Con il volume Il pensiero di Gramsci, pubblicato da Carocci, Marcello Mustè compie un’operazione storiografica e teoretica di straordinario rilievo, offrendo una mappa filologica che si colloca nel solco delle più mature acquisizioni della Gramsci Renaissance internazionale. L’autore non si limita a ricostruire linearmente la biografia intellettuale del pensatore sardo, ma assume come asse portante l’analisi della forma-laboratorio dei manoscritti carcerari, sfidando la sedimentata tendenza a leggere Gramsci per formule isolate o per schematismi dottrinari. Il testo si offre al lettore come un organismo unitario in cui la precisione dell’indagine filologica diventa la condizione preliminare e ineludibile per l’estrazione del concetto filosofico. Mustè dimostra che la traiettoria di Gramsci, dall’apprendistato torinese fino alle vette speculative dei quaderni speciali, non è segnata da una frattura tra il momento della militanza attiva e la reclusione carceraria, bensì da un incessante lavoro di traduzione e riscrittura volto a emancipare il marxismo sia dal determinismo positivista sia dall’idealismo speculativo. Il libro di Mustè ridefinisce così lo statuto della filosofia della prassi come l’orizzonte di una complessa riforma morale e intellettuale, in cui la trama filologica delle varianti testuali e delle fonti nascoste si converte nello strumento critico fondamentale per interpretare la morfologia dello stato moderno e le dinamiche dell’egemonia.
Nel primo capitolo, intitolato «La formazione di un pensiero», Mustè ricostruisce il periodo giovanile di Gramsci mostrando come la nascita del suo pensiero non possa essere separata dall’incontro con Torino, dalla guerra e dalla maturazione di una concezione del socialismo inteso non come dottrina astratta, ma come forma integrale di cultura, volontà e organizzazione. L’arrivo a Torino nel 1911 introduce Gramsci nella “città moderna”, segnata dall’industria, dalla concentrazione operaia, dalla FIAT e dal movimento socialista. Torino diviene il primo laboratorio storico in cui egli osserva il nesso tra sviluppo capitalistico, conflitto sociale e organizzazione proletaria. Mustè insiste sul “garzonato universitario”, fase in cui la formazione linguistica, filosofica e storica diviene metodo: attenzione alla storicità dei processi, alla concretezza delle forme culturali, al rapporto tra lingua, popolo e nazione. Da qui si comprende il modo in cui Gramsci giunge al socialismo, non come adesione organizzativa, ma come elaborazione di una nuova visione della vita, fondata sulla cultura come disciplina interiore e conquista della coscienza. La guerra spezza il quadro del socialismo precedente e costringe Gramsci a misurarsi il nazionalismo e le nuove forze politiche. In questo contesto si colloca la Città futura, rivista formativa in cui emergono categorie decisive: ordine, senso comune, disciplina, previsione, volontà collettiva. Il capitolo si chiude con il paragrafo su La rivoluzione contro “Il Capitale” in cui la Rivoluzione russa appare a Gramsci non come rivoluzione contro Marx, ma contro una lettura fatalistica e positivistica di Marx, incapace di riconoscere il ruolo della volontà, della politica e dell’organizzazione.
Nel secondo capitolo, intitolato «Anni di lotta», l’autore ricostruisce il periodo che va dall’Ordine Nuovo alla fondazione del Partito comunista d’Italia, dall’affermazione del fascismo alla questione meridionale, mostrando come il pensiero di Gramsci assuma una fisionomia più propriamente politica senza perdere il nesso originario tra cultura, organizzazione e rivoluzione. Al centro vi sono i consigli di fabbrica, che nell’esperienza ordinovista non sono semplici strumenti rivendicativi, ma cellule originarie di una nuova forma di stato, in cui la democrazia operaia supera la democrazia parlamentare attraverso la riunificazione di economia e politica. La fabbrica diviene il luogo in cui la classe operaia si costituisce in corpo organico, mentre partito e sindacato svolgono funzioni parziali di educazione, propulsione e coordinamento. La riflessione sui consigli si iscrive però nella crisi della civiltà borghese prodotta dalla grande guerra. In tale cornice Mustè ricostruisce la prima lettura gramsciana del fascismo come fenomeno legato alla decomposizione della società italiana, alla crisi della borghesia, all’insurrezione della piccola borghesia e alla funzione della violenza nella restaurazione dell’ordine capitalistico. Il fascismo non è un accidente esterno, ma l’esito di una crisi egemonica che impone di ripensare la rivoluzione in Occidente, dove la società civile rende impossibile la semplice ripetizione del modello sovietico. Da qui nasce anche la critica a Bordiga e la ricerca di un nuovo gruppo dirigente comunista, capace di superare settarismo e immediatismo. Il punto di approdo è il manoscritto sulla questione meridionale, in cui stato, classi sociali, intellettuali, egemonia e direzione politica si intrecciano. Per spezzare il blocco agrario meridionale non basta la mobilitazione economica della classe operaia, ma occorre una nuova capacità egemonica, capace di unificare operai e contadini, Nord e Sud, questione sociale e questione nazionale.
