Con Il dominio e il dissenso. Breve manifesto per chi resiste, pubblicato da Feltrinelli nel 2026, Donatella Di Cesare prosegue il suo lavoro di scavo all’interno del lessico politico e filosofico del presente, spostando l’attenzione dalle nuove forme assunte dal potere alle possibilità che restano aperte per il dissenso. Se in Tecnofascismo l’autrice aveva individuato nella convergenza tra tecnocrazia, sicurezza e logiche identitarie i tratti di una configurazione politica capace di svuotare la democrazia senza abolirla formalmente, in questo nuovo volume la domanda si concentra su ciò che accade dall’altra parte del rapporto: che cosa significa dissentire quando il dominio non ha più bisogno di vietare apertamente la parola, ma può tollerarla, disperderla e renderla inoffensiva, salvo criminalizzarla nel momento in cui riesce realmente a incidere? È proprio questa trasformazione a rendere insufficiente l’immagine tradizionale del dissidente che si oppone frontalmente a un potere riconoscibile. Nelle democrazie contemporanee la libertà di espressione può infatti continuare a essere formalmente garantita mentre si restringono le condizioni materiali, simboliche e politiche che permettono alla parola di produrre effetti, aprire conflitti e modificare la partizione dello spazio comune. Il dissenso non scompare, ma cambia forma: è frammentato, intermittente, esposto, privo di un centro e di una teleologia condivisa, e proprio per questo rischia continuamente di essere assorbito nel rumore, trasformato in contenuto, ricondotto a devianza o isolato attraverso stigma e sospetto.
Sullo sfondo di questa diagnosi si impone inoltre il ritorno della guerra, non soltanto come conflitto armato, ma come principio ordinatore capace di penetrare il linguaggio e la vita politica, imponendo schieramenti, producendo nemici e facendo della compattezza un imperativo. Il problema del dissenso diviene allora inseparabile da quello della democrazia stessa: lungi dall’essere una semplice opinione divergente o una componente marginale del pluralismo, dissentire significa rendere visibile la divisione che attraversa ogni comunità politica e impedire che una parte possa presentarsi come il tutto. Di Cesare costruisce così una fenomenologia del dissenso contemporaneo che, dalla sua neutralizzazione fino alle forme della resistenza, tenta di individuare i punti nei quali l’ordine può ancora essere interrotto. Contra-dire il linguaggio dominante, occupare lo spazio pubblico, trasformare l’indignazione in alleanza e vigilare contro la mobilitazione permanente non costituiscono un nuovo programma politico né la promessa di un ordine futuro già delineato, ma le forme fragili attraverso cui può essere mantenuta aperta la possibilità del conflitto. Il dominio e il dissenso si presenta pertanto come un’indagine sulle condizioni del dissentire in un tempo in cui la parola sembra poter circolare liberamente proprio mentre diventa sempre più difficile farla contare.
Nel primo capitolo, intitolato «Disperso o criminalizzato», Di Cesare prende le mosse da quella che definisce la “favola della parola libera”, vale a dire dalla convinzione, rassicurante quanto ingannevole, secondo cui la progressiva scomparsa delle forme più esplicite di censura e repressione coinciderebbe con un ampliamento effettivo dello spazio del dissenso. Se nelle democrazie contemporanee la parola sembra poter circolare senza incontrare i divieti caratteristici dei regimi autoritari, ciò non significa infatti che essa riesca realmente a incidere nello spazio pubblico. Al contrario, il dissenso viene anzitutto disperso, frammentato in una molteplicità di voci, indignazioni intermittenti e controversie locali che, pur moltiplicandosi, finiscono per perdere peso politico. Proprio qui si consuma, secondo l’autrice, uno dei principali equivoci del presente: l’assenza di un divieto non coincide con la libertà se alla possibilità di parlare non corrisponde quella di produrre effetti, aprire conflitti e mettere in questione il dispositivo del potere. Quando, tuttavia, la parola critica smette di essere innocua, quando produce attrito e riesce ad avvicinarsi al cuore della decisione, alla dispersione subentra la seconda strategia individuata dall’autrice: la criminalizzazione. Il dissenso non viene allora confutato sul piano politico, ma ricodificato come problema di ordine pubblico, rischio per la sicurezza, irresponsabilità civile, estremismo o devianza. Il passaggio dalla politica alla polizia permette così di sottrarre il conflitto alla discussione e di trasformarlo in una questione tecnica e amministrativa: ciò che diviene intollerabile non è tanto il contenuto della parola, quanto la sua efficacia, la possibilità che essa interrompa il funzionamento ordinario e riesca a fare presa. La censura cambia così volto: non proibisce necessariamente la parola, ma restringe la scena in cui essa potrebbe acquistare efficacia.
