Francesco Giacomantonio conduce da anni ricerche di alto valore accademico proponendo riflessioni di stampo filosofico, sociologico e politico su riviste di notevole spessore ed è autore di numerosi testi. Nel suo ultimo lavoro Dialettiche politologiche. La politica contemporanea tra filosofia, sociologia e scienza, edito dalla Fondazione Mario Luzi, l’autore affronta con particolare lucidità il discorso politico dell’età contemporanea a partire da tre grandi campi disciplinari: la filosofia politica, la sociologia politica e la scienza politica. Il volume è scritto con pazienza e accortezza epistemologica allo scopo di sviluppare riflessioni e stimolare consapevolezza politiche. Notiamo che la prima parte del titolo è volta al plurale: dialettiche e non dialettica, un singolare al quale siamo abituati in termini bibliografici, ma che l’autore sceglie di estendere guidando il lettore verso una visione più ampia.
Il testo è suddiviso in cinque capitoli preceduti da un’introduzione che svela fin da subito la natura dialogica e dialetticamente fondata dell’analisi condotta, giungendo ad una risoluzione dei problemi nelle battute conclusive. Ciò che positivamente stupisce, oltre alla raffinatezza stilistica e alle tematiche affrontate con piglio attuale, è la cura delle note che si rivelano un ulteriore strumento di ricerca, una corposa bibliografia (248 contributi) e un indice dei nomi con ben 226 citazioni.
Nel primo capitolo la dimensione politica è contestualizzata all’interno del Novecento, secolo ambivalente e paradossale. Il trionfo della ragione e del progresso che ha caratterizzato la modernità avrebbe dovuto, presumibilmente, portare l’umanità ad un’età dai tratti, addirittura, utopistici. Concetti come democrazia, stato-nazione, diritti, libertà maturati in età moderna sono rovinosamente decaduti in un nichilismo senza precedenti e il Novecento si è rivelato un secolo equivoco all’interno del quale hanno convissuto fenomeni sociali contraddittori. In tali condizioni, il discorso politico è diventato oggetto di un dibattito fra modernità e postmodernità, scivolando da un’incondizionata fiducia nella razionalità alla totale dissoluzione di qualsiasi speranza. Attualmente, l’unica certezza dell’età postmoderna è il capitalismo postindustriale dominante una società dai tratti marcatamente oligarchici e tecnocratici.
Il secondo capitolo adotta il discorso filosofico per interpretare la politica del XX secolo, ma l’autore chiarisce, in più occasioni, che il pluralismo caratterizzante questa riflessione porta a parlare di filosofie politiche e non di filosofia politica, da intendersi come riflessioni e teorie, e non come un vero e proprio settore disciplinare con un suo fondamento. Giacomantonio suggerisce una definizione delle filosofie politiche: «ricerca di un legame tra teoria e pratica in vista di fini superiori» (p.43). Il discorso filosofico politico, dunque, si pone come una riflessione declinabile in vario modo: «normativo, realista, post-strutturalista, ma anche idealista, liberalista, femminista, marxista ecc.» (p. 42).
In queste pagine l’autore offre al lettore i contributi di J. Rawls, J. Habermas, C. Schmitt, M. Foucault, J. Derrida. La prospettiva normativa di Rawls sostiene un liberalismo basato su un’idea di ridistribuzione sociale, ossia una versione di liberalismo più di sinistra. Il contributo di Rawls aiuta a chiarire il contrasto fra liberali e comunitaristi dove per i primi il giusto è prioritario sul bene, per i secondi il bene è prioritario sul giusto. Habermas si oppone al liberalismo politico di Rawls pur condividendo l’ispirazione di matrice kantiana, e mentre Rawls appare un contrattualista da cui emerge una divisione netta fra ragione pubblica e ragione privata, Habermas appare un deontologista proponendo una «concezione alta della Politica e dell’Uomo» (p.31). Schmitt offre una prospettiva di realismo politico. Egli supera il limite marxista consistente nel voler interpretare la società solo alla stregua del primo capitalismo e individua il legame fra potere economico e politica. Schmitt individua l’essenza del concetto di politica e interpreta il concetto di democrazia in termini di logica dell’identità.
Infine, la prospettiva post-strutturalista – dall’impatto più simbolico e meno istituzionale e la cui intenzione è quella di problematizzare i concetti politici come quelli di potere, democrazia, giustizia, libertà – trova in Foucault e Derrida le tesi più convincenti. Foucault critica il modello neoliberale e analizza la società alla luce delle categorie di potere impostando un discorso di natura biopolitica. Egli realizza «un’analisi più raffinata di un Potere reticolare, che producendo saperi, linguaggio, piacere, sofferenza, diventa una vera e propria rete che attraversa l’intero corpo sociale» (p.37). Per Foucault, il potere non si muove secondo un movimento verticale dall’alto al basso, ma orizzontale, dove gli uomini imparano a sottomettersi al potere. Derrida ripensa il rapporto fra stato e politica secondo una visuale decostruzionista dove soltanto la democrazia può realizzare una società libera e le leggi vengono rispettate, non perché giuste ma, perché cariche di autorità.
