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228. Recensione a: Nunziatina Sanfilippo, Esistere è interrogare: la filosofia come possibilità. Condizione umana e pratiche filosofiche per il nostro tempo, Diogene Multimedia, Bologna 2026, pp. 188. (Alberto Giovanni Biuso)

Per chi volesse conoscere il complesso mondo delle pratiche filosofiche consiglio un recente libro di Nunziatina Sanfilippo, la quale ne illustra con chiarezza e con ricchezza documentaria le origini, l’identità, i rapporti con la tradizione filosofica e con il presente della filosofia, i punti deboli, le contraddizioni, il significato.
L’interesse dell’autrice verso tale mondo è dato dalla «sofferenza di senso» (p. 9) che individua al cuore della vita contemporanea. Una sofferenza nei confronti della quale «la pratica filosofica [può] concretamente rappresentare una reazione» che risponda «alla diffusa domanda di senso e uno strumento per intervenire sulla dimensione del disagio esistenziale» (p. 152).
Sanfilippo è molto attenta a far comprendere come la Consulenza filosofica – nella notevole varietà delle sue declinazioni e metodologie – non sia una terapia, non costituisca l’ennesima risposta psicologica alle inquietudini e ai drammi delle persone, non abbia a che fare con il cosiddetto Counseling filosofico (con il quale viene spesso e a torto confusa) e si serva invece «soltanto di competenze logiche, argomentative, storiche, conoscitive, che determinano un approccio unicamente filosofico» (p. 102).
In verità, anche su questo punto il dibattito è acceso e le posizioni sono diverse ma certamente e giustamente la più parte dei consulenti filosofici difende la natura appunto filosofica e non psicologica delle pratiche. La Cura che la Consulenza cerca di offrire «non mira a curare nel senso clinico del ‘to cure’, ma piuttosto a prendersi cura nel senso del to care: interrogare, ascoltare e dare forma alla domanda di senso che abita l’uomo» (p. 10). Tramite tale intenzione la Consulenza è fedele alla natura delle prassi filosofiche, le quali hanno sempre cercato di rimanere libere «dalla logica predatoria del profitto, poiché la loro più grande forza è proprio quella di essere immuni dall’aspirazione al profitto e quindi libere» (p. 13), che vuol dire apparentemente ‘inutili’ e invece realmente feconde.
E tuttavia, dopo aver suscitato interesse e adesioni in molti ambienti, «dal 2008 le pratiche filosofiche si trovano in una situazione di stasi» (p. 71). Perché? Quali sono le ragioni di questo declinare (testimoniato empiricamente in Italia anche dal mancato aggiornamento ormai da anni di un sito e di una rivista come Phronesis)?
Le ragioni sembrano sostanziali e profonde. L’Autrice illustra con oggettività e ricchezza documentaria la carente identità epistemologica delle pratiche; le posizioni metodologiche assai diverse nei differenti gruppi e aree nelle quali il mondo delle pratiche si divide; le relazioni conflittuali o assenti con il mondo universitario e con quello terapeutico; le differenti opinioni sul rapporto che le pratiche devono avere con la storia della filosofia e persino – in non pochi esponenti – una sorta di avversione nei confronti della filosofia stessa, avversione che è evidentemente destinata a condannare tali pratiche all’insignificanza e alla morte.
Sanfilippo ricorda, ad esempio, che «quasi tutte le pratiche filosofiche partono dal presupposto che durante le sessioni pratiche bisogna evitare l’utilizzo di citazioni dotte, di scomodare le autorità filosofiche, di fare a meno della propria cultura filosofica, poiché questa, spesso, è d’ostacolo alla pratica filosofica, la quale è specificamente rivolta ai non addetti al settore», anche se subito dopo aggiunge che «con ciò non si vuole affermare che la pratica filosofica si opponga alla filosofia tradizionalmente intesa, poiché essa, indubbiamente, necessita di conoscere le opere del passato, le dottrine filosofiche, il lessico filosofico» (p. 82). Ma non tutti i consulenti sarebbero d’accordo con tale aggiunta, come la stessa Autrice ammette più avanti: «molti consulenti hanno iniziato a sminuire la competenza in materia di filosofia» (p. 130).
