Il tema del Sé è una delle grandi questioni affrontate dalla filosofia. Alla sua base ci sono quesiti fondamentali: cosa contribuisce allo sviluppo dell’identità? Che legame sussiste tra soggetto e mondo esterno? Come deve essere pensata la relazione con l’alterità? Nel corso dei secoli, tale tema ha assunto varie sfumature che hanno condotto a studi multi- e interdisciplinari, coinvolgendo l’antropologia, le neuroscienze, la politica e la sociologia. Con l’avvento del digitale, la questione della soggettività si è ulteriormente evoluta: la realtà virtuale, l’Internet of Things, l’intelligenza artificiale ecc. rimettono in discussione il ruolo dell’essere umano in un mondo che ormai non si limita più agli aspetti fisico-materiali. L’ultimo libro di Vittorio Gallese affronta tutti questi argomenti attraverso un percorso che trova la sua base nella dimensione corporea, «che non è semplice mezzo, bensì un centro attivo di esperienza e significazione. Come suggerisce la tradizione fenomenologica, a partire da Merleau-Ponty, il corpo è il veicolo dell’essere al mondo» (p. 43).
Lo studio di Gallese parte da un fatto di natura antropologica: la storia dell’umanità è sempre stata caratterizzata dall’intreccio tra essere umano e tecnologia e, in questa interconnessione, il primo – mediante la produzione simbolica – ha continuamente ricreato la realtà in cui si trovava, dando vita a quelli che l’autore definisce “mondi paralleli”; se è vero che, come scrive Aristotele nella Politica, l’uomo è zoon politikon echon ton logon, è altrettanto vero che egli è anche animale finzionale. Questa attività produttiva non nasce da un mero esercizio intellettuale: ogni creazione è sempre frutto di un soggetto che esperisce un mondo e stabilisce un legame con la propria opera. Facendo riferimento al testo Paleoestetica. Alle origini della cultura visuale, scritto da Michele Cometa, Gallese sottolinea che «la comparsa dell’immagine pittorica, scultorea, incisa, segna una svolta fondamentale nella storia dell’umanità. Non si tratta solo di decorazione, né di semplice riproduzione del mondo visibile, ma di un atto cognitivo e affettivo che istituisce una nuova relazione tra il corpo, lo spazio e l’alterità» (p. 31).
Tutto ciò evidenzia un aspetto chiave del nostro assetto biologico: è impossibile scindere l’aspetto cognitivo da quello corporeo. Tuttavia, nelle neuroscienze contemporanee domina un paradigma “craniocentrico”, che separa totalmente la mente dall’esperienza. Numerose tecniche – come la risonanza magnetica funzionale (fMRI), l’elettroencefalografia (EEG), la magnetoencefalografia (MEG), la tomografia a emissione di positroni (PET), la stimolazione magnetica transcranica (TMS) e le registrazioni intracraniche dell’EEG e di singoli neuroni – sembrano confermare tale paradigma. In realtà, l’autore spiega che queste sono analisi indirette, «che misura[no] variazioni emodinamiche e non l’attività neuronale in senso stretto» (p. 42). Da qui la proposta di un nuovo paradigma che sia in grado di superare il dualismo appena descritto e di promuovere un autentico dialogo tra neuroscienze e scienze umane; un paradigma che vada nella direzione di una scienza della mente incarnata. Date queste premesse, per Gallese è lecito affermare che «il Sé corporeo è il punto di emersione da cui nascono la soggettività, l’intersoggettività e l’esperienza del mondo; affonda le sue radici nell’esperienza incarnata dell’esistere come un Sé in un corpo. […] La percezione di noi stessi come esseri incarnati non è solo un dato immediato della coscienza, ma emerge da un complesso intreccio di processi sensoriali, motori, affettivi e cognitivi» (pp. 63-64).
Se, come detto in precedenza, l’emergenza del Sé corporeo dipende anche dal rapporto che l’umano intrattiene con la tecnica, la discussione del Sé digitale richiede l’analisi di questo rapporto in modo ancora più accurato. La tecnica deve cessare di essere considerata in senso strumentale: essa è – riprendendo gli studi di Marshall McLuhan – un medium che trasforma continuamente la nostra percezione del mondo. Il punto di vista più proficuo da adottare è quello estetico. Qui, il termine deve essere inteso nella sua duplice accezione: da un lato affonda le sue radici nel lemma greco aisthesis, che indica la percezione sensibile; dall’altro rimanda alla disciplina filosofica nata nel XVIII secolo che ha riflettuto sull’arte e sul bello in generale. Guardando agli attuali meccanismi della rivoluzione digitale, il mondo in cui viviamo è a tutti gli effetti un mondo estetico (in entrambe le accezioni): la tecnologia è il terreno dove si sviluppano sia le dinamiche politiche sia quelle sociali. Il digitale è un dispositivo come delineato da Michel Foucault e, successivamente, da Giorgio Agamben.
