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224. Recensione a: Byung-Chul Han, Infocrazia. Le nostre vite manipolate dalla rete, trad. it. di F. Buongiorno, Einaudi, Torino 2023, pp. 88. (Eleonora Fanella)

«Il regime dell’informazione […] declassa gli esseri umani a bestie da dati e consumo» (p. 3). Con queste parole Byung-Chul Han introduce alla lettura di Infocrazia. Le nostre vite manipolate dalla rete, una fenomenologia dell’informazione che ritrae una società della trasparenza, in cui l’individuo, a partire da un bisogno interiore, produce la propria identità come oggetto di consumo. L’inevitabile coinvolgimento della sfera politica è definito a partire dal termine che fa da titolo a questo testo: Infocrazia. Il regime dell’informazione è interpretato dal filosofo sudcoreano come deriva tecnocratica e superamento del regime della verità. Il breve saggio presenta numerosi rimandi a diverse tradizioni filosofiche utili ad Han per presentare tematiche già affrontate dettagliatamente ma che necessitano di una revisione. Così fin dal primo capitolo Foucault, poi Habermas, Benjamin, Arendt fanno da sfondo a una disamina critica che li attualizza in un contesto sociopolitico profondamente mutato.
Il filosofo sudcoreano, in un volume di appena una settantina di pagine, muove una lucida denuncia a una società che non è più quella dei detenuti nel panopticon, neppure quella dei telespettatori passivi, ma quella dei trasmettitori attivi. Che direzione prende la democrazia all’interno di una società digitalizzata? Han ricalca i punti di questa traiettoria, realizza il tracciato di una società trasparente e defatticizzata in cui i media digitali diffondono la cosiddetta infodemia. In che termini si può ancora parlare di libertà? Cosa ne è del discorso e dell’ascolto? Nell’era dei big data la verità non è più garantita, la narrativa è stata soppiantata da spazzatura informativa e perciò la nozione di democrazia perde di significato. I dataisti sostengono che la società debba procedere interamente senza politica e che si debba lasciare il posto all’infocrazia come post-democrazia digitale: «La politica verrà dissolta da un sistema manageriale basato sui dati» (p. 46).
Nel primo capitolo Han introduce la nozione di regime dell’informazione, ponendola in relazione dialettica con quella di regime disciplinare: se la genealogia foucaultiana indagava lo sfruttamento dei corpi e delle energie nel regime disciplinare, la critica di Han è volta al capitalismo dell’informazione come forma di dominio che declassa gli esseri umani a bestie da dati e consumo. L’interesse del nuovo dominio infocratico non è il corpo, bensì la psiche; in questo senso, Han distingue la psicopolitica dalla biopolitica foucaultiana. Gli ambienti isolati e chiusi del panopticon disciplinare, continua Han, si disgregano in spazi aperti, in cui il soggetto, a partire da una necessità interiore, produce sé stesso. Lo smartphone, nel regime della visibilità, rappresenta uno strumento informatore di sottomissione in cui sorveglianza e libertà coincidono. La società dell’informazione si traduce, perciò, in società della trasparenza in cui l’analogia tra social media e luoghi di culto si realizza in quella che Han definisce un’eucaristia digitale. Il totalitarismo informatico ha potere sui soggetti realizzandone i profili comportamentali, eppure Han osserva che è privo di una qualunque forma di ideologia: il regime dell’informazione aspira a un sapere totale, non più attraverso la narrazione ideologica – come in gran parte dei regimi totalitari – ma per mezzo di un’operazione algoritmica totalizzante. Per concludere il capitolo, Han traduce l’inconscio ottico benjaminiano nell’inconscio digitale: «La sua psicopolitica basata sui dati s’insinua nel nostro comportamento senza che ci accorgiamo di questa intromissione» (p. 13).
Il secondo capitolo individua nel libro e nel discorso il fondamento del pensiero illuminista e il momento decisivo per la nascita della democrazia. Questo ideale sembra però incrinato: Han sostiene che il pubblico di lettori sia stato sostituito da un pubblico di telespettatori passivi, plasmati dai mass media, in particolare dalla televisione. Oggi, nel regime dell’informazione, continua Han, è avvenuta una nuova alterazione e il nuovo medium di sottomissione è lo smartphone. Più in particolare, con i media digitali il comportamento razionale cesserebbe di esistere e verrebbe sostituito dal comportamento intelligente e dalla comunicazione affettiva. Così Han individua nel marketing psicopolitico l’indebolimento del processo democratico. Il capitolo arricchisce la tesi introducendo la nozione di social bot, esempio eclatante di manipolazione dell’ambiente elettorale.
