giovedì , 13 Agosto 2026
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223. Recensione a: Sofia Vanni Rovighi, Ontologia, a cura di G. D’Anna, Scholé, Brescia 2026, pp. 110. (Alberto Giovanni Biuso)

Nel 1979 l’Istituto dell’Enciclopedia Italiana affidò a Sofia Vanni Rovighi il compito di redigere la voce Ontologia per l’Enciclopedia del Novecento. Il risultato è una ricognizione limpida e rigorosa di alcuni dei momenti e delle forme nelle quali la filosofia teoretica abbandona finalmente il primato antropocentrico della gnoseologia per riconoscere «che l’ente reale è in sé, affermazione nella quale consiste il realismo» (pp. 41-42). Particolare rilevanza viene data in queste pagine alla fenomenologia, alla neoscolastica, al pensiero di Nicolai Hartmann. Si dispiega in tal modo la centralità nel lavoro filosofico della questione fondante e molto antica della filosofia, la questione dell’essere.
La parola ontologia fa infatti riferimento alle grandi metafisiche classiche anche se il termine è assai più recente, essendo comparso per la prima volta nella Metaphysica divina di Abraham Calovius, pubblicata nel 1636. Il vocabolo venne ripreso nel 1730 da Christian Wolff già a partire dal titolo della sua Philosophia prima sive ontologia. Kant costruì il proprio sistema critico proprio nel confronto con l’ontologia, esattamente con la metafisica come ontologia, ma la forza del reale si è dimostrata più forte anche del criticismo, come dimostrano sia la vitalità delle metafisiche analitiche sia l’incessante indagine critica sul pensiero di Martin Heidegger nella filosofia del presente. La differenza ontologica è un dispositivo assai fecondo al quale Heidegger ha dato nome e profondità.
Esso è uno dei concetti fondamentali anche del pensiero di Hartmann, per il quale la ratio essendi del reale è cosa diversa dalla sua ratio cognoscendi, da essa del tutto autonoma. Per Hartmann la filosofia è ontologia e da essa si dispiegano i diversi suoi ambiti, aree di ricerca, interrogativi. L’ente, infatti, che è oggetto dell’ontologia, «abbraccia ogni realtà, sia quella del pensiero come quella delle cose. […] Poiché, dunque l’essere è implicito in ogni realtà, la ricerca sull’essere è la ricerca filosofica fondamentale» (p. 37).
Tale fondamento è anche temporale poiché le diverse forme del tempo accadono, esistono e si raggrumano sempre nel presente, nel suo atto, nella sua necessità, nel suo darsi che è insieme unitario e molteplice. Hartmann, ad esempio, «ritiene che si debbano distinguere quattro gradi fondamentali di realtà: la realtà corporea inanimata, la realtà vivente e, nell’ambito dello spirito, lo spirito soggettivo e lo spirito oggettivo, cioè le opere dello spirito (arte, diritto, morale)» (p. 49).
Anche le categorie prima di diventare forme della conoscenza umana, come in Kant, costituiscono modalità nelle quali l’essere accade e con le quali si dà. Esse sono infatti dei principi costitutivi dell’essere, «sono sì i predicati più universali, ma predicati che esprimono primariamente la struttura del reale, non i nostri (umani) modi di concepire il reale» (p. 47). Come si vede, si tratta di una chiara e feconda ripresa della concezione aristotelica delle categorie.
Il primato dell’ontologia sulla gnoseologia e sulla psicologia; il riconoscimento dell’autonomia del reale rispetto a qualunque corpomente in grado di indagarlo, apprenderlo e conoscerlo, sono anche forme di una necessaria e profondamente filosofica umiltà intellettuale. Essa non soltanto si tiene lontana dalla hybris di chi ritiene che la potenza della materia e dell’energia dipenda in qualche modo da una entità effimera e inconsistente come la specie umana o come qualunque altra entità biologica, ma anche accetta e sa che «il conoscere umano è limitato, non coglie il reale fino in fondo, ma ne coglie appunto solo gli aspetti intelligibili» (p. 47), essendo la conoscenza una prassi asintotica che ha il diritto e il dovere di spingersi sino ai limiti ultimi delle proprie capacità intellettuali, ben sapendo però che tali limiti rimangono assai consistenti.
Heidegger, Hartmann, la neoscolastica, pur così diversi tra di loro sanno – come afferma Maritain – che «la prima verità sulla quale si fonda ogni discorso non è cogito ergo sum, ma scio aliquid esse», che «l’aliquid est è il punto di partenza di tutta la filosofia» (pp. 56-57), che qualcosa è oltre l’io, oltre il soggetto, oltre la specie, al di là della catena di tracotanza che vorrebbe legare l’universo alla Terra abitata dagli umani e che invece lega gli umani ai confini nei quali abitano, ai limiti di ciò che sono, alla materiatempo.

(9 luglio 2026)

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