martedì , 6 dicembre 2022
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122. Recensione a: Mauro Antonelli, Federico Boccaccini, Franz Brentano. Mente, coscienza realtà, Carocci, Roma 2021, pp. 261. (Cristiano Barbieri)

Richiamare nuovamente l’attenzione degli studiosi di filosofia e di psicologia su un percorso filosofico caduto oramai nell’oblio è l’obiettivo dichiarato del volume, uscito nel novembre 2021, scritto da Antonelli e Boccaccini. Gli autori spiegano in modo molto chiaro e conciso che l’ingiusta dimenticanza nella quale è incorso il pensiero di Franz Brentano (1838-1917) è dovuta al successo straordinario ottenuto da alcuni dei suoi più brillanti allievi tra cui spiccano eminenti figure quali Edmund Husserl, Sigmund Freud, Alexius Meinong e Carl Stumpf. Gli autori giustificano il loro ritorno allo studio di Brentano spiegando l’enorme influenza che questi ha esercitato su quelle che saranno le due principali correnti filosofiche del XX secolo, ossia la filosofia continentale (Husserl, Heidegger) e la filosofia analitica (Brentano influenzò massicciamente anche i giovani Russell e Moore). In particolare, gli autori sottolineano l’importanza che il filosofo tedesco ha rivestito per la nascita e lo sviluppo della moderna filosofia della mente. Nell’introduzione, infatti, si legge: «Contribuendo in modo sostanziale a due temi chiave della filosofia tardomoderna, vale a dire la rivolta contro l’idealismo e l’ascesa di una filosofia scientifica, Brentano ebbe un impatto sulla filosofia della mente paragonabile solo a quello esercitato in logica da Bolzano e Frege» (p. 13).
Il volume ripercorre la letteratura critica su Brentano, soffermandosi in particolare su coloro che, negli anni Sessanta del ’900, hanno contribuito alla sua riscoperta: Roderik M. Chisolm (1916-1999) e Rudolf Haller (1929-2014). Gli autori spiegano che uno dei principali problemi della storiografia brentaniana riguarda la questione se Brentano sia un pensatore sistematico. Antonelli e Boccaccini forniscono una risposta che val la pena di citare per intero, data la sua importanza: «Indubbiamente, la riflessione filosofica brentaniana reca in sé una profonda impronta metafisica. Nonostante la psicologia sia stata in certi periodi il focus del suo interesse, filosofia significa per lui essenzialmente metafisica, ovvero scienza della totalità dell’essere; metafisica non certo alla maniera dei sistemi artificiosi e arbitrari della “filosofia da un solo principio” ma, aristotelicamente, scienza dell’essere intenzionato dal pensiero che si costituisce attraverso un processo di mediazione a partire dall’esperienza. Metafisica dunque; ma metafisica dell’esperienza: una metafisica “dal punto di vista empirico” che si pone in linea di continuità con il lavoro delle scienze particolari» (p. 20). Brentano maturò ben presto un interesse per la psicologia, allineandosi al panorama culturale tedesco dell’epoca all’interno del quale la filosofia era stata sostituita dalla psicologia. Dopo la morte di Hegel nel 1831, in Germania inizia un periodo buio per la filosofia poiché le cattedre di filosofia vengono occupate da psicologi, chimici e studiosi delle scienze naturali: la filosofia è morta e il suo corpo è smembrato dalle scienze applicate. I protagonisti di questo dibattito (Beneke, in particolare) ritenevano che la disciplina filosofica fondamentale fosse la psicologia, la quale, a sua volta, non può essere fondata sulla metafisica poiché la precede. Costoro pensavano che fosse giunto il momento opportuno per dare vita ad una «psicologia empirica» costruita sul modello delle scienze naturali: «Come le scienze naturali osserva-vano, analizzavano la natura esterna, così la filosofia aveva quale proprio campo d’indagine la natura interna, era scienza dell’esperienza interna. Essa doveva quindi attenersi agli stessi metodi e alle stesse procedure seguite dalle scienze naturali» (p. 81). Bisogna avere chiaro però un dettaglio importante: Brentano rifiuta recisamente la possibilità di ridurre l’impresa della psicologia all’aspetto fisiologico. Il volume documenta l’interesse e l’attenzione che lo psicologo tedesco d’origine italiana ha sempre dimostrato per il lavoro del fisiologo Fechner che, proprio in quegli anni, ha formulato il principio psicofisico secondo cui l’aumento dell’intensità della sensazione è proporzionale al logaritmo dello stimolo. Brentano, nonostante l’ammirazione per Fechner, non mette mai in dubbio l’autonomia della psicologia la quale, a suo giudizio, si fonda cartesianamente sull’evidenza e sulla certezza della percezione interna (cfr. pp. 90-92). Brentano matura il suo pensiero in un contesto culturale come quello sopra descritto, avvicinandosi però alla filosofia di Aristotele nel segno di una rinascita della filosofia cristiana. La riscoperta di Aristotele, in Germania come del resto in tutta Europa, era presente anche in movimenti cattolici facenti capo al neotomismo e alla neoscolastica, movimenti che furono sempre estranei a Brentano che non vi prese mai par-te ufficialmente, non solo per mantenere una propria indipendenza di pensiero ma anche per sfuggire a situazioni scomode, data la sua posizione di giovane studioso cattolico alla ricerca di una sistemazione accademica in università protestanti.
