venerdì , 19 luglio 2024
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173. Recensione a: Giovanni Giorgini, Introduzione al pensiero politico classico, il Mulino, Bologna 2024, pp. 288. (Federico Casella)

Il volume di Giovanni Giorgini nasce primariamente come manuale dedicato alla didattica universitaria, ma fornisce una serie di riflessioni che lo rendono, nel contempo, anche un valido saggio storico-filosofico. Giorgini è infatti convinto che, se qualunque prodotto culturale è frutto del contesto storico-sociale della sua epoca, è assolutamente necessario tenere conto della distanza che ci separa dal pensiero politico antico: i Greci tendevano infatti a concepire l’uomo non tanto come individuo dotato della sua singolarità ma come ente relazionale, il quale trova il suo pieno compimento all’interno della comunità politica di appartenenza, comunità che è anche etica, le cui leggi, cioè, mirano a difendere un preciso genere di vita; non vi è quindi spazio per riflessioni sui diritti del singolo. Alle nozioni di individuo, di Stato (una forma verticale di potere, eminentemente del sovrano) e di separazione tra vita privata (morale, religione, ricerca della felicità) e sfera pubblica che caratterizzano la teoria politica dell’età moderna, il pensiero politico antico contrappone il cittadino, la polis (come forma orizzontale di governo: si governa e si è governati a turno) e l’incanalamento dell’esistenza umana prima di tutto nella dimensione del collettivo.
Il volume si compone di sette capitoli, dedicati ad autori e correnti antichi (un lista “capillare” che non si limita solo ai “filosofi” e ai “nomi maggiori”, ma a tutte le figure che fornirono significative riflessioni politiche) con particolare riguardo all’analisi del contesto storico-sociale di appartenenza (come elemento necessario per comprendere la portata di una determinata posizione); ciascun capitolo è arricchito da una bibliografia essenziale e orientativa per futuri approfondimenti.
Il primo capitolo, Le origini del pensiero politico: poeti, cittadini, tiranni, si sofferma sulla tesi secondo la quale il pensiero politico è coevo alla fondazione stessa di una società umana, all’interno della quale interrogativi circa la distribuzione dei ruoli, l’articolazione del tessuto sociale, la determinazione dei comportamenti preferibili diventano cruciali: Giorgini è convinto che i Greci abbiano “inventato” la politica, da intendere come spazio nel quale curarsi del bene comune. Già gli eventi narrati nei poemi omerici testimoniano la necessità di stabilire che cosa fosse la giustizia alla luce delle norme che regolano, sotto il segno divino, i rapporti umani, specialmente in risposta a un mondo in cui l’autorità centrale del sovrano viene sempre più affiancata da aristocratici e re minori. Con Esiodo sembrano consolidarsi le nozioni di giustizia divina e di giustizia umana, la seconda come specchio della prima, mentre a partire da Tirteo emergerebbe con maggiore forza l’ideale di comunità, forse parallelo all’affermazione della tattica oplitica e dello spirito di coesione, solidarietà e lealtà che la caratterizza. La comunità è però inevitabilmente permeata dal conflitto tra individui di estrazione differente: in risposta ai numerosi rivolgimenti interni delle varie poleis, autori come Alceo, Teognide, Pindaro, Solone, Clistene avanzano riflessioni circa la natura dei capi politici, le qualità da promuovere in una società, l’ideale del buon ordinamento; in altre parole, si determina sempre di più un senso di progettualità e di iniziativa politica eminentemente umana.
Nel secondo capitolo, Erodoto, i Sofisti e la scuola ippocratica: il sorgere del sapere critico, Giorgini focalizza l’attenzione sulla portata di un evento altamente d’impatto nell’immaginario collettivo greco: le Guerre Persiane. Esse vennero interpretate “esistenzialmente” da Erodoto, ossia come uno scontro tra civiltà che dimostra la superiorità del carattere e del modo di vivere greco, nonché delle sue istituzioni politiche. Atene è il centro principale di irradiamento di questa posizione, in quanto funzionale a supportare la sua politica imperialistica. Nello stesso periodo, è però rilevante anche la riflessione medica, ad esempio di Alcmeone di Crotone e dei circoli ippocratici: gli studi medici enfatizzano infatti la specificità dell’essere umano, nettamente distinto dagli dèi e dagli animali, con il corollario secondo il quale la conoscenza suprema appartiene alle divinità, sebbene gli uomini possano acquisirla tramite indizi e prove, nella convinzione, dunque, del primato della ragione; inoltre, la ricerca di una condizione sana e normale (un equilibrio tra componenti differenti) diventa un paradigma a cui tendere nei casi di malattia; infine, si consolida il concetto di “natura”, physis, ossia caratteristiche universalmente valide, contrapposto al nomos, ossia un prodotto “artificiale” appartenente a una specifica società. Si tratta di concezioni destinate a segnare indelebilmente la storia del pensiero politico: furono infatti temi ampiamente discussi dai Sofisti, i quali aggiunsero la convinzione dell’insegnabilità della capacità di governare e una “ipertrofizzazione” della dimensione pubblica e orale del fare politica.
