Il volume L’immaginario greco. Da Omero a Eraclito. Seminari 1982-1983 di Cornelius Castoriadis è pubblicato per ETS vent’anni dopo l’edizione francese dal titolo dal titolo La création humaine. Ce qui fait la Grèce, de Homère à Héraclite. L’edizione italiana, a cura Marco Ridolfi, raccoglie, come l’originale, i seminari tenuti da Castoriadis all’École des Haute Études nel primo semestre dell’anno accademico 1982-1983, accompagnati dalla prefazione dei curatori francesi, dalla postfazione di Pierre Vidal-Naquet e da un dattiloscritto del 1979 dedicato al significato della polis ateniese. Lo stile è quello della spiegazione orale, coinvolgente e ricca di riferimenti fra i più disparati: si respira quel senso di suspence fecondo, con cui si è lasciati dalle lezioni universitarie di settimana in settimana e che crea quello spazio creativo di rielaborazione critica e personale.
Vediamo di capire perché l’uscita di questo volume, oggi, ricopre una notevole importanza: come anche Castoriadis puntualizza all’inizio dei suoi seminari, l’interesse per la Grecia non risiede nella ricostruzione storica o filologica di questa cultura, indagata dai secoli VIII al V a.C.; il suo obiettivo è molto più radicale, perché egli interroga il modo in cui, nella storia, possono emergere forme di autonomia collettiva, e dunque si chiede quali condizioni rendano possibile per una società il darsi delle proprie istituzioni, dei propri significati e del proprio orizzonte simbolico. In questo senso, la ricerca di Castoriadis si colloca al crocevia tra filosofia, sociologia e riflessione politica. Democrazia e filosofia non appaiono infatti come ambiti separati, ma come le due espressioni più alte di un medesimo movimento storico: la capacità di una collettività di istituire la propria forma, discuterla e trasformarla a partire da sé e non riceverla passivamente dall’esterno. Vista la stretta relazione di questo studio dell’antico con il pensiero del filosofo sull’autonomia, nell’introduzione all’edizione italiana vengono riassunti brevemente, ma in maniera incisiva, alcuni dei concetti chiave della filosofia di Castoriadis, che sono molto utili per inquadrare il suo ragionamento; ad esempio, egli utilizza la nozione di “germe” per descrivere l’antica Grecia come una testimonianza storica in cui assistiamo per la prima volta all’auto-istituzione di una collettività: il germe si differenzia in questo modo dal modello perché non è qualcosa da imitare, bensì una configurazione che ha lasciato un’impronta nel corso della propria istituzione. Intraprendere questo viaggio nei meandri profondi dell’immaginario greco significa dunque studiare le condizioni di nascita delle matrici di senso di quelle istituzioni che concretizzano l’autonomia e auspicare una configurazione sorella nel presente.
Il dattiloscritto del 1979 dedicato alla polis ateniese apre una parentesi propriamente politica. Castoriadis invita a interrogare Atene come un evento storico singolare, nel quale emergono insieme la democrazia e la filosofia, cioè due forme complementari di autonomia, ma la città ateniese è anche un esempio della capacità umana di riflettere sulle proprie istituzioni e di modificarle. In sintesi, ciò che rende interessante questo volume è la sua capacità di collegare la Grecia antica ad un’esigenza ancora attuale; attraverso queste riflessioni, Castoriadis mette in funzione un laboratorio storico in cui osservare la nascita di una possibilità politica e simbolica per ripensare, nel presente, immaginario, storia e politica.
Possiamo dividere i seminari in tre grandi macrogruppi: i primi sono di carattere introduttivo e teoretico; abbiamo poi quelli che fanno riferimento alla mitologia, ai poemi omerici e alle credenze religiose in essi contenute; infine, quelli che interpellano direttamente il ragionamento filosofico di Esiodo, Anassimandro ed Eraclito. A partire dal primo seminario si puntualizza il significato di immaginario radicale e le sue configurazioni, che sono questo strato originario da osservare ed elaborare. Questo luogo ha secondo il filosofo un rapporto di parentela con l’opera d’arte e la creazione: «ogni istituzione della società è una creazione storica, creazione di una forma, di un eidos, e in questo senso essa è paragonabile all’opera d’arte. […] una società non è in realtà né prototipo né modello, ma una forma che rende possibile tutta una serie di creazioni» (p. 31).