Credo che ci siano due ragioni ancora più consistenti della evanescenza che le pratiche stanno subendo. La prima è di carattere più ermeneutico e consiste in ciò che si può chiamare l’equivoco Socrate. Gli iniziatori delle pratiche filosofiche – a partire da Gerd Achenbach, fondatore di quella che dal 1988 è diventata la Internationale Gesellschaft fur Philosophische Praxis – si riferiscono alla figura di Socrate come se questo filosofo avesse veramente detto ciò che Platone gli attribuisce. Socrate è in realtà in gran parte una finzione platonica (e di Senofonte, Aristofane, Aristotele). È una figura nient’affatto ‘aperta e modesta’ come molti consulenti continuamente ripetono.
Nei Dialoghi platonici Socrate esercita un’aggressività che per essere ben nascosta non è per questo meno effettiva. Il filosofo di Atene è convinto di conoscere, lui, la verità e adotta la finzione maieutica, le tante brachilogie e le poche macrologie, come metodo per demolire l’interlocutore e portarlo sempre sulle proprie posizioni. Il risultato del metodo socratico non è il ritrovamento della verità tramite il con-filosofare ma rappresenta il trionfo sofistico su un dialogante che non ha nessuna possibilità di competere con lui. Sanfilippo scrive che Socrate adottava «una tecnica consistente nella dissimulazione del proprio sapere, nel fingersi ignorante sull’argomento trattato al fine di incalzare l’interlocutore e indurlo a esporre la propria tesi» (p. 88); fingersi ignorante, appunto, e in ogni caso la tesi del ‘consultante’ di Socrate veniva ben presto demolita e messa da parte a favore della tesi del ‘consulente’ Socrate, che l’aveva chiara in mente e della cui verità era sin dall’inizio convinto.
Anche la tesi della chiarezza espressiva e argomentativa del Socrate platonico è poco più di una leggenda, vista la notevole difficoltà che la lettura dei Dialoghi di Platone (anche di quelli più vicini all’effettiva filosofia di Socrate) comporta. Quindi è discutibile la tesi che «il filosofo di oggi [abbia] rinunciato alla modestia socratica che, come è noto, rappresenta la condizione imprescindibile del vero filosofare» (p. 87).
Infine, la scrittura. L’entusiasmo che non pochi consulenti filosofici rivolgono alla ‘oralità’ socratica è infondato. Conosciamo Socrate soltanto perché altri hanno scritto su di lui e a suo nome; in caso contrario di questo filosofo sarebbe rimasto soltanto il nome, forse. La filosofia è stata sin dall’inizio scrittura, lo è rimasta nei suoi risultati più fecondi, lo sarà sempre. E questo anche perché ogni risultato dell’intelligenza umana si raggruma alla fine nello scrivere.
La seconda ragione delle difficoltà nelle quali si trovano le pratiche filosofiche è più teoretica e consiste nel fatto che forse inevitabilmente la Consulenza filosofica (e le altre pratiche) è assai lontana dalla dimensione oggettiva e cosmologica che della filosofia segna l’origine e la vera identità, incentrandosi invece soltanto sui problemi interiori dell’essere umano. Il lavoro filosofico è certo anche un lavoro antropologico ma non è limitato a esso.
Sanfilippo lo spiega bene quando ricorda «la profonda accettazione del limite da parte degli antichi come volontà divina e legge naturale. […] L’uomo, per i Greci, non era chiamato a dominare o trasformare la realtà ma a collocarsi armonicamente entro di essa, nel rispetto dell’ordine cosmico» (p. 31).
Nonostante i tentativi di non cedere alla trappola dell’emotività, la mia impressione è che le pratiche filosofiche cadano pienamente in essa. A questo punto, meglio l’originale, vale a dire meglio il terapeuta, lo psicologo (i quali da parte loro risolvono ben poco dell’inquietudine esistenziale). E pertanto pur rifiutando in maniera esplicita la medicalizzazione della vita, la patologizzazione della tristezza, la categorizzazione sanitaria (la ‘depressione’) del dolore di esistere che all’esistere è connaturato, le pratiche filosofiche sembrano dare uno spazio sempre più rilevante a ciò che Frank Furedi – molto citato da Sanfilippo – ha definito il nuovo conformismo della ‘cultura terapeutica’ che ammorba le relazioni sociali e la vita di istituzioni come la famiglia e la scuola, identificando per ogni anche piccola difficoltà dell’esistenza un soggetto ‘fragile’ che bisogna istituzionalizzare e guarire. «Ciò inevitabilmente porta a concepire l’essere umano come estremamente vulnerabile, la vulnerabilità è, difatti, diventata segno distintivo dell’umanità di oggi. Il soggetto è portato a credere di non possedere più sufficienti capacità di recupero, di non essere in grado di affrontare delusioni, sofferenze e solitudine, ‘patologizzando le reazioni emotive negative alle difficoltà della vita, la cultura contemporanea involontariamente incoraggia le persone a sentirsi depresse e traumatizzate da esperienze che prima venivano considerate normali’. […] L’intervento terapeutico, difatti, è oggi offerto quasi automaticamente a tutte le persone che stanno passando un momento difficile o delle difficoltà inaspettate» (pp. 104-105).