Il terzo capitolo, Il V secolo: storia, tragedia e commedia, guarda invece all’ultimo evento significativo del V sec. a.C., la Guerra del Peloponneso, e la serie di prodotti culturali che si generarono in parallelo, o poco posteriormente, allo svolgersi dello scontro. Giorgini invita innanzitutto a considerare Tucidide come una figura poliedrica: storico, mosso dalla volontà di accertare la verità dei fatti, filosofo, consapevole di aver scoperto una nozione universale, e anche scrittore epico e tragico, attento a tramandare una narrazione drammatica di questa guerra, Tucidide sostiene l’universalità di certe leggi che regolano il comportamento degli uomini, la cui natura è portata allo scontro violento. Egli è convinto che sussista un netto conflitto tra “imperativi” morali e responsabilità politica, con la necessità di intraprendere qualunque azione, da parte di un governo, per mantenersi in vita: le interazioni umane sono allora spesso ispirate dallo “stato di necessità” – che legittima, in base all’emergenza delle circostanze, piani e provvedimenti perfino empi e immorali – e dall’esistenza del “diritto del più forte”. L’idea che un regime politico si determini come struttura che mira all’auto-mantenimento si trova significativamente nel primo scritto anti-democratico giunto fino a noi, la Costituzione degli Ateniesi attribuita a Senofonte: il libello, probabilmente non senofonteo, concepisce la democrazia ateniese come un regime immorale retto da uomini di poco valore, ma perfettamente efficiente nei meccanismi di gestione interna e di politica estera. Perfino il teatro greco costituisce un laboratorio di riflessione politica, testimone delle convinzioni e dei dubbi della società: dalla fede nella giustizia divina e nell’ordine del cosmo alla crisi circa i limiti della ragione e della conoscenza umane, dall’indagine serrata sui valori e sulle istituzioni democratiche alla deformazione comica della loro realtà come invito alla critica e al miglioramento.
Nel quarto capitolo, Platone e la ricerca della città perfetta, dopo aver insistito sulla volontà di Socrate di stabilire il bene comune e i criteri per determinare chi è effettivamente competente, Giorgini ricostruisce il pensiero politico di Platone, presentato come “l’inventore” della filosofia politica, e cioè della ricerca della verità intorno a questioni sul vivere in comunità, analisi che culmina con l’individuazione della miglior forma di costituzione. Non si tratta di una descrizione del buon governo, ma di un progetto normativo da realizzare – certamente in risposta al fallimento etico e politico sia della democrazia ateniese durante la Guerra del Peloponneso, sia del regime oligarchico dei Trenta, sia della democrazia restaurata dopo la cacciata dei tiranni imposti da Sparta (macchiatasi della condanna a morte di Socrate, e cioè della filosofia). La politica è allora una lotta per la verità: individuare universali a cui tendere e adeguare tanto la condotta civica quanto la delineazione di una costituzione ottima, la cosiddetta kallipolis, la città perfetta della Repubblica. Altri dialoghi di Platone dedicati alla riflessione politica furono composti forse come soluzione alle critiche dei suoi allievi: da qui la nuova prospettiva del Politico, che non guarda all’eternità del bene come modello sempre uguale da imitare ma al mutamento delle cose umane, con la necessità di stabilire la conoscenza politica; e il ripensamento di ideale di città giusta ed efficiente delle Leggi, che indagano ciò che è maggiormente importante per l’esistenza umana (religione, interazione sociale, estensione e progettazione urbana, etc.).
