Se l’ignoto è spazio abissale di sangue e carne, dove a disvelarsi è l’inquietudine di tutta l’esperienza umana, come sfidare l’afasia ineluttabile che irretisce il pensiero a voler decifrare, sillabare, battezzare tale ignoto? Nulla lenisce invero quella pulsante necessità esistentiva la quale, dal fiorire coscienziale dell’individuo, ne assilla la volontà di interpretazione, lo sviscerarsi nel campo tremendo delle possibilità. E in questa musicalissima assenza, Stefano Piazzese accorda inusitate prospettive, appigli ermeneutici tra i quali spiare, fosse solo per un istante allumato, lo scuro magma che governa l’agentività umana e, prima ancora, lo spirito insondabile da cui s’origina la sua legiferazione. Impossibile è dunque, per l’Autore, allontanarsi dal tragico, ove per tragico s’intende «il pensiero quando l’esserci, oltre a immaginare Sisifo felice, una volta accarezzati i rovi esperienziali irrorati dal proprio sangue versato a causa del dolore, scorge in mezzo a essi un sentiero che conduce aliter ubi» (p. 13). L’essere-uomo si benedice invero nella grande lacerazione del mondo. Questo lo spartito ontologico della sua dissonante sinfonia, di cui tutta «la sua colpa, la sua innocenza, la sua responsabilità, il suo agire, pensare, amare, progettare, realizzare, gioire, patire e, infine, spirare» (p. 13) si legano al ritmo. Concetto mai davvero esauribile, poiché capace di rigenerarsi e allargarsi come l’abisso da cui nasce, è dunque il tragico poetico che muove l’indagine tutta di Piazzese; volendo però almeno catturare uno dei corpi attraverso cui tale orizzonte si palesa, l’Autore sceglie di fondare il saggio sulla figura prismatica di Friedrich Hölderlin. Interrogare la vertiginosa voce del poeta tedesco e di coloro che ne hanno seguito l’eco (Gadamer, Agamben, Ricoeur, Adorno, Cassirer, Lukács per citarne alcuni) significa assecondare l’impeto di svelare «l’ignoto di cui facciamo esperienza e che il discorso, tentando di pronunciare, cerca di condurre dal caos all’ordine, alla chiarificazione» (p. 15). Un ignoto dentro l’ignoto; se infatti l’Autore è consapevole del fatto che «si tratta perlopiù, come il lettore avrà modo di constatare, di un concetto la cui presenza non è certamente pervasiva […] nella sua forma esplicita e non dedotta, esso risulta essere un hapax legomenon» (p. 14), ciò tuttavia non svantaggia la ricerca dello studioso, quanto invece ne corrobora l’originale e densa capacità speculativa.
Da questo dialogare con Hölderlin emergono pertanto sei capitoli e un’introduzione in cui il perno problematico dell’istanza è interrogato, toccato, colto nella sua ombra, poi restituito al labirintico naufragio del filosofo che «non vinto dallo sgomento per l’aporia» (p. 20) si apre alla complessità delle forme del mondo. Nella prima sezione, «Una parola che nomina l’ignoto», Piazzese invoca come primo accordo l’incontro filosofico tra il poeta tedesco e l’agrigentino Empedocle. Qui l’ignoto è l’estraneo: «poiché, essendo al di là di ogni argumentum i cui confini dianoetici sono ben definiti, è parola-evento che lacera il systema, ovvero il discorso che tenta di abbracciare, di raccogliere varie consonanze, cioè lógoi diversi» (p. 39). Se l’ignoto è quanto più di intimo c’è nella crisi che scuote le forme del tempo, le istituzioni viventi, nella tragedia incompiuta di Hölderlin, Empedocle «è colui che, non rassegnandosi alla realtà nella forma in cui essa si presenta, desidera un rinnovamento e s’impegna per realizzarlo fino a compiere il gesto più estremo» (p. 42). L’agrigentino, convergendo in sé il conflitto insanabile dell’aorgico e dell’organico, vuole liberare dal neîkos predominante la propria epoca culturale. La scissione che però Empedocle rappresenta non può mai essere autenticamente appacificata né risolta; si può tutt’al più rendere armoniosa la tensione, la quale solo apparentemente viene sanata, allorché busserà alle porte degli uomini sotto altre ineffabili forme. Piazzese, per mezzo di Hölderlin, pure sostenendosi sulle riflessioni di Bodei, afferma che le istituzioni devono allora aprirsi alla crisi, ergo, all’insediamento dell’estraneo la cui dialettica appare innestata nell’agire civile e filosofico. L’ipogeo hölderliniano pone alla luce apertis verbis come «a vincere non è la rassegnazione che facilmente si fa strada nei meandri dell’ora buia, ma un’aurea consapevolezza, una tragica sfida: dopo ogni fase critica si squadernano nuove opportunità» (p. 44). Tale cifra ottimistica non nega però la sofferenza di Empedocle. Scrive l’Autore, commentando l’esegesi tragica della poesia di Hölderlin, «gli dèi nel momento del dolore sono dèi del silenzio («O stille! gute Götter!»), sicché lo sprofondare nel dolore è la condizione esistenziale dominante dello stare umano» (p. 48). Empedocle è la massima espiazione individuale che si lancia nel divario dell’universale. Qui Hölderlin, come l’agrigentino, sentenzia solitario questo sofferto privilegio di dire l’indicibile: «la mia parola dà nome all’ignoto» (p. 53). L’Autore non manca di evidenziare a più riprese il fondamento teorico che innerva la visione del poeta, il quale, parimenti ad Empedocle, invita il suo tempo storico a non indugiare, poiché ciò coincide con l’«illusorio volgersi dello sguardo al di là dell’ignoto […] E benché l’impazienza sia pericolo, bisogna rischiare, bisogna corrispondere» (p. 48).
