martedì , 13 Gennaio 2026
Ultime notizie

209. Recensione a: Donatella Di Cesare, Tecnofascismo, Einaudi, Torino 2025, pp. 160. (Francesco Di Marco)

Con Tecnofascismo, Donatella Di Cesare prosegue il suo lavoro di scavo teorico all’interno del lessico politico e filosofico del presente, ponendo una domanda radicale e non eludibile: in quale regime politico siamo entrati? Come lo possiamo chiamare e come si caratterizza? L’autrice individua nel tecnofascismo il nome che meglio descrive la deriva politica del nostro tempo. Se già nei suoi precedenti lavori (cfr. in particolare Democrazia e anarchia, Einaudi, Torino 2024) l’autrice aveva mostrato come la politica contemporanea si inscriva nello spazio dell’immunizzazione e della paura, qui la riflessione si concentra sull’emergere di una configurazione inedita che, pur evitando le semplificazioni analogiche con i totalitarismi novecenteschi, ne riprende il nucleo violento in una forma aggiornata alla grammatica del XXI secolo. Il tecnofascismo non è un ritorno del fascismo, ma un paradigma politico nuovo, interno alla democrazia e tuttavia a essa estraneo, che si attua, da una parte, attraverso la progressiva sostituzione della partecipazione e della deliberazione politica con la gestione tecnica della politica che si riduce in ultima analisi a governance. Dall’altra, il potere normalizza esclusioni e gerarchie. Il sangue e il suolo, come spettri del passato, ritornano a essere i principi di appartenenza e di selezione, generando un nuovo ordine etnocratico che si presenta come naturale e necessario. Di Cesare costruisce una mappa dell’oggi in cui pensare diventa un atto di resistenza: non un esercizio descrittivo, ma un gesto critico capace di smascherare le nuove forme del dominio. Tecnofascismo è dunque un libro necessario, perché tenta di dare nome alla nuova deriva totalitaria che investe le democrazie attuali, di leggere la nostra epoca senza indulgere né all’apologia del progresso né alla nostalgia del passato, ma interroga il presente restituendo alla filosofia il suo compito critico, quello di dire ciò che gli altri linguaggi non riescono più a dire. L’intero volume, scandito in quattordici capitoli, delinea così la geografia di un presente in cui la democrazia, lungi dall’essere abolita, viene interiormente svuotata e resa compatibile con logiche di esclusione, selezione e controllo.
Nel primo capitolo, intitolato «Tecnofascismo», omonimo dell’intero volume, Di Cesare individua l’emergere di una nuova forma di totalitarismo che si afferma con accelerazione crescente a partire dagli eventi traumatici della pandemia e delle tensioni geopolitiche contemporanee. Tale configurazione non si presenta più nei tratti novecenteschi del fascismo storico, né come ritorno nostalgico del passato, ma come paradigma inedito che si innesta all’interno delle democrazie, svuotandole progressivamente dall’interno. L’autrice mostra come i codici concettuali ereditati (sovranismo, populismo, neofascismo, postfascismo) risultino insufficienti a cogliere la novità del fenomeno, che richiede una nuova nominazione. Il tecnofascismo nasce infatti dall’ibridazione tra due tendenze apparentemente distinte ma sinergiche: da un lato, la spinta tecnocratica che riduce la politica a governance amministrativa, subordinandola alla razionalità economica e alla perizia dei tecnici; dall’altro, l’impulso etnocratico che restringe il demos a un ethnos. Questa convergenza produce un nuovo ordine totalitario che si alimenta tanto della gestione impersonale delle élite globali quanto del risentimento identitario che reclama sangue, suolo e confini. La deriva tecnofascista assume un volto paradigmatico nel trumpismo, che incarna l’intreccio tra leadership carismatica e immunitarismo etnico: in esso la democrazia si trasforma in processo di purificazione del corpo sociale. In tale quadro, la democrazia, non essendo un regime stabile ma una forma aperta e fragile, rischia di essere svuotata e trasformata in un simulacro: il popolo viene privato di potere, sostituito da esperti e amministratori, mentre l’etnocrazia costruisce un falso senso di appartenenza fondato su legami di consanguineità. La categoria di tecnofascismo permette così di interpretare un processo che unisce la potenza anonima delle multinazionali, delle industrie militari e della finanza globale con la retorica familistica e patriottica delle nuove destre, le quali si legittimano attraverso la promessa di sicurezza e protezione contro figure nemiche: migranti, stranieri, “superflui”.
