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219. Recensione a: Alberto Giovanni Biuso, Episteme. Scritti di filosofia della scienza, Mimesis, Milano-Udine 2026, pp. 340. (Sarah Dierna)

Dopo gli scritti di storia della filosofia, di letteratura e di estetica, Alberto Giovanni Biuso si occupa, con Episteme, di filosofia della scienza. Come qualsiasi discorso scientifico che intende essere rigoroso e consapevole, il libro introduce il lettore al testo con una indicazione metodologica nella quale vengono posti i fondamenti che secondo l’autore dovrebbero stare alla base di ogni riflessione scientifica in generale e che trovano ampio sviluppo all’interno della riflessione che Episteme propone. Tra questi fondamenti vi sono il pluralismo, il rifiuto di qualsiasi dogmatismo, l’antropodecentrismo e, soprattutto, l’immersione di qualsiasi sapere all’interno del più ampio contesto di storia della cultura. Di tali variabili l’autore tiene conto non soltanto approfondendone il significato, bensì implementandole attivamente nel libro. Questo duplice senso è ravvisabile a partire dall’impianto stesso del volume che comincia infatti con una sezione metodologica (I. Metodologie) la quale poi trova immediatamente sviluppo e concretezza nella riflessione antropologica e sociale che caratterizza la II sezione (Scienze, antropologia, società); nell’affrontare criticamente, vale a dire filosoficamente, un tema complesso, ambiguo e sfaccettato del nostro presente quale è l’Intelligenza Artificiale (III. Neuroscienze e Intelligenze artificiali); per concludere infine, nella IV sezione, con una densa riflessione su Fisica e cosmologia.
Benché Biuso ripercorra alcune delle questioni fondanti delle scienze contemporanee, cimentandosi con il variegato tema della decifrabilità dell’etere, il dibattito intorno alla fisica delle particelle elementari fino al collasso della funzione d’onda, nonché con autori e opere che appartengono interamente al campo della fisica newtoniana e della fisica quantistica, della chimica e della biologia, il suo libro rimane comunque un testo di filosofia e, più precisamente, di metafisica, dove con questa parola l’autore intende un «sapere scientifico integrale» (p. 50), «una scienza razionale, totalistica e immanentistica» (p. 49). A interessare l’autore non sono (non tanto almeno) i fatti della scienza, se il gatto di Schrödinger sia effettivamente vivo o morto o se l’interpretazione di Copenaghen fosse l’ipotesi corretta (per citare alcuni degli esempi affrontati), ma l’epistemologia – intesa come scienza del come – e l’ontologia – come scienza del che cosa – che rendono possibili simili dibattiti, li spiegano, mostrandone i limiti e riconoscendone i meriti; è interessato in ogni caso al «punto di vista nomade» (p. 39) di qualsiasi verità. Uno dei campi del sapere in cui il nomadismo delle scienze si manifesta con maggiore visibilità è l’astrofisica, dove ci si confronta con teorie, idee e ipotesi la cui verificabilità è assai più ridotta e dove la scientificità è infatti garantita dal modello cosmologico che si utilizza (p. 266).
Come si vede, la filosofia di Friedrich Nietzsche che in Chronos si esprimeva nella forma del confronto con Platone e con Spinoza, in Logos nella dialettica tra Dioniso e Apollo, ritorna in questo libro nella veste scientifica del prospettivismo. Infatti, benché Biuso non lo affermi esplicitamente, Episteme si pone del tutto in continuità con i due volumi precedenti (usciti presso la stessa collana di Mimesis), senza che questo tolga autonomia a ciascun libro. Gli argomenti ritornano senza tuttavia ripetersi, affrontati di volta in volta da punti di vista diversi. Questo è sicuramente ravvisabile nella semantica del tempo – se si è letto Chronos, si intravvede per esempio nelle unità discrete di Julian Barbour un confronto simile a quello avuto con Emanuele Severino –, l’analitica esistenziale, che in Logos assume i toni caldi delle passioni umane, in questo libro cede il passo allo sguardo freddo che descrive la vita come semplice espressione della materia organica dalla durata trascurabile rispetto ai tempi del cosmo. Cosmo che infatti «è perfetto ovunque non ci sia nascita organica ma si dia la potenza senza dolore della materia e del tempo» (p. 312). Il lettore che si è confrontato con tutti e tre i libri ha l’impressione di un punto di vista che man mano si accresce; negli Scritti di filosofia della scienza – forse assai più di quanto accade negli altri – ci si confronta in modo più aperto con i temi che si trovano sotto i riflettori della ricerca scientifica odierna: non soltanto i dibattiti delle scienze contemporanee ma anche, come si è detto, alcuni dei problemi relativi all’Intelligenza Artificiale (ed è interessante notare come proprio i capitoli dedicati all’Artificiale e pubblicati per la prima volta nel 2015 serbano ancora la loro attualità), alla più recente esperienza del Covid. È come se in Episteme il processo diairetico della metafisica approdasse anche agli sviluppi concreti delle scienze, senza appiattirsi naturalmente su di essi.