Il dissenso, allora, non consiste semplicemente nel contrasto tra opinioni già riconosciute, ma nell’apparizione di una voce prima ridotta a rumore, nell’irruzione di chi mette in discussione la partizione stessa del visibile e del dicibile. Muovendo dall’etimologia stessa del termine, Di Cesare interpreta infatti il dissentire come un “sentire altrimenti”, una differenza percettiva che precede la formulazione di un’opinione e introduce una fenditura nella sintonia collettiva. Il dissenso, proprio perché introduce una nota stonata nella tonalità dominante, rischia allora di essere interpretato come anomalia, insensibilità o incapacità di adattamento, sino a essere patologizzato prima ancora che criminalizzato. L’ultimo movimento del capitolo porta infine l’attenzione sul silenzio, che non deve essere interpretato univocamente come conformismo o rinuncia, perché può anche custodire un dissenso ancora privo di voce. Si è così, paradossalmente, “liberi di tacere”, non perché la libertà sia pienamente garantita, ma perché il dominio non ha più bisogno di ordinare il silenzio, riuscendo piuttosto a far sì che gli individui si adattino in anticipo ai confini di ciò che può essere detto.
Nel secondo capitolo, «Il regime di guerra e la fabbricazione del nemico», Di Cesare individua nell’irruzione della guerra nel continente europeo una cesura capace di modificare non soltanto gli equilibri geopolitici, ma la stessa grammatica politica del presente. La guerra, cessando di rappresentare un’eccezione da contenere, diviene progressivamente un principio ordinatore attraverso cui vengono ridefiniti il linguaggio, le priorità e gli stessi confini della democrazia. Ma il conflitto non rimane circoscritto al fronte, perché attraversa progressivamente lo spazio pubblico e vi introduce un lessico binario, organizzato intorno alla contrapposizione tra amico e nemico, aggressore e aggredito, fedeltà e tradimento. Il regime di guerra opera in questo senso come un potente dispositivo di semplificazione: cancella le zone grigie, comprime le contraddizioni e rende sospetto ogni dubbio, trasformando la richiesta di argomentare nell’obbligo di schierarsi. Il dissenso assume così la forma di una colpa simbolica non necessariamente per ciò che afferma o compie, ma per il rifiuto di partecipare al consenso richiesto, di condividere il medesimo tono e di aderire alla mobilitazione collettiva. Quando la guerra riscrive i limiti del dicibile, non allinearsi equivale allora a incrinare il fronte interno e il dissenziente può essere assimilato alla figura del disertore.
Questa trasformazione conduce direttamente al problema dell’autocensura, che Di Cesare considera uno dei fenomeni più significativi e al tempo stesso meno indagati delle democrazie contemporanee. L’autocensura rappresenta perciò una forma particolarmente compiuta del dominio, perché non elimina formalmente la libertà, ma la svuota dall’interno. Dal punto di vista dello spazio pubblico, questo processo assume la forma di quello che l’autrice definisce “silenziamento democratico”, una trasformazione interna alle democrazie liberali nella quale la libertà d’espressione continua a essere formalmente proclamata, mentre parlare diviene progressivamente più oneroso. Su questo terreno si innesta la stigmatizzazione, che non consiste nel confutare una posizione, ma nel trasformare la parola pronunciata in un tratto identitario capace di definire chi l’ha pronunciata. È precisamente in questo passaggio che il dissenziente scivola nella figura del nemico interno perché non rappresenta più semplicemente una posizione differente, ma qualcuno la cui presenza viene percepita come un rischio per la collettività. Il regime di guerra, dunque, non si limita a combattere il nemico esterno, ma lo riproduce all’interno, caricando il lessico politico di categorie belliche attraverso le quali la critica può diventare collusione, la cautela complicità e il dubbio slealtà. È su questo terreno che prende infine forma il “nuovo ostracismo”, forse il dispositivo più sottile descritto nel capitolo. Il suo esito più raffinato coincide allora con il punto da cui il capitolo era partito: l’autocensura. Chi osserva l’esclusione altrui apprende infatti a prevenire il proprio possibile isolamento, correggendo in anticipo la parola e restringendo autonomamente lo spazio del dissenso.