Il secondo capitolo, «Il tempo senza futuro», analizza l’esperienza temporale propria del tecnofascismo, segnata dalla perdita sia dell’orizzonte dell’eternità sia di una proiezione verso il futuro. Di Cesare mostra come il nostro tempo sia dominato da una “cattiva eternità” che, lungi dall’aprire alla trascendenza, imprigiona nel presente asfittico di un’attesa angosciosa, sospesa tra catastrofismo e impotenza. L’immaginario apocalittico contemporaneo non alimenta più speranze di riscatto, ma sancisce l’impossibilità di un mondo altro. Il futuro si privatizza, diventa spazio di successo individuale e fallimento, generando frustrazione, competizione e violenza. Nella temporalità tecnofascista, l’assenza di un avvenire comune erode i legami generazionali e dissolve il senso della storia, consegnando l’esistenza a un eterno presente senza progetto né memoria, dove il tempo è governato da ansia, accelerazione e paura della fine.
Nel terzo capitolo, intitolato «L’arma della sicurezza», Di Cesare mostra come la paura diventi il dispositivo centrale attraverso cui il tecnofascismo governa i corpi e gli spazi pubblici. La sicurezza, presentata come bene supremo, legittima un crescendo di controllo, sorveglianza e segregazione, trasformando l’altro, soprattutto il migrante, in potenziale minaccia da espellere o neutralizzare. La paura, mediatizzata e politicamente orchestrata, si converte in terrore diffuso, alimentando uno stato d’eccezione permanente. In tal modo, la richiesta di protezione conduce alla rinuncia della libertà e alla costruzione di un ordine gerarchico fondato sull’insinuarsi capillare dell’insicurezza come strumento di dominio.
Il quarto capitolo, «Sonnambulismo sovrano», indaga l’evaporazione della politica ridotta a governance amministrativa e la conseguente trasformazione del soggetto moderno in un individuo anestetizzato, sospeso in una condizione di sonno vigile che oscilla tra consumismo, apatia e paura. Di Cesare descrive questo sonnambulismo come la cifra di una sovranità svuotata, in cui il cittadino, privato della dimensione etica e partecipativa della polis, scivola nell’indifferenza verso l’altro, percepito come peso o minaccia. La crisi dell’etica pubblica e della democrazia partecipativa genera un soggetto autoreferenziale, centrato sulla propria sopravvivenza, incapace di responsabilità verso il mondo comune. In questo scenario, l’annientamento dell’altro diviene condizione implicita di autoconservazione, segnando una deriva che prepara il terreno all’ordine tecnofascista.
Nel quinto capitolo, «Libertà irresponsabile», Di Cesare affronta la deriva della libertà moderna ridotta a prerogativa individualistica sganciata da ogni legame etico e relazionale. La libertà, invocata persino durante la pandemia come puro arbitrio contro ogni vincolo, diventa una forma di sovranità privata che ignora l’altro e si fonda sull’indifferenza. Tale concezione, radicata nel liberalismo proprietario e nel mito dell’autonomia del soggetto, genera una libertà che non risponde e non si espone, ma si difende come possesso. Di fronte a questa torsione, l’autrice propone una riconfigurazione della libertà a partire dalla responsabilità verso l’altro, in una prospettiva che richiama Levinas: essere liberi significa anzitutto rispondere. La libertà autentica nasce quindi dalla vulnerabilità condivisa e dalla responsabilità che precede l’io, aprendo la possibilità di una comunità fondata non sul sovranismo dell’individuo ma su un orizzonte comune.
Il sesto capitolo, intitolato «Espertocrazia o il potere dei tecnici», analizza l’ascesa dell’esperto come nuova figura di legittimazione politica nel tecnofascismo, in cui la competenza tecnica viene elevata a principio sovrano a scapito della partecipazione democratica. Di Cesare mostra come la pandemia abbia accelerato questo fenomeno, trasformando la scienza in garante dell’azione politica e spostando il potere decisionale verso virologi, epidemiologi, economisti, i cui pareri diventano normativi. La politica abdica alla deliberazione pubblica per rifugiarsi nell’autorità dell’evidenza scientifica, generando una “epistemocrazia” che deresponsabilizza i cittadini, ridotti a destinatari passivi delle prescrizioni. Tuttavia, l’autrice denuncia il rischio di una tecnocrazia che, facendo dell’esperto un oracolo infallibile, annulla il confronto critico e subordina la giustizia e il bene comune alla razionalità calcolante. La scienza, quando isolata dal giudizio politico, non è più strumento di emancipazione ma apparato di governo, con l’effetto di ridurre la libertà al rispetto di competenze indiscusse. Di Cesare invita così a distinguere tra sapere e potere, riaffermando la necessità di una politica capace di interlocuzione con la scienza senza esserne succube.