Nel terzo capitolo, intitolato «Frammento e sistema», Mustè affronta il problema della forma dei Quaderni del carcere, mostrando come l’apparente frammentarietà della scrittura gramsciana non debba essere scambiata per disordine teorico, ma compresa come effetto di una condizione materiale, biografica e filologica in cui il pensiero procede per accumulazione, ripresa, correzione e riscrittura. I Quaderni non sono un trattato organico, ma un insieme di appunti, schede, traduzioni, saggi in formazione e nuclei teorici che rivelano una graduale determinazione interna. Per questo la filologia non è un esercizio esterno al pensiero, ma la condizione per ricostruirne il movimento. Occorre distinguere le fasi di composizione, la funzione dei singoli quaderni, il passaggio dalle note miscellanee ai quaderni speciali. La frammentarietà nasce dal carcere, dalla censura, dalla scarsità di libri, dalla precarietà fisica di Gramsci, ma anche dal carattere stesso della ricerca. Mustè segue i piani di lavoro del 1927 e del 1929, mostrando come la molteplicità degli interessi trovi un centro nascosto nello spirito popolare creativo. Dopo la crisi del programma iniziale, Gramsci deciderà di sistemare le note raccolte sui quaderni miscellanei scritti a partire dal 1929 nei quaderni che lo stesso Gramsci definirà “quaderni speciali”.
Nel quarto capitolo, intitolato «Il Primo quaderno», l’autore analizza la prima cellula costitutiva dei Quaderni, mostrando come l’esperienza della reclusione si traduca subito in un’officina teorica volta a ridefinire le categorie della politica moderna. Dopo l’arresto, il confino a Ustica, il passaggio a San Vittore e l’arrivo a Turi, Gramsci inaugura nel febbraio 1929 il primo nucleo dei quaderni. I primi piani di lavoro e lo spoglio di riviste rispondono all’interesse per lo spirito popolare creativo. In questo quadro, i Patti Lateranensi spingono Gramsci a decostruire diritto naturale e provvidenzialismo della Chiesa, letti come espressioni di folklore giuridico. Polemizzando con Tilgher e Loria, Gramsci delinea il senso comune come stratificazione instabile di filosofia, religione e pregiudizi scientifici penetrati nel costume delle masse. Da qui scaturisce la ridefinizione del rapporto tra stato e società civile: lo stato non coincide con l’apparato coercitivo, ma è sintesi di società politica e società civile, luogo in cui si verifica il conflitto egemonico. Quando l’equilibrio nella società civile si incrina, nasce la crisi organica. La seconda parte di questo capitolo l’autore mostra come, nei paragrafi 43 e 44, la questione meridionale venga storicizzata come chiave per comprendere i limiti del Risorgimento, il ruolo degli intellettuali e il trasformismo. Il fascismo appare così non come anomalia, ma come esito coercitivo di una crisi egemonica incompiuta.