Nel secondo capitolo «Del tradurre teoretico. Lucis ante terminum», il perturbante ignoto di Hölderlin penetra le traduzioni delle tragedie sofoclee Edipo il tiranno e Antigone, lì dove tale concetto problematico con ali di falena si adagia sul paradosso che contraddistingue la vita istituita. Così già inaugura la sezione l’Autore: «stando allo sguardo teoretico del poeta tedesco, dalle tragedie di Sofocle emerge l’originario, il coabitare di dissidio e armonia che reca con sé l’ignoto come propria determinazione» (p. 55). Con raffinata penna Piazzese attinge ancora al fuoco della crisi quale dimensione ontologica che da potenza carsica irrompe poi nelle forme delle strutture sociali e politiche, sconquassandole; infatti, «l’originario è sempre prossimo e senza posa vuole venire alla luce» (p. 56). E qui, accanto all’ignoto, v’è pure un’altra difficoltà adamantina con cui l’Autore dialoga: l’impenetrabilità della lingua che rende pericolosa ogni traduzione, davanti alla quale Hölderlin sceglie un’infedeltà radicale del testo. Ora, Piazzese, pur pienamente riconoscente alla disciplina filologica, dimostra, come Cacciari, che la propulsione agita dal poeta tedesco è però un desiderio tutto filosofico, un tradurre inscindibile dallo speculare. Le traduzioni di Hölderlin sono perciò «traduzioni trasformatrici. Hölderlin, attraverso la parola di Sofocle, individua la potenza creatrice dell’elemento fondamentale di ogni tragedia che nessun linguaggio, nemmeno quello in cui la stessa è stata consegnata alla storia degli effetti (Wirkungsgeschichte), il greco, può chiarire in modo definitivo e mostrare in tutta la sua pienezza. […] Il poeta dimora presso la domanda della tragedia – ti draso; – e lascia che quest’ultima guidi il proprio andare e tornare ai Greci» (p. 59). L’ignoto da indissolubile neîkos prende poi forma nell’irrisolvibile di Antigone, nel dolore sapienziale di Edipo che, nel terzo capitolo «Dire il tremendo. Basileia del dolore» si rende confessore dello stesso ignoto da lui indagato. In Edipo Hölderlin tratteggia l’uomo capace di stanziare nel «ribaltamento categorico» (p. 73) che l’ignoto induce quando tornare a essere ciò che si era prima diviene impossibile. Edipo, sottolinea però l’Autore, non è esistenza abbandonata al torpore della sofferenza ma si rappresenta il «pensiero capace, in una vita che indaga, di stare nella contraddizione, di cercare e di fare esperienza dell’aporia» (p. 73). Alberga e si schiude piano nel corso del saggio siffatta cifra ottimistica. In Piazzese che interpreta Hölderlin, la vita dell’uomo non si dà nell’ordinanza cieca del dolore – ma essa diventa tutt’un fremito volto al sapere, ché in Edipo il Tiranno egli non resiste al tremendo ignoto e, rivolgendosi a Tiresia, spinge le sue fibre cercandolo. Scrive dunque Piazzese: «l’ignoto è anche il permanere della condizione profonda di dolore che viene dalla volontà di conoscere, e lo si evince proprio dal concetto di tremendo […] possiamo constatare che oltre a costituirne il principio, il dolore determina pure la tappa finale di questo itinerario tragico» (p. 77). Ciò consacra il tradurre speculativo hölderliniano, che mai si concede alla perdita di senso o alla dissoluzione di sé: «solo alla scuola del dolore si acquisisce per la vita un assennato pensiero» (p. 78). Ecco dunque che il tremendo torna a tracciare il terreno di Antigone in una traduzione dove la parola greca-tragica «è fattizialmente letale in quanto portatrice di morte, è parola davvero capace di uccidere» (p. 89). Tale corporeità invocata da Piazzese, che nel