A mio avviso questa è un’idea molto potente che, da una parte, qualifica l’immaginario radicale come necessario e universale per agire concretamente, dall’altra, rispetto alla relazione tra immaginario e opera d’arte, investe quest’ultima del compito di intraprendere una migliore comunicazione con questo strato immaginario che è in fin dei conti, seppur caotico e contraddittorio, il più essenziale e indice di verità. Dunque, questo spiega il perché Castoriadis si soffermi tanto sui poemi omerici e il mito: essi sono mezzi artistici a tutti gli effetti, attraverso i quali traspare la forza creatrice dell’immaginario che istituisce il senso nell’insensato.
Il punto di partenza è dunque Omero, che, per Castoriadis, non va letto solo come fonte letteraria o di narrazione del passato, ma come uno dei grandi luoghi di formazione dell’immaginario: il valore dei poemi omerici risiede nel fatto che essi rendono visibile una prima elaborazione simbolica del vivere umano. Essi rappresentano una forma di messa in scena collettiva del rapporto della società greca con certi valori e concetti fondativi del proprio ethos. Prende così corpo una visione del mondo in cui il destino umano è esposto alla fragilità, al limite e alla morte, senza che vi sia ancora un sistema filosofico capace di ricondurre tutto a unità. Castoriadis sostiene infatti che «l’essenziale dell’immaginario greco è la presa di coscienza tragica sul mondo» (p. 82). Essa è sinonimo di ferita: quella aperta dal dolore dello scarto, dalla non-corrispondenza e dalla non-comprensione della realtà da parte dell’essere umano. I greci, secondo il filosofo, si sono resi conto dello scarto tra immagine conferita al mondo e mondo: una volta ammessa la frattura, non è più stato possibile per loro distogliere lo sguardo, poiché l’esistenza stessa dei greci ne rappresentava la prova vivente.
Ragionando su questo concetto chiave della visione tragica nei greci, apro una parentesi interpretativa che ne esplicita alcune caratteristiche fondamentali. È interessante generalizzare questa presa di coscienza tragica e domandarsi se il motivo e la maniera in cui una società si istituisce non possa derivare, in gran parte, dal rapporto che essa intrattiene con il dolore, come se ne prende cura, cosa si racconta e come lo riesce ad espiare. Nella maggior parte dei casi, essere messi faccia a faccia con il non-senso porta ad agire all’insegna della paura, dell’oblio e dell’occultamento. Al contrario, i greci sapevano che la speranza era rimasta chiusa nel vaso di Pandora (come insegna il mito) e, senza ricorrere a manierismi o misteri rivelati, provarono ad accettare questo vuoto e a creare con esso un equilibrio via via più perfetto, senza scappare o cercare salvezza altrove. La presa di coscienza tragica, infatti, consiste nella consapevolezza simultanea dell’infinito e del limite: «nel caos c’è kosmos; nella hybris c’è dike» (p. 146).
Questa regola di bilanciamento è incarnata dalla figura della moira a cui Castoriadis si riferisce spesso in questo volume durante la sua argomentazione: essa è una forza impersonale e onnipotente che detta la sua legge, alla quale uomini e divinità sono sottomessi e tutti possono decidere di sfidarla a loro rischio e pericolo. Quello della moira è l’annuncio dell’esistenza del limite: esso non è legato al peccato o ad una colpa derivante dall’acrasia dei mortali, ma è universale e necessario. In fin dei conti potremmo descrivere la presenza della moira come ciò che spinge a mettersi faccia a faccia con la sofferenza e dunque con un’immagine e un sentimento di morte fisica, ma anche e soprattutto di morte metaforica e figurata. Da qui, possiamo chiederci: quand’è che moriamo ogni volta in vita? Il considerare questo limite e confine dona lo slancio per vivere più vitalmente possibile; in alcuni casi viverlo permette di scoprirsi più consapevoli di noi stessi e del “luogo” che reputiamo possa essere, per noi, il più lontano possibile dalla condizione di morte. La presa di coscienza tragica è sinonimo perciò di complessità, fa emergere quel sentimento di imparzialità e universalità che sta alla base anche della vita collettiva e in particolare della democrazia: l’essere umano è una creatura tra le altre. Perché però l’essere umano sembra sfidare continuamente la morte alla ricerca di un’immortalità non fisica, ma spirituale o interiore, che lasci un’impronta del proprio passaggio? È a causa della creazione: la naturale e necessaria tendenza dell’essere umano a partorire nel bello, che trasforma anche il più bizzarro dei destini (il suo) in opera d’arte. Così egli crea il suo mondo, una cultura, un assetto sociale, un segno che attesti e celebri che c’è e c’è stata la vita. Volere l’eternità di un istante per sempre ci fa sentire il limite del tempo che ci è dato vivere: ciò che desidero allora è vivere ogni giorno il giorno effimero. È nella caducità della vita, dunque, che scorgo la possibilità di redenzione, ma soprattutto di azione e decisione.