Nel settimo capitolo, intitolato «Vittime. Tra innocenza e risentimento», Di Cesare ricostruisce la genealogia della vittima nell’immaginario politico occidentale: dalla figura muta e sacrificale, marginale allo spazio pubblico, alla vittima protagonista che, tra Novecento e contemporaneità (dall’umanitarismo internazionale ai diritti civili), diventa credenziale morale e titolo d’accesso alla sfera politica. La svolta è segnata dalla Shoah: l’incommensurabilità del torto e la centralità della testimonianza istituiscono la vittima come misura dell’ingiustizia, chiamando lo Stato a protezione, risarcimento e garanzia. Ma questa centralità è ambivalente: la vittima funge insieme da scudo e da passaporto simbolico, fino a generare vittimismi competitivi sul piano politico. Di Cesare isola due derive: l’innocenza autoassolutoria, che deresponsabilizza e fissa i soggetti nel ruolo di offesi, e il risentimento, che trasforma la ferita in capitale politico, alimenta moralismi punitivi e sguardi complottisti, paralizzando l’azione comune. Nel paradigma tecnofascista, questa politica del vittimismo diventa dispositivo di governo: giustifica securitizzazione e gerarchie mentre disinnesca il conflitto democratico e l’elaborazione politica del torto. L’antidoto, suggerisce l’autrice, non è negare la vittima ma sottrarla alla cattiva dialettica innocenza/risentimento, restituendo la ferita alla scena del “noi” (responsabilità, coabitazione, giustizia condivisa) contro l’uso strumentale e divisivo del dolore.
L’ottavo capitolo, «Il razzismo nel XXI secolo», indaga le metamorfosi del razzismo contemporaneo, che non si presenta più nei termini biologici novecenteschi ma assume forme culturali e identitarie. Di Cesare mostra come il cosiddetto “neorazzismo” operi negando l’esistenza delle razze pur perpetuando discriminazioni basate su appartenenza culturale, etnica o nazionale, spesso legittimate dal linguaggio della difesa della comunità e dell’autenticità. Il sangue e il suolo, categorie arcaiche del razzismo moderno, riaffiorano sotto nuove narrazioni sovraniste, che fondono nazionalismo, etnocrazia e paura dello straniero. Il neorazzismo si presenta così come razzismo senza razze, fluido, insinuante, compatibile con la democrazia e alimentato dall’insicurezza sociale e dalla retorica della sostituzione etnica. Esso prolifera nel linguaggio dell’odio, nell’hate speech mediatico e digitale, nelle forme aggressive di esclusione che colpiscono migranti e gruppi vulnerabili. Di Cesare mette in guardia contro l’illusione che il razzismo sia un fenomeno marginale, sottolineando invece la sua piena integrazione nei dispositivi del tecnofascismo, dove la paura e l’alterità diventano strumenti di controllo politico.
Nel nono capitolo, intitolato «L’odio antimusulmano», Di Cesare analizza l’emergere dell’islamofobia come uno dei motori centrali del tecnofascismo contemporaneo. In un clima segnato da necropolitiche di frontiera e slogan come Remigration, l’odio verso i migranti, in particolare di fede musulmana, viene alimentato dalle nuove destre europee, che legano artificiosamente immigrazione e terrorismo. Questo razzismo non si fonda più sulla razza, ma si traveste da conflitto culturale e religioso, trasformando l’Islam in un blocco monolitico e minaccioso. L’autrice mostra come l’immaginario islamofobo riattivi vecchi stereotipi coloniali e si nutra del mito cospirazionista della grande sostituzione, secondo cui l’Occidente sarebbe destinato a essere rimpiazzato da masse musulmane. Tale ideologia legittima discriminazioni, esclusioni e forme di violenza giustificate come autodifesa identitaria. In questa prospettiva, l’odio antimusulmano diventa un dispositivo politico che unisce paura e sovranismo, fornendo al tecnofascismo un nemico esterno contro cui costruire un’identità etnoculturale chiusa.