Nel terzo capitolo, «Una costellazione instabile», Di Cesare si interroga sulle forme che il dissenso può ancora assumere dopo la dispersione, la criminalizzazione e il silenziamento descritti nei capitoli precedenti. Se il dominio contemporaneo non si presenta più come un centro sovrano chiaramente identificabile, anche il dissenso perde infatti la configurazione unitaria e antagonistica che ne aveva caratterizzato molte delle manifestazioni storiche. Il dissenso non dispone più di un “fuori” dal quale lanciare la propria sfida, non promette necessariamente un mondo nuovo e interviene piuttosto su nodi circoscritti dell’esistente, opponendosi a una legge, una procedura, una pratica di esclusione, una decisione amministrativa o un algoritmo. È precisamente questa molteplicità di presenze, incapaci di costituire un soggetto unitario e tuttavia resistenti alla completa neutralizzazione, a formare quella “costellazione instabile” che dà il titolo al capitolo. Di Cesare ne individua una delle figure paradigmatiche nelle “mille Antigoni” che abitano il presente, riprendendo il gesto della protagonista sofoclea senza trasformarla tuttavia in un modello eroico da riprodurre. Le Antigoni contemporanee sono figure spesso anonime, isolate e vulnerabili che operano nei punti ciechi dell’amministrazione, là dove la vita e la morte rischiano di essere trasformate in pratiche da gestire, numeri da registrare o effetti collaterali da archiviare. È per descrivere questa nuova condizione che l’autrice introduce la categoria di “post-parresia” che non è un superamento della franchezza determinato dall’addolcimento del potere, ma una condizione caratterizzata dalla compresenza di due rischi, quello della punizione e quello della neutralizzazione. Lo scontro tende così a spostarsi dal contenuto della parola alla persona che la pronuncia.
Questa costellazione di dissidenti, pur nella diversità delle sue figure, presenta tuttavia un tratto comune: la mancanza di kratos. Per questo il dissenso resta critico ma fatica a diventare costitutivo, incrina senza fondare, interrompe senza istituire. È su questa soglia che Di Cesare approfondisce il significato propriamente politico del dissentire, distinguendolo dall’opinione, dalla protesta e dall’opposizione. Il suo significato più radicale consiste piuttosto nel rendere manifesta la divisione che attraversa già la comunità politica. Riprendendo la radice etimologica del sentire altrimenti introdotta nel primo capitolo, Di Cesare mostra come la dissonanza debba diventare visibile nello spazio pubblico perché possa acquisire una consistenza politica. Il dissenso compie il movimento opposto, perché porta la frattura allo scoperto e rende visibili coloro che la rappresentazione ufficiale aveva escluso. Lungi dal rappresentare una minaccia per il legame politico, il dissenso ne costituisce infatti una condizione, perché partecipare significa contemporaneamente prendere parte e prendere partito: entrare nello spazio comune, ma anche introdurvi una differenza. Il “legame della divisione” indica precisamente la possibilità di abitare questa soglia senza rimuoverla né assolutizzarla. La costellazione instabile descritta nel capitolo rappresenta così la forma fragile assunta dal dissenso nel presente: dispersa e priva di un centro, incapace spesso di trasformarsi in contro-egemonia, ma ancora capace, attraverso gesti di cura, parole esposte e interruzioni locali, di impedire che l’ordine possa chiudersi completamente su se stesso.
