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212. Recensione a: Giuseppe D’Anna, Gianluca Garelli (a cura di), Filosofie dell’età moderna. Dal rinascimento a Hegel, Einaudi, Torino 2025, pp. XXI-657. (Alberto Giovanni Biuso)

Filosofie dell’età moderna, al plurale, e non filosofia, al singolare. Una scelta davvero saggia, poiché la filosofia è in se stessa e sempre molteplicità e differenza. Un secondo elemento metodologico di questo libro è costituito dalla centralità delle opere, dei classici. Gli elementi biografici, di epoca e di contesto sono funzionali a una migliore comprensione dei libri. La filosofia coincide infatti con la scrittura filosofica. Un terzo elemento è l’attenzione alla Wirkungsgeschichte, alla storia degli effetti che le filosofie hanno sviluppato sino al nostro presente.
Il carattere fondamentale del pensiero moderno è di solito ravvisato, con ampia motivazione, nella centralità del conoscere rispetto all’essere, nel transitare dall’ontologia al primato della ratio. La coscienza umana facitrice di se stessa e del mondo, la centralità dell’antropologia e della questione umana rispetto all’intero, sono gli atteggiamenti che segnano l’itinerario da Pico della Mirandola a Descartes, da Pascal a Kant e poi all’idealismo tedesco.
Francis Bacon arriva a utilizzare una metafora assai violenta ma proprio per questo molto significativa del sogno di dominio dell’umano sull’intero, applicando all’indagine umana sul mondo l’immagine della tortura utilizzata per estorcere alla natura i suoi segreti.
La dimensione antropocentrica del pensare moderno è certo effettiva. E tuttavia il pensiero europeo è in tutte le sue fasi caratterizzato dalla molteplicità, dalla differenza, da una serie di itinerari che non sono mai riducibili a un’unica direzione. Le filosofie del moderno non sono soltanto una celebrazione del soggetto umano. Esse rimangono una riflessione volta alla totalità e alla centralità della materia. La materia della quale si compone il corpo umano così come sono le stelle, ogni vivente, qualsiasi ente.
Le ontologie materialistiche conoscono bene le possibilità ma anche i limiti strutturali dell’essere e dell’agire umano nel mondo. Molti tra i maggiori filosofi dell’età moderna sanno che la verità dell’“io sono” si accompagna sempre alla verità del “ci sono cose fuori di me”.
Lo sa Giordano Bruno, che sostiene «l’infinità dell’universo e la pluralità dei mondi, l’immanenza del divino» (p. 45). Lo sa Michel de Montaigne, il quale «come Giordano Bruno, mette in discussione ogni antropocentrismo e ogni concezione gerarchica degli enti» (p. 102).
Lo sa Niccolò Machiavelli il cui «sguardo disincantato e realistico proietta sul mondo politico un’inedita concezione laica e desacralizzante, persino cinica, della natura umana. In qualunque epoca e condizione, gli esseri umani agiscono sempre in modo egoistico e rapace; vivono una “mala contentezza”, un’inquietudine costante che impedisce loro di acquietarsi, che li spinge a stancarsi presto dei beni presenti per rimpiangere quelli passati o bramarne di nuovi. In questi risvolti antropologici, il suo pensiero radicalizza istanze materialistiche e utilitaristiche già vive in alcune pieghe dell’umanesimo tardoquattrocentesco, legate in particolare alla riscoperta dell’epicureismo di Lucrezio» (p. 60).
Lo sa Thomas Hobbes, la cui «originale epistemologia non ambisce soltanto a coniugare empirismo e razionalismo, ma anche un’ontologia materialistica e una teoria fenomenistica del conoscere (p. 201). Hobbes nelle III Obiezioni alle Meditazioni cartesiane sostiene «che la mente non costituisce una sostanza autonoma rispetto alla materia […] ma una sua funzione interna» (p. 201).
Lo sa John Toland, il quale «rivendica, contro le astrazioni geometriche della gravità newtoniana una concezione materialistica dell’inerzia – permeata, tra il resto, del naturalismo rinascimentale e bruniano – in ragione del quale “tutta la materia della natura, ogni sua parte e particella, è stata sempre in moto e non potrà mai essere diversamente”» (p. 409).
Lo sa anche e specialmente Benedetto Spinoza. Il Dio/Natura è infatti «quanto di più distante possa esserci da ogni concezione antropomorfa del divino: si tratta piuttosto dell’infinita perfezione dell’essere esplicitata al suo interno secondo ordine, leggi e connessioni causali necessarie ed eterne» (p. 222).
Due episodi rivelatori e forse di solito non adeguatamente valutati possono far comprendere meglio il sogno del dominio umano nel Moderno. Descartes racconta di aver fatto nel novembre del 1619 tre sogni che gli rivelarono i fondamenti di una nuova e mirabile scienza, la scienza del Cogito. Pascal riferisce di una visione notturna che nel 1654 lo induce a lasciare le questioni scientifiche per dedicarsi alla scienza divina del bene, del male e del peccato umano. Sono anche questi sogni a fondare quella «mitologia della ragione» della quale parla Il più antico programma dell’idealismo tedesco, redatto probabilmente da Hegel, Schelling e Hölderlin.
E tuttavia ogni autentico pensare sa, o perviene a sapere, che – come sostiene Cusano – la conoscenza umana rimane sempre una congettura «paragonabile a una freccia che può essere lanciata sempre più lontano, senza che possa colpire il proprio bersaglio, perché quel bersaglio (la verità in sé) è spostato all’infinito» (p. 23).
La dimensione asintotica della conoscenza si fonda sulla struttura stessa dell’umano, sul suo limite. Anche questo significa che «il massimo della conoscenza è una cosa sola con la conquista della piena libertà» (p. 47), che è libertà anche e soprattutto dalla dismisura.

(15 gennaio 2026)

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