giovedì , 12 Febbraio 2026
Ultime notizie

197. Recensione a: Danilo Manca, Hegel, Husserl e il linguaggio della filosofia, ETS, Pisa 2023, pp. 308. (Paolo M. Aruffo)

Il volume di Danilo Manca, pubblicato per la collana “Philosophica” di ETS, si presenta come un’analisi orientata a «riflettere sul conflittuale rapporto che la filosofia intrattiene con il linguaggio, adottando come filo conduttore l’opera di due classici della filosofia: Hegel e Husserl». Tale riflessione – avviata da un Prologo e conclusa da un Epilogo – è suddivisa in tre sezioni, ciascuna delle quali aperta da un’Introduzione e composta da tre capitoli.
Dato che in questa sede sarebbe complesso e forse poco proficuo ripercorrere e considerare sia le tesi proposte che le conseguenti implicazioni nella loro totalità, si è cercato piuttosto di individuare un filo rosso capace di proporre una coerente ricostruzione di questo lavoro. Tale filo rosso è costituito dal metodo analitico e compositivo impiegato dall’autore, che viene reso noto già dalle primissime pagine: Hegel e Husserl vengono “specchiati” e “rispecchiati” nei loro tentativi di ricercare e comporre un linguaggio filosofico che risulta essere a sua volta lo specchio del linguaggio comune, ma con le parole che «vanno nel verso sbagliato». L’esperienza di Alice – così come descritta da Carroll nel suo celebre romanzo del 1865 e fedelmente riportata nel testo in esame – diventa nel Prologo non solo un invito a chi legge, ma anche una metafora atta a parlare il linguaggio preriflessivo dei vissuti. Questo tentativo di ricostruire il testo di Manca consiste nel far emergere le diverse prospettive di lettura: diverse maniere di mettere “il lettore in gioco”. Da ciò segue anche il desiderio di rendere noto alle lettrici e ai lettori il taglio interpretativo qui adottato, poiché le tesi proposte in questo volume invitano a mantenere non solo un ruolo attivo nei confronti del testo ma anche a collocarlo in una koinè di sensibilità diverse.
Tenendo in mente queste suggestioni ci si trova ad affrontare la prima sezione, intitolata L’espressione del pensiero, che si occupa di analizzare il rapporto tra pensiero e linguaggio in Hegel e Husserl. Da parte hegeliana, viene sottolineato quanto il rapporto tra linguaggio e pensiero debba essere riferito al momento oggettivo di quest’ultimo, che permette di mettere a fuoco non una capacità esclusiva dell’uomo di comprendere il mondo, ma di comprendere sé stesso e il mondo a partire dalla struttura razionale che costituisce entrambi. Ciò comporta dapprima la necessità di astrarre dalla specificità dell’esperienza per poi incorniciarla e leggerla alla luce del mondo, sfumando sempre più la dicotomia tra interno ed esterno che risulta apparentemente evidente nell’ambito della sola certezza sensibile. La tematizzazione della naturalità della logica in Hegel ha quindi come posta in gioco una particolare accezione della libertà, che nella lettura di Manca consiste nel riconoscere le strutture necessarie del reale per poter di converso prendere consapevolezza di una possibile autodeterminazione. In questo faticoso percorso hegeliano descritto dall’autore, il linguaggio risulta essere lo strumento che può soddisfare le condizioni soggettive e oggettive dell’esperienza in senso lato, potendo sia costringere ad una dimensione prescrittiva, sia condurre al rispecchiamento consapevole della razionalità del pensiero immanente al reale che si rende manifesta. Ciò significa che il linguaggio hegelianamente inteso si limita ad esplicitare la struttura razionale tramite cui esso stesso opera indipendentemente dalla consapevolezza del suo utilizzatore. Il problema della libertà concerne quindi l’inconscio del pensiero, che rende il linguaggio ordinario, familiare e sonnecchiante, il campo di battaglia da comprendere e utilizzare per spezzare i vincoli dell’ingenuità. Le condizioni di possibilità di questa presa di coscienza concludono il primo capitolo della prima sezione, e comprendono l’analisi del rapporto tra riflessione e memoria. Quest’ultima viene infatti presentata come ciò che fornisce al pensiero riflettente (Nachdenken) il contenuto su cui la riflessione viene operata. Da segnalare è la particolare attenzione dell’autore nel mettere in evidenza il rapporto tra memoria, riflessione e linguaggio: la prima permette alle determinazioni di pensiero di sedimentarsi in forma inconscia e soggettiva, la seconda esplicita il valore universale di queste determinazioni emendandole dal loro carattere contingente, il terzo espone e conserva questa dimensione inconscia insita nella memoria, rendendosi strumento e immagine speculare dei compiti della filosofia.