La dimensione politica, collettiva, storica, tramonta nel dominio del soggetto malato, del soggetto narciso, del soggetto diventato il mondo: «Lo spostamento dell’accento dalla vita sociale alla dimensione interiore porta impropriamente a pensare che i problemi della vita sociale siano problemi legati alla vita interiore, con la conseguenza che si ridefiniscono le questioni pubbliche come problemi privati del singolo. Problemi che nel passato erano oggetto di analisi politiche e filosofiche, oggi sono prima sottoposti a un’interpretazione psicologica, […] da qui l’ossessione per le emozioni e la credenza che i mali che affliggono la società derivino sempre da emozioni non elaborate o non gestite bene. La dimensione culturale, politica, economica e storica, scompare a favore di un’unica dimensione: quella dell’emotività umana» (p. 106).
Aggiungo che fatti recenti hanno rappresentato un grave colpo per la credibilità della Consulenza filosofica, in Italia ma non solo. Nata, come ricorda Sanfilippo, anche per porre in rilievo la dimensione sempre emancipatrice della filosofia, il mondo della Consulenza filosofica ha mostrato ed esercitato un grave conformismo politico e mediatico in occasione di una recente epidemia, tanto che alcuni tra i più attivi personaggi nell’ambito della consulenza filosofica si sono allontanati dalla propria associazione, riscontrando con ogni evidenza l’incompatibilità tra il conformismo dei comportamenti e la pretesa teorica di portare la filosofia nella vita quotidiana. Membri anche influenti di tali associazioni si sono spinti sino ad approvare leggi repressive, imposizioni che si sono rivelate insensate, provvedimenti di controllo biopolitico e in generale leggi contrarie alla Costituzione della Repubblica.
Infine, un terzo elemento di debolezza delle pratiche filosofiche è la loro tentazione dilettantistica. La filosofia è infatti un sapere e una prassi rigorosa, che richiede studio, impegno, talento, costanza, competenza. Lo ha detto un filosofo molto empatico verso la Consulenza filosofica, come Enrico Berti, ricordato da Nunziatina Sanfilippo: «Non si deve credere che ogni uomo sia filosofo per il solo fatto di possedere la ragione, perché la filosofia, come abbiamo visto, è un sapere ed esige una precisa competenza, una professionalità; dall’altro lato, essa è un sapere comunicabile, non riservato soltanto a pochi iniziati, o a menti dotate di un quoziente intellettuale eccezionale, ma deve essere resa accessibile a tutti, tramite – ovviamente – un adeguato lavoro di studio e di apprendimento» (p. 129).
Filosofare non vuol dire ‘pensare’. Quest’ultima facoltà appartiene a ogni essere umano. Filosofare invece è pensare seguendo determinate regole, conoscendo ciò che altri nei millenni hanno pensato, cercando di trarre da tale ricchezza ciò che oggi può avere per noi più senso e risultare fecondo nella comprensione del mondo e delle nostre vite in esso. Naturalmente fenomeni di dilettantismo e di vera e propria incompetenza toccano anche la filosofia esercitata nelle università e questo è forse ancora più grave. In ogni caso illudere le persone, consultanti o studenti che siano, che la filosofia è una conversazione tra amici, una terapia individuale o di gruppo, una lezione per arrivare a un esame, significa nascondere e cancellare la sua natura di sapere complesso, rigoroso, rivolto prima di tutto a comprendere il reale e per questo, se si riesce, a vivere meglio.

(2 settembre 2026)

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