Il terzo capitolo solleva una critica all’immagine idealizzata propria della «democrazia della presenza», dal momento che gli sciami digitali sarebbero collettivi privi di responsabilità. Le informazioni, osserva Han, non passano per lo spazio pubblico, le communities digitali sarebbero merci incapaci di azione politica. Il testo prende in prestito da Arendt il concetto di «prassi discorsiva» nella misura in cui si rende partecipe la presenza dell’altro. Han individua nel regime dell’informazione una crisi dell’agire comunicativo nei termini in cui l’altro è in sparizione. Ed è proprio in questo contesto che Han colloca il decadimento del «mondo della vita» teorizzato da Habermas: il rifiuto del dialogo permette alle tribù digitali di tribalizzare la rete in vista di una ricerca identitaria: «Al posto del discorso troviamo una guerra dell’identità. La società perde così l’elemento comunitario, anzi ogni senso civico. Non prestiamo più ascolto reciproco. L’ascolto è un atto politico in quanto unisce gli esseri umani in una comunità e li abilita al discorso […]. La democrazia è una comunità di ascoltatori. La comunicazione digitale […] annienta la politica dell’ascolto» (p. 38).
La cultura dataista è illustrata nel quarto capitolo, e ne rappresenta il nucleo centrale, nella misura in cui individua nel dato informatico il fine ultimo della nuova prospettiva conoscitiva. L’agire comunicativo illustrato da Habermas e da Arendt sarebbe reso obsoleto dal regime dell’informazione; di conseguenza, i dataisti riconoscono nell’Intelligenza Artificiale una migliore predisposizione all’ascolto. Han, tuttavia, contesta questa posizione osservando che l’Intelligenza Artificiale si serve di algoritmi che calcolano, elaborano informazioni e sostituiscono l’apprendimento discorsivo con il Machine Learning. I dataisti ritengono, inoltre, che l’apparato politico sia diventato superfluo e che i politici verranno, un giorno, sostituiti da informatici. Lo stesso Rousseau è definito da Han come il primo dataista, giacché riteneva la volontà generale una grandezza matematica e il discorso un fattore di disturbo: «Quel mare, sul cui orlo il volto sprofonda nella sabbia, è ora un oceano infinito di dati. L’essere umano si dissolve in una misera serie di dati» (p. 50).
Il quinto e ultimo capitolo, intitolato La crisi della verità, introduce il «nuovo nichilismo» come fenomeno del XXI secolo e sintomo della società dell’informazione. La distinzione tra verità e menzogna sarebbe stata compromessa: «Le fake news non sono menzogne: esse attaccano la fatticità stessa» (p. 55). Han riprende il concetto di bullshitter di Harry Frankfurt applicandolo a Donald Trump. Il bullshitter non è colui che pecca di mancata conoscenza dei fatti, bensì colui che è totalmente indifferente alla verità. Arendt, infatti, descrive Hitler non come un bugiardo qualunque, dal momento che le sue bugie nella loro enormità e complessità produrrebbero una nuova realtà. Han si sofferma sull’osservazione di Arendt e vi rileva dei rimandi alla distopia di Orwell: «L’enormità della menzogna la trasforma in verità» (p. 58). Il Ministero della Verità ne è la rappresentazione più coerente. Proprio in questa precisazione Han individua l’elemento di discontinuità con le fake news trumpiane, giacché mancano di continuità e coerenza narrativa.
In conclusione, Han rimanda alla parresia – il parlar vero – come presupposto per la democrazia. Oggi la parresia sarebbe degenerata nella libertà di tutti di dire qualunque cosa: «L’epoca della verità è chiaramente finita. Il regime dell’informazione sta soppiantando il regime della verità» (p. 68). Infocrazia è, quindi, un saggio di critica diagnostica che in un numero esiguo di pagine ritrae con lucidità le diverse implicazioni dovute a un nuovo, imminente e temibile divenire. Il primo modo per resistere a questa deriva è comprenderne le strutture più profonde. Han, tuttavia, nei diversi capitoli, rivela una grande sfiducia nella possibilità di recuperare ciò che è stato perso: «La verità si disintegra in polvere di informazioni, spazzata via dal vento digitale. Sarà stato un breve episodio» (p. 68).

(24 luglio 2026)

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