Nel quinto capitolo, intitolato «Gli Appunti di filosofia», Mustè prende in esame lo snodo speculativo più alto della reclusione gramsciana. A partire dal maggio 1930, sotto il sottotitolo Materialismo e idealismo, Gramsci avvia una doppia revisione: contro le degenerazioni meccanicistiche e positivistiche della Terza Internazionale, rappresentate dal Saggio popolare di Bucharin, e contro il primato dell’idealismo speculativo crociano e gentiliano. Recuperando Labriola e le Tesi su Feuerbach, Gramsci definisce la propria prospettiva come filosofia della prassi e risignifica il blocco storico: struttura e sovrastruttura non sono scheletro e riflesso, ma momenti reciprocamente implicati di un unico processo storico. A sostegno di questa visione, Gramsci elabora il principio della traducibilità dei linguaggi scientifici, politici e filosofici. Un altro concetto fondamentale che risale alla scrittura degli appunti di filosofia è il concetto di catarsi. Mustè mostra poi come tale intuizione trovi un laboratorio nell’esegesi del X canto dell’Inferno: correggendo Croce e De Sanctis, Gramsci mostra che la struttura del canto non soffoca la poesia, ma ne costituisce la condizione. Il dramma di Cavalcante può manifestarsi proprio grazie alla struttura che ne rende possibile il pathos. L’analisi estetica diviene così omologa all’analisi politica: come nell’opera d’arte la struttura sostiene la poesia, così nella storia la struttura economica e la sovrastruttura etico-politica si saldano in un blocco storico attraverso la catarsi, passaggio dall’egoismo economico-corporativo alla volontà collettiva organizzata.
Nel sesto capitolo, intitolato «Intellettuali, cosmopolitismo, società civile», l’autore esplora uno degli assi portanti del pensiero carcerario, mostrando come lo studio sugli intellettuali non costituisca un tema settoriale, ma il principio di una ricostruzione del marxismo come filosofia della prassi. Dal saggio sulla questione meridionale al Quaderno 12, Gramsci estende l’indagine alla storia italiana, individuando nel cosmopolitismo la chiave per comprendere la mancata fusione tra intellettuali e masse popolari-nazionali. La funzione cosmopolitica della Chiesa, la frattura tra Riforma e Rinascimento e la debolezza dello stato nazionale moderno hanno favorito la frammentazione corporativa e la passività delle classi subalterne. Per superare questo limite, Gramsci distingue tra Oriente e Occidente: se in Oriente lo stato era pressoché assoluto e la società civile primordiale, in Occidente dietro lo stato si staglia una robusta società civile, fatta di fortezze e casematte, che impone il passaggio dalla guerra di movimento alla guerra di posizione. In questa morfologia sociale, gli intellettuali organici nascono sul terreno della produzione e danno omogeneità al gruppo dominante, mentre gli intellettuali tradizionali si percepiscono autonomi. La classe subalterna deve allora costruire una propria direzione culturale attraverso il partito, moderno principe e intellettuale collettivo. Ogni rapporto egemonico è perciò anche rapporto educativo. Da qui deriva la critica alla riforma Gentile e l’ideale di una scuola unitaria, capace di formare ogni cittadino come potenziale dirigente.
Nel settimo capitolo, intitolato «L’Anti-Croce», Mustè entra nel confronto speculativo più decisivo dei Quaderni, mostrando come Croce costituisca per Gramsci non un semplice avversario, ma il terreno di emancipazione della filosofia della prassi. Il Quaderno 10, inaugurato nel 1932, raccoglie nella prima parte le note dedicate alla critica di Croce e nella seconda le noterelle di economia. La formula dell’Anti-Croce definisce un’operazione simmetrica all’Anti-Dühring di Engels. Il nucleo teorico è la contrapposizione tra storicismo speculativo crociano e storicismo realistico della filosofia della prassi. Laddove Croce riduce l’identità di storia e filosofia a storia di concetti, Gramsci afferma che la filosofia è coscienza critica di una determinata prassi e che le ideologie non sono apparenze, ma forze storiche capaci di organizzare le masse. Gramsci riconosce a Croce il merito di aver valorizzato consenso e cultura rispetto alla pura coercizione statale. Tuttavia, ne denuncia il limite: aver isolato l’egemonia nel solo momento etico-politico, separandola dalle strutture economiche e dalle condizioni materiali della produzione. Sul piano economico, la critica investe la dialettica dei distinti e difende il metodo marxiano dell’astrazione determinata, contro il revisionismo di Bernstein e l’economia marginalista. Dinanzi alla crisi del 1929, Gramsci rintraccia nella caduta tendenziale del saggio di profitto non una profezia meccanica del crollo, ma lo strumento per comprendere il capitalismo come sequenza di crisi, antitesi e rimedi provvisori.