Nel quarto e ultimo capitolo, «Strategie di resistenza», Di Cesare passa dalla diagnosi delle forme contemporanee del dominio alla ricerca delle possibilità attraverso cui il dissenso possa sottrarsi alla duplice alternativa della dispersione e della criminalizzazione, senza tuttavia trasformare la resistenza in un programma precostituito o in una tecnica per la conquista del potere. Il primo terreno sul quale questa possibilità si gioca è quello del linguaggio perché il dominio non si limita a imporre decisioni, ma interviene sulle parole attraverso cui la realtà viene nominata e, dunque, resa pensabile. È per questo che, secondo Di Cesare, la resistenza deve cominciare proprio dal linguaggio, attraverso ciò che definisce il “contra-dire”. Contra-dire significa piuttosto interrompere il linguaggio del potere, smontarne le equivalenze, restituire alle parole il peso che hanno perduto e mostrare il carattere politico di ciò che viene presentato come naturale, necessario o inevitabile. Da questa prima strategia Di Cesare passa alla seconda figura della resistenza, quella della piazza e dell’interruzione. Interrompere significa sottrarsi precisamente a questa alternativa, attraversando la geometria del potere e mostrando che ciò che viene rappresentato come amministrazione neutrale conserva invece una struttura politica e decisionale. L’interruzione assume così una funzione destituente: non fonda immediatamente un nuovo potere, ma sottrae evidenza e legittimità a quello esistente, costringendolo ad abbandonare la maschera della neutralità e a mostrarsi come comando. Per questo l’interruzione non basta se non riesce a trasformarsi in durata, e la durata richiede una terza strategia: l’alleanza. Allearsi significa trasformare l’esposizione individuale in un legame capace di durare oltre la reazione immediata, costruendo una continuità che non annulli però le differenze. La sua forza consiste precisamente nella possibilità di mantenere insieme queste differenze, trasformando l’energia dell’indignazione in un vincolo politico capace di resistere anche quando l’urgenza si attenua e i contrasti interni riemergono.
Il problema dell’alleanza conduce quindi direttamente all’ultima strategia delineata nel capitolo, quella della vigilanza, che acquista una particolare urgenza nell’epoca del riarmo. Di Cesare sostiene infatti che non ci troviamo semplicemente davanti a una fase storica segnata da un aumento dei conflitti e delle spese militari, ma all’interno di una trasformazione più profonda in cui la guerra tende a divenire un principio stabile di organizzazione della politica. Di fronte a questa possibilità il dissenso deve radicalizzare la propria vigilanza. Vegliare significa sospendere ciò che viene presentato come evidente, non lasciarsi arruolare emotivamente, non accettare che la sicurezza diventi una categoria totale e che il riarmo venga imposto come unica risposta concepibile. L’ultima parte del capitolo riunisce infine queste strategie nella tesi secondo cui la guerra non è l’ultima parola. Il dissenso può restare fragile, intermittente ed esposto, ma proprio le strategie del contra-dire, dell’interruzione, dell’alleanza e della vigilanza impediscono che questa fragilità coincida con l’impotenza: finché resta possibile nominare diversamente, interrompere l’automatismo, trasformare l’indignazione in un legame e custodire la divisione contro l’imperativo della compattezza, il dominio non riesce a chiudere definitivamente lo spazio politico e la guerra, conclude Di Cesare, non può ancora pretendere di avere l’ultima parola.
Nel complesso, il merito principale del libro Il dominio e il dissenso consiste nell’aver sottratto il dissentire tanto alla rappresentazione eroica della ribellione quanto alla sua riduzione liberale a semplice pluralità delle opinioni, restituendogli una dimensione propriamente politica. Il dissenso non coincide infatti con il diritto individuale di esprimere una posizione diversa, né con la protesta, la disobbedienza o l’opposizione organizzata, ma indica quella frattura attraverso cui viene resa visibile la divisione che ogni comunità tende invece a occultare dietro l’immagine della propria unità. Proprio per questo il problema della libertà non può essere separato da quello dell’efficacia della parola. Si può essere formalmente liberi di parlare e, tuttavia, incapaci di incidere quando il dissenso viene disperso nelle periferie dello spazio pubblico, trasformato in contenuto consumabile o ricodificato come devianza nel momento in cui riesce ad avvicinarsi al centro della decisione. In un presente nel quale la guerra tende a presentarsi come destino e la sicurezza come criterio ultimo della politica, resistere significa anzitutto rifiutare che ciò che è storicamente prodotto venga percepito come inevitabile. Finché resta aperta questa possibilità, anche un dissenso disperso, intermittente ed esposto conserva la capacità di incrinare il dominio.
(1° settembre 2026)

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