Come si è accennato, la prima sezione è dedicata appunto alle metodologie. L’autore difende, anche con esempi tratti dalla fisica micro e macroscopica e dalla cosmologia, l’esigenza «di metafisiche ed epistemologie realistiche» (p. 40), che superino i riduzionismi del realismo ingenuo e la tracotanza del soggettivismo idealistico e che sostengano invece l’autonomia ontologica del reale, il quale esiste indipendentemente da come la mente umana se lo rappresenta.
I frutti di questa metafisica ed epistemologia realistica e antiumanistica sono ravvisabili già a partire dalla seconda sezione, nell’immersione nella società in cui il pensiero si forma, agisce e procede; nello sguardo antropologico che si sforza di carpire la natura umana con più distanza, senza cedere a riflessioni consolatorie e strumentali. «Osservare e dire il mondo sine ira et studio, teoreticamente» (p. 56), comporta riconoscere non soltanto la parzialità gnoseologica di qualsiasi sguardo umano, che non può che indagare il mondo attraverso le sue categorie senza che queste abbiano la pretesa di dire il vero in senso assoluto, ma anche – e forse soprattutto – la parzialità esistenziale del vivente.
Una parzialità che si può riscontrare a partire da alcuni fenomeni e questioni di grande attualità, come Biuso dimostra ripercorrendo e condividendo le tesi di Murdin sui cambiamenti climatici e mostrando come l’incidenza delle attività umane sull’ambiente è in fin dei conti trascurabile (p. 267). Le ragioni per cui ci si vuole invece prendere la responsabilità sono diverse. Alcune sono sicuramente politiche – come lo fu anche la vicenda del Covid e la riduzione della scienza ad ancella della politica – ma anche esistenziali, e cioè legate all’illusione di potere trovare una soluzione, di gestire il problema che non è il cambiamento climatico, che ciclicamente accade sempre, ma il rischio per la propria vita sulla Terra. È la stessa paura che muove alcune delle più recenti tendenze della contemporaneità che vanno sotto il nome di transumanesimo, estropianesimo, enhancement e che hanno come scopo sempre il superamento della vita umana così come è o, per meglio dire, del problema della morte che tuttavia è l’altro nome della vita: «La vita è di fatto e in realtà un trionfo della morte. Gli organismi sono annichiliti dalla fame, dalla fatica, dalla penuria di risorse, da effetti climatici, dai predatori. E in ogni caso lo sono dal tempo», perché «la nostra specie è totalmente interna a queste dinamiche, del tutto parte di esse e sottoposta alle leggi della biologia, della predazione, del conflitto, della riproduzione, della morte» (p. 271). Più correttamente forse l’altro nome della morte è la nascita; e la vita è soltanto ciò che si trova in mezzo tra l’inizio e la fine, con le sue difficoltà, con il suo dolore, con le sue angosce e con le sue gioie, in ogni caso finita.
Biuso si cimenta infatti con uno degli argomenti più radicali del dibattito etico contemporaneo, l’Antinatalismo, proponendo una posizione teoretica che è chiara fin dal titolo: “Against Birth”. Non è un refuso dire teoretica al posto di etica; l’autore si confronta infatti con una domanda scomoda quale è quella sul significato della nascita, della esistenza umana e della vita senziente in generale, descrivendo lo statuto del vivente nel Cosmo. Biuso procede quindi in modo genealogico, coerentemente con il senso dell’intero libro, e cioè parte dal valore di sacralità che si è soliti attribuire alla vita per verificare la correttezza di un simile attributo. Se si osserva la vita secondo le indicazioni metodologiche iniziali si raggiungono conclusioni diverse. Assumendo una prospettiva biologica – la biologia di Monod –, Biuso sostiene infatti che «we must […] recognize that far from constituting a privilege, a primacy, or even a manifestation of the sacred, animal and human birth is an unfavorable event compared to the absence of sensitivity, pain, and anguish that instead characterizes the inorganic that is to say – and this is an absolutely fundamental element – the existence of the whole, of cosmic matter that generates, perishes, and transforms itself in the immensity of the cosmos. Compared to the whole, our tiny planet and the phenomena that occur in it are nothing, substantially nothing» (p. 108).
Privilegio che sfiorisce ulteriormente se si considera la comparsa, del tutto casuale, della vita sulla Terra, la quale, peraltro, non compare a causa di ciò che è stato definito “Anthropic principle” né tantomeno raggiunge l’apice con la comparsa del Sapiens, posizione quest’ultima che secondo Biuso costituisce «un elemento di grave debolezza della vulgata evoluzionista» (p. 280), mentre è vero il contrario, e cioè che Homo sapiens «costituisce una delle molte specie – tanto complesse quanto effimere – nelle quali la vita si esprime e accade» (p. 280). Rispetto all’evoluzionismo darwiniano – che peraltro si comprende meglio alla luce della storia della cultura, vale a dire dell’imperialismo inglese della seconda metà del XIX secolo –, teleologico oltre che teologico, Biuso sostiene una poligenesi del vivente che esclude categorie gerarchiche tra i viventi e afferma invece la differenza. Differenza che riconosce le caratteristiche della nostra specie ma non la loro superiorità, cosicché viene meno l’animale e si afferma invece l’animalità, che include anche l’umano nella specificità delle sue condizioni ma anche nel riconoscimento della sua biologia, che condivide con gli altri viventi le leggi della vita, della riproduzione e della fine (p. 75).