Nell’ottavo capitolo, intitolato «La filosofia della praxis», l’autore prende in esame il Quaderno 11, presentandolo come l’esito più organico della riforma intellettuale e morale carceraria. Il testo, strutturato quasi come un piccolo libro, nasce dalla rielaborazione di note precedenti e concentra la riflessione sulla critica del senso comune e del pregiudizio filosofico tradizionale. Gramsci rivendica che tutti gli uomini sono spontaneamente filosofi, in quanto partecipi del linguaggio, della religione popolare e del senso comune. Il compito della filosofia della prassi non è produrre un sapere elitario, ma sottoporre a critica questo inventario caotico e trasformarlo in una concezione del mondo, legata alla prassi politica e capace di farsi volontà collettiva. Mustè mostra come la critica colpisca anche il marxismo sovietico dogmatico di Bucharin, accusato di ridurre la filosofia della prassi a sociologia deterministica. Contro il materialismo volgare, Gramsci chiarisce che l’oggettività del mondo esterno non è un dato naturalistico separato dall’uomo, ma è storicamente mediata dalla prassi e dal processo produttivo. La scienza stessa non è un corpo di verità assolute, bensì una sovrastruttura storicamente determinata. Il capitolo si chiude sulla filologia vivente e sul partito politico come moderno intellettuale collettivo, capace di trasformare il senso comune in autocoscienza critica delle classi subalterne.
Nel nono capitolo, intitolato «Il moderno principe», Mustè affronta la riflessione gramsciana sulla politica e sullo stato, concentrandosi sul Quaderno 13. Le noterelle sulla politica del Machiavelli introducono categorie decisive: egemonia, cesarismo, guerra di posizione, teoria delle crisi. Gramsci legge il Principe come creazione di un mito capace di destare una volontà collettiva nazional-popolare. Nel Novecento questa funzione non può più appartenere a un individuo, ma al partito politico, moderno principe e nucleo di un ordine nuovo. Mustè evidenzia come Gramsci analizzi le situazioni distinguendo movimenti organici e congiunturali, rigettando il determinismo economicistico. Le crisi non producono automaticamente il crollo del capitalismo, ma aprono un terreno di lotta in cui si organizzano forze di conservazione o di rottura. L’analisi dei rapporti di forza procede dal livello strutturale a quello politico fino al momento politico-militare. La coscienza delle classi subalterne passa dal momento economico-corporativo alla fase egemonica, in cui un gruppo sociale si fa stato e dirige l’intera società civile. In questo quadro si colloca la crisi organica: quando la classe dominante perde il consenso e l’apparato egemonico si sgretola, si apre l’interregno in cui il vecchio muore e il nuovo non può nascere. La risposta può essere il cesarismo, soluzione carismatica e autoritaria della crisi. Per l’Occidente moderno, segnato da una società civile articolata, Gramsci sostituisce alla guerra di movimento la guerra di posizione, fondata sulla conquista molecolare delle casematte della cultura.
Nel decimo capitolo, intitolato «Le rivoluzioni passive», l’autore analizza una delle categorie più duttili dei Quaderni, mostrando il passaggio da criterio di interpretazione del Risorgimento italiano a paradigma della modernità tardo-capitalistica. Gramsci riprende l’espressione da Vincenzo Cuoco, che la utilizzava per descrivere la rivoluzione napoletana del 1799, e la trasforma in una chiave di lettura delle vie non radicali alla formazione degli stati nazionali europei. Nel caso italiano, la rivoluzione passiva illumina il Risorgimento come “rivoluzione senza rivoluzione”, in cui il trasformismo assimila le forze democratiche e decapita l’iniziativa autonoma delle masse. La categoria si estende poi al Novecento: fascismo e americanismo fordista appaiono come forme coeve di razionalizzazione delle forze produttive dall’alto, attuate dalle classi dominanti per neutralizzare la spinta rivoluzionaria e assorbire elementi di socializzazione senza liberare l’iniziativa delle masse. Mustè mostra come Gramsci critichi Croce per aver espunto dalla storia il momento della lotta e della frattura, trasformando la rivoluzione passiva in programma moderato di conservatorismo riformistico. Sul piano teorico, Gramsci rifiuta una dialettica ridotta a conciliazione pacifica: nella storia reale, l’antitesi non si lascia assorbire passivamente, ma tende a distruggere la tesi. Il capitolo si chiude con il cesarismo, soluzione di un equilibrio catastrofico tra forze antagoniste incapaci di prevalere. Progressivo o regressivo, il cesarismo rivela sempre una crisi di egemonia e la debolezza organica dei partiti politici di massa.