Castoriadis è convinto, in definitiva, che con la presa di coscienza tragica primordiale del mondo si venga in contatto con l’ordine impenetrabile dell’universo e l’uomo cerchi un controllo per gestire quell’immensità ai suoi occhi alogica; l’uomo greco, allora, nel rispetto delle ambiguità costitutive dell’esistenza, trova un’autorità dentro di sé: questa autorità è la sua fantasia che genera insieme sia il mito che le leggi, ovvero un nuovo ordine umano.
Sempre nell’ottica di una ricostruzione dell’immaginario greco e di spiegazione della continuità/rottura con la presa di coscienza greca a partire dal mito, Castoriadis, dal seminario VIII, approfondisce il tema dell’origine, dell’arché, attraverso l’analisi dettagliata di alcuni passi significativi di Esiodo e di Anassimandro, mettendoli in relazione tra loro. Nella Teogonia, Esiodo presenta il caos come una dimensione ambivalente da cui prende forma il mondo. Questa matrice originaria ha, da una parte, il significato di “vuoto”, “abisso”, da cui tutto si è generato: un primo senso attraverso cui Castoriadis tematizza l’idea della creazione del tutto ex nihilo, da un non-essere. Il secondo senso è, invece, quello legato alla matrice come mescolanza informe (p. 138), orrenda, pericolosa e spaventosa, rappresentata dal Tartaro, luogo da cui partono le radici della terra. In Anassimandro, l’apeiron ha il significato di indefinito, l’essere è irrappresentabile e indeterminabile; il suo senso risiede nell’idea stessa che l’esistenza è un’ingiustizia a livello cosmico che si paga con la morte: l’essere è un ciclo di nascita e distruzione di forme nell’indeterminato: tutto richiama l’equilibrio dei contrari e l’essere umano è chiamato ad abitare la sua apparente contraddizione e irriducibilità.
Da ciò segue necessariamente Eraclito, che infatti occupa un ruolo decisivo a partire dal seminario XI. In questa discussione, Castoriadis sottolinea come per il filosofo di Efeso il punto non sia eliminare il conflitto, bensì comprenderne la funzione generativa. Nei frammenti eraclitei, infatti, i contrari non sono opposti inconciliabili, ma si richiamano, si designano vicendevolmente e rendono possibile il movimento del mondo. Bisogna quindi fare lo sforzo di riunificare ciò che appare radicalmente opposto, perché in fin dei conti i discordi compongono l’unità, l’Uno. La tensione e la contraddittorietà delle forze diventa determinazione ontologica, è il principio positivo e attivo che tiene insieme l’essere, che dà vita al flusso armonico sempre in movimento, dunque sempre differente. L’immagine celeberrima è quella dell’arco e della freccia: due forze che per restare in equilibrio diventano una sola, tramontano, si annullano e allo stesso tempo prendono vita; l’Uno per Eraclito è il fuoco che produce e consuma insieme calore. Comprendere l’oscillazione di questo movimento armonico, nella metafora del fuoco, significa giocare con l’inversione e il dinamismo, significa addormentarsi e svegliarsi senza cadere nell’identificazione.
Per concludere, con la rielaborazione di queste significazioni immaginarie che dettero la luce alla Grecia di Pericle, Castoriadis ci illustra un mondo coerente, ma da cui abbiamo l’impressione di essere lontani anni luce; contemporaneamente, l’impressione con cui ci immergiamo in questo mondo è rassicurante e familiare perché mostra l’universalità e l’attualità del suo ethos. È proprio questa la forza del testo: non presentare la Grecia come un mito compiuto, ma come una domanda ancora viva sul rapporto tra istituzione, libertà e immaginazione. L’immagine è quella del fuoco che continua ad ardere ancora oggi.
(24 luglio 2026)

English