Il quinto capitolo, Il IV secolo: oratori, riformatori e scuole filosofiche, considera la nascita di leghe tra più città e l’affermarsi dell’egemonia macedone nel corso del IV sec. a.C., a cui si accompagna l’importanza data a una singola figura, leader di una coalizione o monarca: si assiste, quindi, a una riabilitazione dell’immagine del governo di un solo uomo, ai margini delle indagini politiche del V sec. a.C. Per Giorgini, il terreno per questa riabilitazione è stato aperto da una letteratura emersa verso la fine della Guerra del Peloponneso: per la precisione, oltre al motivo dell’utopia e della progettazione di una società ottima proposta, ad esempio, da Aristofane, Ippodamo di Mileto, Falea di Calcedone, si diffondono una serie di opere dallo spirito “riformatore”, ad esempio i discorsi di Isocrate, animati dalla volontà di favorire la pacificazione tra le varie città greche e di promuovere una politica panellenica, o gli scritti di Senofonte, che sembra mostrare una certa apertura verso i singoli uomini straordinari.
Il sesto capitolo, Aristotele: ricerca empirica e sistematizzazione teorica, è dedicato alla fondamentale figura di Aristotele e sottolinea fin da subito la sua relazione con Alessandro Magno e il distacco che vi fu tra la teoria politica del precettore e la pratica politica del re macedone: se Aristotele difendeva la superiorità dei Greci sui barbari e la bontà della piccola comunità politica, Alessandro fondò invece un impero multiculturale; l’impatto di Aristotele fu fondamentale, quindi, primariamente per la riflessione teorica. Egli è sostanzialmente in accordo col maestro Platone nel cercare di illustrare il modo in cui trovare la felicità attraverso l’istituzione di un buon governo, ma ritiene che la politica coincida con la conoscenza intorno a cose umane e, dunque, variabili: non dunque, al contrario di Platone, con la verità assoluta, valida in ogni tempo e luogo. Aristotele fornisce, con la sua Politica, il primo trattato di scienza politica: egli scompone la politica nei suoi elementi basilari (essere umano, cittadino, famiglia, comunità, costituzione, dominio) e li esamina per comprendere correttamente ciascuno di essi. Nel contempo, lo scritto di Aristotele è anche il primo trattato di teoria politica: si indica il “ciò che dovrebbe essere”, impiegando la felicità umana come criterio per stabilire quale regime politico costituisca la comunità migliore, capace di trasmettere virtù ai suoi membri. E in più, eleva le indagini “economiche” – sulle relazioni interpersonali e produttive dell’oikos greco – a tema imprescindibile della riflessione politica.
Infine, nel settimo capitolo, L’Ellenismo, Giorgini analizza i cambiamenti a cui fu sottoposto il mondo greco nei secoli successivi alle conquiste di Alessandro Magno: ad esempio, l’unione tra regalità greca e divinizzazione orientale del monarca, che sarà alla base dell’idea del re come nomos empsychos, legge incarnata; ma soprattutto, il superamento della piccola comunità della polis greca arcaica e classica. In risposta, sorgono le più diverse riflessioni politiche: i Cinici affermano che l’utilità delle istituzioni consiste solo nel garantire la protezione, in quanto la libertà e l’uguaglianza sono i veri valori da promuovere e da ricercare; l’Epicureismo costituisce forse una sorta di “embrione” di individualismo, con il singolo uomo come centro di intenzioni e di cure; lo Stoicismo propone una nuova distinzione, non più tra Greci e barbari o aristocratici e democratici ma tra saggi e stolti, in altre parole l’unica differenza tra gli uomini consiste nel possesso o meno della virtù, possesso che andrebbe ricercato per fondare una città esclusivamente di saggi, una dimensione politica potenzialmente universalistica; infine, accanto alla letteratura utopica e di evasione sugli usi e i costumi – anche politici – di popoli stranieri o fuori dal conosciuto (immaginari e/o idealizzati) e ai vari trattati Sulla regalità e sul tema del buon governo monarchico, Giorgini si sofferma sulla figura di Polibio, con la sua celebre teoria delle forme di governo e dei loro avvicendamenti, nonché della preferibilità di una costituzione mista.
Il volume non si presenta dunque come una semplice successione di nozioni: dietro alla struttura manualistica vi è anche la volontà di fornire un saggio storico-filosofico – e anche, per certi versi, antropologico – sulla genesi e sul consolidamento della filosofia e della teoria politica antiche, con particolare riguardo sia alle complesse interconnessioni che legarono tra loro, storicamente e concettualmente, diversi autori sia alla portata del cuore teorico di ciascuna riflessione, a beneficio di chiunque voglia ulteriormente specializzarsi sulla storia delle dottrine politiche, sulla storia della filosofia antica o sulla filosofia politica.

(21 giugno 2024)

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