Il decimo capitolo, «Immigrati», analizza la figura dell’immigrato come nodo cruciale del paradigma tecnofascista, in cui la migrazione, lungi dall’essere un semplice fenomeno demografico, diventa terreno di scontro politico e dispositivo di esclusione. Di Cesare mostra come l’immigrato, percepito come estraneo che irrompe senza essere stato chiamato, venga progressivamente trasformato in nemico potenziale, sospeso in una condizione di precarietà, tra visibilità e invisibilità. La distinzione tra migrante economico, rifugiato e clandestino si rivela artificiale e funzionale alla selezione biopolitica, che giustifica il respingimento e la criminalizzazione della mobilità. L’immigrato è accusato di usurpare un posto non suo, di sottrarre risorse e di turbare l’ordine pubblico. L’etichetta di clandestino sancisce un’esistenza negata, costretta alla marginalità e alla vita in fuga, dove l’illegalità diventa condizione imposta e non scelta. Anche le retoriche dell’integrazione e dell’assimilazione risultano ambigue: lungi dal riconoscere l’altro, mirano a neutralizzarlo, chiedendogli di annullare le differenze per essere tollerato. In questo quadro, l’immigrazione viene depoliticizzata e ridotta a problema tecnico-morale, affidato al binomio selezione/accoglienza caritatevole. Di Cesare denuncia l’impianto necropolitico che regola i confini, dove la vita del migrante è valutata secondo criteri di utilità economica e appartenenza etnica. Il capitolo evidenzia così come l’odio antimusulmano si intrecci con una più ampia gestione del migrante come figura liminare e sacrificabile, laboratorio privilegiato del tecnofascismo.
Nell’undicesimo capitolo, intitolato «Sciovinismo del benessere», Di Cesare analizza la saldatura tra sovranismo, protezione economica e difesa identitaria, mostrando come la democrazia occidentale si trasformi in un regime che tutela il benessere dei cittadini autoctoni escludendo gli altri. L’emergere di nuove disuguaglianze globali e la crisi dello Stato-nazione alimentano la costruzione di muri simbolici e reali, fondati sull’idea che il welfare e le risorse siano proprietà esclusiva di una comunità chiusa. Il cittadino, così inteso, diventa colui merita protezione, mentre lo straniero, soprattutto il migrante povero, è visto come minaccia economica e morale. Lo sciovinismo del benessere legittima così la selezione etnica ed economica, trasformando l’accesso ai diritti in privilegio. L’etnocrazia neoliberale giustifica l’esclusione in nome della produttività, convertendo l’immigrato in forza-lavoro sfruttabile e sostituibile. In questa logica, la democrazia si arresta ai confini: i diritti umani si applicano solo ai membri della nazione, mentre agli altri è riservato un regime di precarietà e subordinazione. Di Cesare denuncia l’ambiguità di un ordine che si proclama universale ma che invece difende il proprio benessere attraverso politiche di respingimento e gerarchie identitarie, dove la cittadinanza diventa nuovo strumento di esclusione.
Il dodicesimo capitolo, «Democrazia immunitaria», approfondisce la trasformazione della democrazia contemporanea in un dispositivo di esclusione fondato sulla logica dell’immunizzazione. Di Cesare mostra come la paura dell’altro, percepito come potenziale minaccia biologica, economica o culturale, generi una richiesta crescente di protezione che svuota la democrazia del suo nucleo partecipativo, trasformandola in una fortezza chiusa. L’ideale democratico dell’inclusione viene sostituito da un paradigma che distingue tra corpi immuni e corpi sacrificabili, legittimando pratiche di selezione e separazione. In tale modello, la cittadinanza diventa privilegio immunitario, un diritto di appartenenza che consente di essere protetti e al riparo, mentre gli esclusi sono confinati in una condizione di precarietà permanente. La democrazia si piega così a una razionalità securitaria che mira a garantire l’ordine interno mediante il controllo e la neutralizzazione dell’alterità. L’ossessione per i confini si intreccia con l’ansia sanitaria e sociale, facendo della frontiera un cordone immunitario che respinge e isola. Di Cesare denuncia il carattere necropolitico di questa deriva: proteggere i “salvabili” implica abbandonare gli altri a un destino di invisibilità e morte simbolica. L’autrice invita a ripensare la democrazia oltre la logica dell’immunità, verso un modello di coabitazione che accetti il rischio dell’altro come condizione di una comunità aperta e realmente politica.