Proprio per motivi di convenienza, egli preferì non esporsi troppo con frequenti citazioni tomistiche nella sua dissertazione del 1867 dedicata alla psicologia di Aristotele. Gli autori segnalano, a ragione, la difficoltà di trattare correttamente il rapporto che intercorre tra Brentano e il cristianesimo nella sua versione cattolica. Brentano fu sinceramente cristiano, questo è fuori dubbio. Ma ciò non impedì frizioni e contrasti dovuti soprattutto al suo rifiuto di riconoscere come legittimo il dogma dell’infallibilità papale. Brentano sosteneva che tale dogma fosse assurdo e del tutto inconciliabile con le Sacre Scritture e con la storia della Chiesa nel suo complesso (cfr. pp. 74-75). Il volume di Antonelli e Boccaccini merita una valutazione positiva anche per l’attenzione che esso dedica allo scritto di abilitazione del 1867 intitolato La psicologia di Aristotele. In questo lavoro, estremamente importante per la futura vita intellettuale di Brentano, il filosofo tedesco dimostra tutta la propria competenza in materia di studi aristotelici ricostruendo l’impianto del De anima e prestando particolare attenzione a quella «fitta trama di funzioni biologico-cognitive che dalla percezione sensibile conduce, senza soluzione di continuità, alle funzioni cognitive superiori o noetiche» (p. 57). È degno di nota, inoltre, l’impegno profuso dai due autori nel sottolineare l’appartenenza di Brentano al novero degli empiristi: l’esperienza cui si riferisce Brentano, tuttavia, non è la stessa alla quale si rifanno gli empiristi classici inglesi. L’empirismo brentaniano si basa sull’esperienza intesa come percezione interna dei fenomeni psichici: infatti, «nella percezione interna, ovvero nella consapevolezza evidente che abbiamo dei nostri fenomeni psichici, sta il fondamento ultimo di ogni certezza» (p. 138). E proprio il richiamo all’esperienza – sostengono gli autori – allontana il pensiero di Brentano dal misticismo idealista che egli ha sempre criticato duramente, considerandolo come il sintomo di una decadenza, in accordo col suo celebre “schema delle quattro fasi” secondo cui la storia della filosofia attraversa sempre periodi di progresso e periodi di decadenza. In questo senso, la stagione kantiana e quella idealista sono interpretate come fasi di decadenza, mentre lo stadio della filosofia medievale che vede protagonista San Tommaso è interpretato come una fase ascendente. Ovviamente, gli autori hanno circoscritto la portata di queste schematizzazioni di Brentano, sottolineandone le forzature (cfr. pp. 49-50).
Inoltre, è importante evidenziare che l’avversione all’identificazione di logica e metafisica che contraddistingue l’anti-idealista Brentano (cfr. p. 117) si ritrova anche nei testi di un altro precursore della fenomenologia, Bernard Bolzano (1781-1848), il quale, nella sua Wissenschaftslehre, ha scritto – contro gli idealisti – che «il pensiero di una cosa e la cosa stessa che da questo pensiero è pensata sono sempre distinti, anche nel caso in cui la cosa alla quale pensiamo è essa stessa un pensiero» (B. Bolzano, Dottrina fondamentale, Bompiani, Milano 2014, p. 111). Per questa ragione, lo studio del volume di Antonelli e Boccaccini è consigliato anche a tutti coloro che siano interessati ad approfondire i presupposti storico-filosofici della fenomenologia husserliana.
