione psicologica di più ampio respiro, non si può non sottolineare come tale modello resti profondamente eurocentrico. L’autrice argomenta che l’universalismo kantiano, pur essendo una fonte di idee universali generate a priori, è ancora ritagliato sulla civiltà occidentale del suo tempo e non sembra rispondere pienamente alla pluralità di forme di ragione ormai parti integranti della nostra contemporaneità. La ragione, sostiene Rumore, possiede una natura “profondamente storica” e intreccia strutture difficilmente commensurabili tra loro, sicché, pur ribadendo l’indiscutibile modernità di Kant, non si può non concludere che la pretesa kantiana di universalismo appare oggi un limite obsoleto. Ciononostante, l’eredità kantiana rimane un ponte tra l’ideale illuminista di una ragione uguale per ogni singola anima e la necessità contemporanea di confrontarsi con la frammentarietà e la storicità delle tante ed altre credenze umane.
Alla fine di questo percorso, il libro di Rumore riesce nella sua duplice impresa: introdurre e guidare dentro una selva, quella kantiana, che con lei perde tanti dei suoi rovi; fornire strumenti nuovi per relazionarsi con il mondo che circonda il lettore. In un certo qual senso, la Kritik der reinen Vernunft potrebbe essere vista come un romanzo di formazione: dai contenuti della semplice esperienza alle peripezie della ragione attraverso quell’oceano dal quale non può che essere attratta, ritrovandovi all’interno non solo sé, ma anche, se non soprattutto, i propri irrinunciabili desideri. Rumore, come il bravo nocchiere kantiano, riesce a restituire questo percorso al lettore, evitando le secche scolastiche a favore di rotte tanto coraggiose quanto variegate ed intellettualmente ricche. Scritto in maniera sempre limpida e chiara, arricchito da una conoscenza approfondita dei testi commentati in tutte le loro sfaccettature e dal dialogo, talvolta tacito, con i più recenti frutti della Aufklärungsforschung, Le ragioni di Kant è un eccellente esempio di come si possa coniugare l’esigenza di una introduzione, l’interpretazione del corpus donatoci da un filosofo e l’indagine su cosa possa significare ancora oggi rivolgersi ad un autore di questa caratura.
(5 febbraio 2026)

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