quarto capitolo scolpisce un’Antigone prossima a interrogare l’uomo moderno, si fa luminosa indicibilità nel rimando a un’altra legge che non struttura l’agire dei personaggi ma, anzi, lo turba profondamente. Antigone si oppone a Creonte designando ancora una volta la scissione irrisolvibile da cui scaturisce la tragedia poetica. La mortalità della parola è ignoto che attraversa la vita dell’umano, slabbrando vieppiù la distanza fra «due diversi ordini che appartengono parimenti al suo stare e senza i quali la sua vita non potrebbe strutturarsi» (p. 92). L’Autore evidenzia come per Hölderlin Antigone sia “gesetzlos” (p. 94), senza legge, ma non senza giustizia; ella non possiede il nómos iniquo di chi crede che Bene e Giustizia siano valori assoluti nel tempo e nello spazio. Altrettanto però la tragedia hölderliniana si domanda: sottratta l’obbedienza al nómos, come proseguire la vita della comunità? Piazzese dice qui l’ignoto: «Tra i due ordini scontrantesi vi è “qualcosa” che eccede le stesse ragioni che li sorreggono e che si sottrae al dominio del logico, del calcolabile, di una possibile conclusione conciliante a cui conduce il logon didonai» (p. 95). Nel quinto capitolo, «Ripensare il tragico: aorgico politico e polis», Piazzese, assumendo definitivamente l’ignoto quale criterio della complessa dimensione della vita istituita, domanda al lettore: «Può dal tentativo di dire l’ignoto, meraviglioso e tremendo, sorgere il rinnovamento di ciò che adesso è in crisi?» (p. 110). Muovendo dalla parola poetica di Hölderlin nel Politico, l’Autore volge il suo sguardo alla crisi che abita l’Europa, «in vista dell’ignoto inteso come apertura siderale del pensiero istituente alla visione tragica della vita che testimonia la temporalità di ogni istituzione» (p. 113). Il singolo deve di necessità riappropriarsi del suo pensiero filosofico e collocarsi nella comunità superando l’asse del nichilismo individuale, il quale ostacola la strada del nuovo. Eppure ignoto è commemorare il passato, «il nome degli dèi antichi» (p. 108) senza il quale il rinnovamento non può innalzarsi. Ma «è possibile pervenire in modo profondo alla contraddizione che lacera la vita umana e la pólis solo a partire da uno sguardo responsabile, capace di rispondere al dolore che intride l’esserci e il suo stare comunitario» (p. 117). Universale è dunque il poetare di Hölderlin che, come tratteggia l’Autore nell’ultimo capitolo («Un canto che nomina la Terra»), è un poetare di silenzio, sicché il «tacere è connaturale alla lingua» (p. 121) e prerequisito fondamentale alla sua musicalità. Il tragico si rende adesso nella distanza fra divino e umano, nel silenzio e nel canto che tesse la grande lacerazione di cui il saggio di Piazzese tenta a percorrere tutti i punti di sutura. Dire il mondo è dire il vivente, l’Uomo, la Terra e le sue esistenze; dire l’ignoto significa tentare la sillabazione dell’opposizione in virtù della quale il divenire viene trasformato. Si può affermare che il tentativo dell’Autore è infine muoversi nell’altrove del pensiero, là dove, coinvolgendo Nietzsche, si vive tramontando; in quale modo allora il pensiero tragico può parlare ancora oggi all’uomo che tramonta? Perché leggere ancora Hölderlin? Piazzese conclude in tal senso «da Hölderlin sappiamo che alba e tramonto stanno insieme secondo un’armonia delle opposizioni in cui ciascuno dei due dice quanto di più vero appartiene al vivere dei mortali: vivere tramontando significa anche attendere ciò che in effetti seguiterà al tramonto, contro ogni volontà» (p. 133).
(8 aprile 2026)

English