Nell’undicesimo capitolo, intitolato «Taylorismo, americanismo e fordismo», Mustè prende in esame l’ultima grande sezione monografica dei Quaderni, mostrando come l’analisi dei mutamenti strutturali del capitalismo mondiale si saldi in Gramsci alla ricerca di una via occidentale al socialismo. Il tema, presente già nell’esperienza ordinovista, trova sistemazione nel Quaderno 22, redatto a Formia nel 1934. La catena di montaggio e lo scientific management non rappresentano solo un ammodernamento della produzione, ma prefigurano una nuova morfologia della società civile, dei valori etici e delle forme politiche, producendo un nuovo tipo umano. Gramsci analizza i dispositivi di controllo puritano e biopolitico imposti agli operai, dal proibizionismo alla disciplina sessuale, cogliendo nell’industrialismo una lotta contro l’elemento animalesco dell’uomo e un adattamento psicofisico del corpo alla macchina. Mustè ricostruisce anche il confronto con l’esperienza sovietica: Lenin, pur denunciando il taylorismo come strumento di sfruttamento, ne ammetteva l’assimilazione razionale nella pianificazione socialista. Gramsci aveva cercato di tradurre questa esigenza nei consigli torinesi, intendendo la razionalizzazione come autoconsapevolezza dei produttori. Negli anni Trenta, però, si interroga sui limiti di tale modello. L’americanismo fordista appare allora come il tentativo estremo del capitale di reagire alla caduta tendenziale del saggio di profitto attraverso un’economia programmata e riorganizzazione della forza-lavoro. Tuttavia, pur prefigurando una società regolata, il fordismo resta rivoluzione passiva dall’alto, perché esclude l’iniziativa democratica delle masse.
In conclusione, il volume di Marcello Mustè restituisce il pensiero di Gramsci nella sua interna complessità. Il merito principale del libro consiste nel mostrare che i concetti gramsciani non nascono come formule astratte, ma dentro un processo di elaborazione storica, politica e filologica, in cui ogni acquisizione teorica è il risultato di una continua riscrittura. Dalla formazione torinese agli anni dell’Ordine Nuovo, dalla questione meridionale alla riflessione carceraria sugli intellettuali, dallo scontro con Croce alla critica del materialismo storico, l’autore ricostruisce il movimento attraverso cui Gramsci giunge a pensare la filosofia della prassi come una concezione autonoma del mondo, capace di tenere insieme struttura e sovrastruttura, storia e politica, cultura e organizzazione. In questa prospettiva, i Quaderni del carcere appaiono non come un insieme disperso di annotazioni, ma come il luogo in cui si struttura e si riorganizza la biografia intellettuale di Gramsci. Proprio per questo, Il pensiero di Gramsci non è soltanto una ricostruzione rigorosa dell’opera gramsciana, ma anche un contributo decisivo alla comprensione della contemporaneità politica. Mustè mostra infatti che Gramsci continua a parlare al presente non perché offra soluzioni immediate, ma perché fornisce gli strumenti per leggere le crisi, le forme del dominio, i processi di passivizzazione delle masse e le possibilità ancora aperte di una nuova direzione morale e intellettuale. In tal senso, il libro conferma la vitalità della filosofia della prassi come pensiero critico della storia e come teoria dell’egemonia, capace di misurarsi con le contraddizioni del proprio tempo senza rinunciare alla possibilità della trasformazione.
(6 luglio 2026)

English