Il capitolo seguente è dedicato a Husserl e il punto di partenza è il medesimo: la dialettica tra «soggettività del conoscere e oggettività del contenuto della conoscenza» e la sua veste linguistica. Attraverso una ricostruzione delle fonti del pensiero husserliano (Natorp, Brentano, Lotze, Kant) l’autore mostra come la prospettiva fenomenologica assuma delle posizioni radicalmente diverse rispetto a quelle hegeliane: «il pensiero qui rimane soggettivo, è un complesso di atti che vengono vissuti e che sono portatori di verità indipendenti sul mondo a cui si riferiscono», pur riconoscendo che le verità a cui si perviene sono in un certo senso proprie del mondo. Cogliere queste verità significa riconoscerle come significati, emendando i segni che le esprimono dalle ambiguità che presentano nel contesto del senso comune e cogliendone l’idealità: ciò ha permesso all’autore di tracciare una linea di continuità fondata sulla genealogia dei concetti husserliani che dalle Ricerche logiche arriva alla Crisi delle scienze europee. A questa altezza dell’argomentazione va rilevata l’importanza che il linguaggio husserlianamente inteso riveste nella donazione di senso, che risulta connotata non solo come atto, ma anche come struttura nomologica che poggia sulla struttura stessa di questo atto. A differenza di Frege, che istituisce una distinzione tra regno delle cose fisiche e regno dei pensieri per preservare il carattere veritativo di questi ultimi, Husserl si concentra sul riempimento intuitivo degli atti di coscienza che individuano le strutture universali delle manifestazioni, rese poi in forma proposizionale: è qui messa in evidenza la profonda differenza tra pensiero, che può rimanere scevro da verificazione, e conoscenza, che invece la necessita. La riforma del concetto di segno (e consequenzialmente del linguaggio) operata da Husserl è dunque volta ad indagare le strutture sovrasensibili che compaiono negli enunciati sotto forma di componenti non sostanziali, che costituiscono la porta d’accesso alle strutture del reale.
Nel terzo capitolo di questa sezione, La dialettica dell’intreccio, Hegel e Husserl vengono posti l’uno di fronte all’altro: la differenza tra le loro concezioni del linguaggio non solo fornisce il contesto all’engagement nei confronti del senso comune, ma segue necessariamente da una specifica concezione del pensiero. Da questo punto del volume, il filo rosso che all’inizio di questo lavoro si era creduto di individuare nel metodo utilizzato dall’autore dovrà essere messo da parte: nel descrivere i primi due capitoli della prima sezione si era cercato di far emergere per quanto possibile gli strumenti analitici che Hegel e Husserl forniscono ai rispettivi lettori e lettrici per affrontare il problema del linguaggio in filosofia, ma è opportuno esplicitare uno degli intenti che sembra motivare la posizione del problema in questi termini da parte dell’autore.
Poco sopra si era accennato al problema della libertà, che in relazione al linguaggio implica la capacità di quest’ultimo di plasmare al contempo il soggetto e il mondo sia per Hegel che per Husserl, seppure con le dovute differenze. In poche parole, la portata pratica dello stile filosofico implica, non solo per Hegel e Husserl ma anche per noi lettori contemporanei, una assunzione in senso forte dei concetti di reale e di vero: esplicitare i nessi di senso che vigono tra le cose è dunque un’operazione che connota innanzitutto il linguaggio come logica trascendentale, impersonale e autonoma del reale stesso, già prima che il soggetto venga a costituirsi, perché questa costituzione ha come condizione di possibilità questa stessa concezione del linguaggio. Il problema della libertà e della funzione del linguaggio della (e nella) filosofia si pone quindi ad un livello che si potrebbe definire “inconscio”, come lo stesso autore sembra suggerire in determinati punti del testo. In questo senso, il confronto con la tradizione analitica operato nella seconda sezione risulta utile non solo ai fini di una ricostruzione teoretica del problema, ma anche per rendere conto delle affinità e delle divergenze pratiche che derivano da determinate operazioni di riattivazione del senso, in questo caso operate su Hegel e Husserl. A questo proposito vale la pena aggiungere una considerazione sartriana che potrebbe trovarsi in accordo con gli intenti del testo: tale riattivazione, in quanto prassi, ha contribuito al sedimentarsi di un pratico-inerte del pensiero presente nell’operazione del fare storia della filosofia, che porta ad ascrivere ai pensatori una gerarchia degli aspetti della loro riflessione a discapito della sinergia creata dal loro stile concettuale ed espositivo (è il caso dell’oggettività del pensiero in Hegel o del trascendentale in Husserl). Il pratico-inerte del pensiero sortisce lo stesso effetto che ha il senso comune per la coscienza naturalmente atteggiata, imbrigliata in un sistema di credenze dalla parvenza critica e libera che ne connota la penuria, nel senso della rareté della Critica della ragione dialettica.