Nel tredicesimo capitolo, intitolato «Pulizie etniche», Di Cesare affronta il ritorno inquietante delle pratiche di espulsione, omogeneizzazione e annientamento identitario come dispositivi del tecnofascismo globale. Lungi dall’essere un retaggio del Novecento, la pulizia etnica inaugura il XXI secolo sotto forme variabili, dalla segregazione selettiva alla deportazione fino allo sterminio, con l’obiettivo di costruire un corpo politico puro, liberato dall’impurità dell’altro. Il paradigma etnico-sovranista, fondato sul mito del sangue e del suolo, alimenta un processo di deumanizzazione progressiva: l’altro è percepito come contaminante da rimuovere in nome della sicurezza identitaria e dell’immunizzazione comunitaria. Di Cesare mostra come le pulizie etniche si inseriscano in un continuum che parte dall’isolamento, passa per la stigmatizzazione e giunge all’eliminazione, sostenute da una logica biopolitica che trasforma il territorio in uno spazio da bonificare. L’autrice analizza in particolare il caso israeliano e la sua deriva etnocratica, dove il ritorno del trauma e la paura dell’annientamento alimentano una politica di separazione, apartheid e conflitto permanente. Le derive genocidarie si presentano così come rischio costante delle democrazie immunitarie, che negano la coabitazione e concepiscono l’altro come nemico assoluto. Il capitolo denuncia il legame profondo tra sovranismo identitario, biopolitica dell’esclusione e necropolitica, mettendo in guardia contro il passaggio dall’odio selettivo alla violenza sistemica. Di Cesare insiste sull’urgenza di spezzare la spirale paranoica del “noi contro loro” e di pensare la comunità non come unità etnicamente chiusa, ma come spazio di coabitazione vulnerabile e aperta.
Nel quattordicesimo e ultimo capitolo, «Abitare e coabitare», Di Cesare prosegue la sua diagnosi della crisi democratica interrogando il nesso tra spazio, appartenenza e convivenza. L’autrice mette in luce come l’idea moderna di “abitare” si sia irrigidita in una forma proprietaria e identitaria, fondata sul possesso esclusivo del luogo e sull’illusione di una casa chiusa, sicura e separata dall’estraneo. In un’epoca segnata da migrazioni, precarietà e deterritorializzazione digitale, tale modello proprietario entra in tensione con la necessità di coabitare con altri, spesso sconosciuti o percepiti come minaccia. Coabitare non significa semplicemente condividere uno spazio, ma accettare la compresenza dell’altro. In questa prospettiva, l’abitare autentico si configura come movimento dinamico, sempre esposto all’alterità, e implica un nuovo legame politico fondato sulla cittadinanza come apertura e non come esclusione. Di Cesare intreccia questa riflessione con la questione ecologica: l’appropriazione violenta della Terra, ridotta a casa privata dell’uomo, ha prodotto una crisi planetaria che rende urgente ripensare l’abitare come custodia e responsabilità, non come dominio. Coabitare diventa allora condizione per una democrazia futura, capace di accogliere fragilità e differenze in uno spazio comune, sottratto alla logica immunitaria e riaperto alla coabitazione.
La conclusione del volume impone una riflessione radicale sul destino della democrazia nel tempo della tecnocrazia e dell’etnocrazia. Il concetto di tecnofascismo, lungi dall’essere una semplice formula polemica, si mostra come uno strumento interpretativo capace di cogliere la continuità tra dispositivi tecnici e passioni identitarie, tra la gestione amministrativa della politica e la ferocia manifestata in particolare ai confini. Tecnofascismo non è soltanto un grido d’allarme, ma la proposta di una categoria critica per ripensare il potere politico in una nuova dimensione. Il libro invita a comprendere il fenomeno del tecnofascismo. Ciò significa riconoscere la logica di esclusione che governa la nostra epoca, ma anche ritrovare la possibilità di un’altra politica, capace di coabitazione e responsabilità. Il pensiero filosofico, in questo scenario, non può limitarsi a registrare mutamenti, ma deve assumere la responsabilità di indicare le derive e di restituire al linguaggio la sua potenza critica. In tal senso, Di Cesare si inscrive nel solco di una filosofia che non teme di misurarsi con il presente, consapevole che il nome dato alle cose può ancora determinarne il destino. Affrontare il tecnofascismo significa oggi difendere l’idea stessa di coabitazione contro ogni deriva della necropolitica. È su questo crinale che si deciderà se la democrazia possa ancora dirsi tale o se sia ormai ridotta a un simulacro.

(9 novembre 2025)

Inserisci un commento