L’affermazione della animalità umana, di tale biologia, non cancella né disconosce il prezioso aiuto offerto dalla tecnica e più in generale il significato della cultura che invece vengono considerate come espressioni naturali dell’animalità umana. L’artificio è il modo di esserci naturale del vivente-uomo, il mezzo mediante il quale egli riesce a sopravvivere, ad abitare l’ambiente e a renderlo vantaggioso per sé. Tanto il dispositivo culturale quanto il dispositivo coscienzialistico non conferiscono un primato alla nostra specie sulle altre, né alla vita umana rispetto all’intero della quale essa è invece una parte. Biuso applica la differenza ontologica heideggeriana tra essere ed esistente all’universo ma lo fa attraverso la cosmologia; non si tratta semplicemente delle lenti mediante le quali il filosofo interpreta il mondo ma della struttura della metafisica greca come unità inseparabile di ontologia e cosmologia.
Tornano quindi in questo volume i Greci dai quali è cominciato l’itinerario degli scritti di storia della filosofia. A dare ragione a questa interpretazione sopraggiunge Democrito, del quale si legge che avesse dichiarato di preferire conoscere le cause piuttosto che diventare re dei persiani, in una distanza totale dalle faccende più strettamente umane che mi sembra la stessa che Episteme mantiene.
È da questa stessa distanza che Biuso affronta la questione dell’Intelligenza artificiale, alla quale egli decide di rivolgersi volutamente al plurale. Ciò che emerge non è uno scetticismo aprioristico nei confronti di strumenti che avrebbero la speranza di sostituire l’umano, prima nei lavori manuali, di calcolo e procedurali e poi per intero, ma una consapevolezza teoretica dello statuto del vivente, della sua continua immersione nel mondo, della sua natura relazionale, corporea e temporale. Anche per questo secondo Biuso esiste un «legame profondo» tra «etologia, antropologia e intelligenza artificiale» (p. 89). Ed è questo legame che porta alla seguente conclusione: «l’AI si potrà realizzare non contro o senza ma dentro il corpo, non nello svuotarlo ma nell’abitarlo […]. La centralità del corporeo fa sì che nonostante tutte le speranze, i timori, le utopie che intendono uploadare la mente in corpi migliori di quelli che noi siamo, la finitudine consapevole di se stessa rimane il tratto costitutivo della specie che pensa» (p. 176).
L’atteggiamento che Biuso invita a perseguire è quello di una deantropizzazione del cosmo (de-anthropize cosmology) che significa anche la sua de-biologizzazione: «Observing and evaluating life for what it is, nothing relevant. The cosmos is made of something else, which has nothing to do with life. It is made precisely of atoms, it is made of radiation, it is made of omnipresent gravity/mass/energy, it is made of light and dark matter» (p. 116). Non è fatto per l’umano e infatti esso continuerà anche quando noi ci saremo estinti, non perché siamo responsabili della sesta estinzione di massa, come sostengono alcuni studiosi (a meno che si scomodi una guerra nucleare), bensì perché partecipiamo delle leggi del Cosmo, vale a dire – come ci ha insegnato Biuso già a partire da Chronos – della legge del tempo, dell’inizio e della fine di tutte le cose che esistono. È il principio anassimandreo da cui ha avuto inizio la filosofia.
Credo che il merito di questi scritti di filosofia della scienza consista nel confronto aperto, talvolta critico, con le voci, i nomi e i dibattiti della fisica e della biologia e di restituirle sul terreno filosofico. Nella sua densità, Episteme mostra con esempi concreti e problemi ancora aperti del nostro presente non soltanto la pluralità dei saperi ma, alla fine, la loro unità. Vale forse la pena suggerire al lettore che il titolo del libro, e quindi il suo contenuto, va inteso così come lo intese il primo scienziato che sia esistito: Aristotele. Non a caso, nell’introduzione, Biuso riporta il bel giudizio che Feyerabend espresse a proposito del “maestro di color che sanno”. Si tratta di una scienza che non ha dimenticato il suo fondamento greco, la pluralità dei suoi significati, che è insieme biologia, cosmologia, astrofisica, fisica, matematica. In una parola: filosofia. In questo senso, Episteme è un libro in cui la scelta letterale della parola greca si rivela, più che nei precedenti forse, adeguata e giusta.

(8 aprile 2026)

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