Le lettrici e i lettori che si confronteranno con questo testo riporteranno probabilmente alla mente la decisione del filosofo che, nella Repubblica di Platone, si accinge a ritornare nella caverna: dalla specificità del linguaggio filosofico Manca cerca di ritornare al linguaggio del senso comune, alla coscienza naturalmente atteggiata con tutta la sua ingenuità. L’asperità di questo ritorno consiste nella guerra su due fronti – contro il proprio tempo e contro la propria tradizione – della stessa pratica filosofica che continua dalla condanna di Socrate e oggi è più tormentata che mai. Si potrebbe concludere esplicitando il legame che questa guerra intrattiene con la pratica della scrittura, riassumendo ciò con un’espressione abbastanza intuitiva: il lessico dello scrittore diverge da quello del lettore, e la filosofia fa tutt’altro che eccezione. Il linguaggio e l’atteggiamento del senso comune non contemplano la fatica del concetto o la difficoltà dell’operare l’epoché fenomenologica perseverando nel mantenerla attiva. Come sottolinea dalla prima pagina del suo testo lo stesso Manca, il filosofo e i suoi lettori parlano le stesse parole ma non la stessa lingua e ciò nonostante il dramma non deve necessariamente consumarsi in tragedia. Questo testo getta un guanto di sfida ai filosofi che hanno dimenticato di essere nati nella caverna del senso comune, facendo dell’amore per il sapere una seconda prigione – forse più crudele e subdola della prima.
Alla luce di questo breve percorso definirei il suo lavoro (anche) uno scritto di etica, nello stesso senso in cui ne parla Paul Valéry in Leonardo e i filosofi, che l’autore ha curato e tradotto sempre per la casa editrice ETS, nella collana “Mélange”. Nel tentativo di comprendere, il filosofo si serve della forza della parola prendendo le distanze dal linguaggio ordinario e facendo della forma del pensiero il suo potere: abbisogna di «un’etica e di un’estetica», che si trovano a coincidere nell’opera scritta. In questo senso, la pratica del linguaggio filosofico risulta essere – senza eccezioni e al di là di ogni dichiarata intenzione – engagée, che sia essa formalizzata in un testo o contestualizzata nella didattica. Non è un caso che nell’introduzione alla terza sezione le osservazioni di Eugen Fink fungano da grimaldello per rendere conto dell’apparente arbitrarietà attuativa dell’epoché fenomenologica, che sembra istituire una cesura netta tra coloro che decidono di operarla e coloro che permangono nell’atteggiamento naturale. È alla luce di questo problema che il linguaggio incontra l’inconscio: se si affrontassero i problemi dell’oggettività del sapere e della sua comunicabilità facendoli dipendere dalla sola decisione di un soggetto, la impasse pratica e politica che si verrebbe a creare sarebbe difficilmente superabile. Se invece, come è il caso delle posizioni saldamente proposte da Manca, si pensasse alla scrittura come un campo trascendentale autonomo che vede nello stile la sua cifra costituente e costitutiva, significherebbe porre la questione del senso intendendo quest’ultimo come fonte inconscia, riattivabile e viva del mondo e nel mondo, riaccendendo anche l’annoso dibattito sull’eros del pensiero.
Le lettrici e i lettori potranno affrontare questo testo seguendo i numerosi cammini che propone ravvedendovi le considerazioni esposte in questa sede, ponendo l’accento sulle ricostruzioni teoretiche o anche manifestando aperto dissenso, ma qualunque atteggiamento si assumerà non farà che riconoscere la capacità vivificante e attuativa del pensiero che lo anima.

(21 maggio 2025)

Inserisci un commento