Il terzo capitolo affronta l’agire politico in chiave sociologica, una lettura indispensabile e forse più pressante anche alla luce della fine delle grandi narrazioni. Ben noto è il processo di individualizzazione dominante il tardo capitalismo fino all’attuale postmodernità; un processo che nasce parallelamente al processo di civilizzazione della società occidentale e che trova un terreno fertile nel più recente processo di globalizzazione. Inoltre, il processo di individualizzazione si completa con «il fenomeno della medicalizzazione dell’io» (p.48): la società odierna sembra vivere quella cultura terapeutica che «postulando un sé fragile, implica che per la gestione dell’esistenza sia necessario il continuo ricorso alle conoscenze terapeutiche; perciò il mondo interiore dell’individuo è diventato il luogo in cui emergono e in cui si ritiene debbano essere risolti i problemi della società» (p.48). La consapevolezza dell’affermarsi della cultura terapeutica ci convince nel sostenere che «il mondo interiore dell’individuo è diventato il luogo in cui emergono e in cui si ritiene debbano essere risolti i problemi della società» (p. 48).
L’agire socio-politico, in una tale società, appare influenzato dall’enfasi sulla libertà. L’io contemporaneo si pretende libero, ma in realtà vive in una condizione di sottomissione favorita dai social media e da una comprensione deformata della politica. L’io-soggetto appare alienato e nient’affatto libero, omologato e inconsapevole politicamente. L’autore usa l’espressione spoliticizzazione intendendo quella forma di soggiogamento alle logiche del capitalismo post-industriale. La conseguenza più grave è che, mentre gli intellettuali sono rimasti ai margini manifestando il loro isolamento e la loro autoreferenzialità, si è attuata la dissoluzione della capacità immaginifica dell’uomo. Inoltre, le narrazioni collettive sono sfumate a favore di un’azione individuale che conduce, in definitiva, ai fenomeni di deistituzionalizzazione, per cui la cultura globale è compromessa, e di desocializzazione, per cui non esistono più reali valori sociali.
Nel quarto capitolo l’autore afferma che per comprendere l’identità di una scienza politica occorre conoscere il concetto di razionalità e di scienza e che parlare di scienza politica significa riferirsi al modo di conoscere i fenomeni politici e non al conoscere i fenomeni politici. A partire dai primi decenni del XX secolo il concetto di razionalità ha perso la sua capacità illuminante ed ha acquistato quella del tutto nuova di disumanizzare l’idea stessa dell’uomo. Secondo M. Horkheimer e F. Hayek sia l’idea di razionalità sia l’idea di scienza si basano sull’idea di operare e fondare il mondo oggettivamente ignorando le particolari situazioni umane. Si tratta di un abuso della ragione risalente al razionalismo cartesiano e che costituisce un rischio per la libertà stessa. Dalla seconda metà del Novecento, il problema della razionalità è diventato ancor più problematico con l’evoluzione e l’affermarsi della rivoluzione tecnologica. Il capitolo si conclude con una riflessione che trae ispirazione da E. Voegelin secondo il quale la scienza politica appare, fra la filosofia e la scienza, come la disciplina più realistica e meno preoccupata di cercare rapporti con altre discipline più avanzate scientificamente e come quella più empiricamente fondata.
Giacomantonio conclude il testo con un quinto capitolo all’interno del quale chiarisce l’obiettivo perseguito: non stilare una graduatoria degli ambiti di studio, ma assegnare dignità epistemologica e culturale all’indagine politica, difendendola dalle «derive dell’immaginario tecno-nichilista» (p. 73) del XXI secolo. L’immaginario tecno-nichilista è causa di una profonda incomunicabilità, dello svilimento del pensiero e del dogma del liberalismo, nega la volontà del progetto e del dibattito che al contrario caratterizzano l’immaginazione politologica. Il tecno-nichilismo, già affrontato da Mauro Magatti, è privo di valore dialettico ed è contraddistinto da un bipolarismo fra politica e postpolitica. L’autore congeda il lettore con parole dai tratti inquietanti e quanto mai realistici: «è […] in corso un finale di partita, il cui esito può incanalare non poco il destino di quest’epoca» (p. 79). L’indagine condotta da Giacomantonio si muove lungo un discorso empiricamente ed epistemologicamente fondato, ma soprattutto diventa un monito: ricordare che la politica non deve avere pretese arroganti o demagogiche, che l’intellettuale non deve essere angelicato o marginale, ma organico e che la consapevolezza politica del singolo è necessaria al vivere democratico.
In seguito alla lettura del testo, il pensiero di chi scrive corre alla Critica della ragione dialettica (1960) di J.-P. Sartre la cui volontà è far dialogare l’individuo con la Storia. Ebbene, ci sembra analogo il dialogo, proposto da Giacomantonio, fra l’uomo e la Politica allo scopo di favorire un cambiamento radicale, libero, progettuale. L’immaginazione politologica diventa una possibilità di miglioramento e il valore condizionale che la riveste si percepisce con forza: immaginare ciò che potrebbe essere la società degli uomini e delle donne del XXI secolo. Concludiamo con le parole dell’autore: «le dialettiche politologiche […] riflettono esigenze che sono alla base della convivenza umana e della consapevolezza dello iato tra valori strumentali e valori finali» (p. 13).
(30 gennaio 2026)

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