Ed è proprio su questo punto che si inserisce la tesi di Gallese: secondo il neuroscienziato è possibile opporre resistenza a tutti questi processi che stanno automatizzando e spettacolarizzando le nostre esistenze. Nel volume si presenta la proposta di un’ontofenomenologia incarnata, «una concezione della realtà non come struttura logica o descrizione astratta, ma come campo emergente di relazioni vissute, percepite e agite. […] L’ontologia è, in primo luogo, un’esperienza estetica nel senso più profondo del termine: un modo di sentire il mondo prima ancora di rappresentarlo» (pp. 85-86). Questa visione consente all’autore di attuare due operazioni fondamentali: innanzitutto, evitare le derive assolutistiche legate alla concezione classica dell’ontologia e, in secondo luogo, evidenziare il valore dell’esperienza estetica nell’ambito politico e in quello sociale. Poiché l’ontofenomenologia incarnata nasce da contesti relazionali, essa non è mai neutra, ma si presenta come ontologia critica; e, in questo spazio critico, si può riscoprire l’autentico valore della sensibilità e dell’arte.
Questi due elementi, inoltre, permettono di rileggere e di collegare tre concetti essenziali: il corpo, l’alterità e la tecnica. Degli ottimi esempi sono l’installazione digitale Graft and Ash for a Three Monitor Workstation dell’artista afroamericana Sondra Perry e la mostra olfattiva e immersiva In Love with the World di Anicka Yi. In queste opere il corpo diventa matrice di nuovi mondi possibili, che rimettono in relazione soggetti e oggetti apparentemente inconciliabili tra loro grazie a un uso inedito della tecnologia. Così considerata, l’arte diventa veicolo di conoscenza e paradigma etico, ponendosi come alternativa sia alla filosofia sia alla scienza. L’estetica radicale descritta nel libro implica proprio la riflessione critica sulle politiche digitali tramite l’analisi delle forme dell’agire umano nel mondo.
Ne L’uomo senza qualità Robert Musil ricorda che la possibilità è una sospensione attiva della realtà data, posizione che l’autore austriaco aveva già abbozzato alcuni anni prima ne L’uomo matematico. Questo testo segue la medesima strada: grazie allo sguardo estetico è possibile inserirsi nelle pieghe della realtà e aprire nuove possibilità per costruire un futuro più sostenibile all’interno dell’ambiente tecnologico in cui siamo immersi. L’opera non coinvolge interrogativi metafisici quali “Che cos’è il reale?” o “Qual è il fondamento dell’esistenza?”, bensì ridà valore a quello spazio originario di relazione e di creatività che è il nostro corpo. Uno spazio che, anche nell’era digitale, rimane il pilastro di una fenomenologia generativa, capace «di restituire alla sensibilità il suo spazio politico, alla carne il suo diritto di contare, e al possibile […] il suo valore ontologico. Tutto il resto è ancora da fare, e da sentire» (p. 248).
Pur non presentando, per ammissione dello stesso autore, tesi innovative, Gallese si inserisce ottimamente in una tradizione di studi che vede nell’estetica uno strumento pedagogico. Tale tradizione – che parte da Plotino, passa per Friedrich Schiller e giunge a John Dewey – può rivelarsi particolarmente significativa in un’epoca dominata da immagini digitali, corpi virtuali e interazioni con algoritmi. Mettendo in dialogo antropologia, arte, filosofia e neuroscienze, l’autore offre una riflessione capace di sottrarre il dibattito sul digitale tanto agli entusiasmi tecnocratici quanto ai facili catastrofismi, restituendo centralità all’esperienza incarnata come luogo originario di relazione, di immaginazione e di critica. In questo senso, il Sé digitale si configura come un contributo significativo non solo per comprendere le trasformazioni contemporanee della soggettività, ma anche per ripensare, attraverso l’estetica, le possibilità di una convivenza più consapevole nell’orizzonte tecnologico del presente.
(6 luglio 2026)

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