Tradizionalmente, la storiografia filosofica (e in primis Nicola Abbagnano: cfr. Storia della filosofia, Tomo III, pp. 826-828) scorge nella figura e nell’opera di Brentano un anticipatore della fenomenologia di Husserl per quanto riguarda la nozione di intenzionalità. A questo concetto decisivo non si richiama solo Husserl ma anche Meinong. Il volume di Antonelli e Boccaccini dedica ampie sezioni a quel monumento del pensiero umano che è La psicologia dal punto di vista empirico del 1874, opera nella quale compare precisamente per la prima volta il concetto di intenzionalità. Un’ulteriore valutazione positiva di questo libro deriva dal fatto che i due autori si siano assunti la responsabilità di spiegare in che modo Brentano intenda la nozione estremamente generica di psicologia. Questo punto, in effetti, può creare dei fraintendimenti e, di conseguenza, merita un approfondimento utile a coloro che siano intenzionati ad affrontare la lettura del testo: «Con il termine “psicologia” Brentano non intende, però, la disciplina accademica quale la conosciamo e intendiamo oggi, ossia la scienza che studia il comportamento degli individui […] e che indaga il linguaggio, la memoria, la percezione e tutti i processi cognitivi e dinamici (intenzioni, emozioni, personalità, etc.). L’uso che Brentano fa del termine “psicologia” per designare la scienza dei fenomeni psichici rinvia più a una filosofia del pensiero che a una psicologia in senso stretto» (p. 82).
La psicologia dal punto di vista empirico e diverse lettere indirizzate ad Anton Marty, stando al parere degli autori, non lasciano dubbi sul fatto che la fonte di ispirazione della brentaniana “in-esistenza intenzionale” sia la teoria aristotelica della percezione secondo la quale l’oggetto percepito è presente nell’anima con la sua forma ma senza la materia (cfr. p. 101). L’intenzionalità, secondo la Psicologia del 1874, è la qualità specifica dei fenomeni psichici che, a differenza dei fenomeni fisici, si rivolgono tutti quanti a un oggetto immanente. Nella medesima opera Brentano propone inoltre un’importante e fortunata classificazione dei fenomeni psichici alla quale Antonelli e Boccaccini dedicano una ventina di pagine (cfr. pp. 110-133). In sintesi, i fenomeni psichici si suddividono in presentazioni (Vorstellungen), giudizi (Urteile) e moti affettivi o sentimenti (Gemütsbewegungen). Nella presentazione, l’oggetto è semplicemente presente senza che ci sia una presa di posizione da parte nostra; nei giudizi lo stesso oggetto viene affermato o negato; infine, nei sentimenti l’oggetto è amato o odiato. Gli autori, tuttavia, mettono in guardia il lettore dal confondere la natura del giudizio e quella del sentimento: «La nostra esperienza ci mostra, al contrario, che i nostri sentimenti di gioia e di dolore, di amore e di odio sono di natura diversa dai fenomeni di conoscenza. Al riconoscimento di un oggetto come vero non segue necessariamente un sentimento di amore o di gioia, alla negazione di un contenuto di giudizio come falso non corrisponde un sentimento di odio» (p. 123).
Nelle sezioni conclusive del volume viene presa in considerazione la svolta reista dell’ultimo Brentano, secondo cui «solo il reale è il possibile oggetto degli atti mentali». Secondo questa impostazione, il concetto di reale ci è dato come una categoria originaria che non ha bi-sogno di alcuna giustificazione. Il concetto di reale, al pari dell’ens di Tommaso d’Aquino, è ciò che per primo l’intelletto concepisce come la cosa più nota e in cui risolve tutti i concetti (cfr. p. 178). Molto interessante risulta inoltre il capitolo dedicato alla permanenza di Brentano in Italia, durante la quale esercita un’influenza decisiva su tutti quei pensatori che non si erano arresi all’imperante neoidealismo di Croce e Gentile: stiamo parlando di pragmatisti quali Vailati e Calderoni (i quali approfondirono l’aspetto logico-linguistico del pensiero brentaniano), anti-idealisti come Francesco De Sarlo e Antonio Aliotta e, infine, psicologi come Vittorio Benussi. Mario Calderoni, in particolare, sfruttò alcuni elementi del pensiero del filosofo tedesco per redigere la propria tesi di laurea in giurisprudenza: «Muovendo da un’analisi del linguaggio ordinario, Calderoni osserva come, pur essendo l’atto volontario mosso anche da istinti, passioni e impulsi, esso è propriamente tale quando questi impulsi sono accompagnati da chiara e lucida consapevolezza dell’atto che seguirà e delle conseguenze a cui esso porterà, rendendo possibile la sua inibizione. Quella lucida consapevolezza rinvia a credenze, intese nel senso della Psicologia di Brentano, e non a meri conflitti tra rappresentazioni o idee connesse in termini associativi per contiguità o somiglianza. È dagli istinti e dall’attività automatica del sistema nervoso che traggono origine i sentimenti che indicano alla nostra volontà dei fini, e tra questi ve ne sono alcuni che mostrano di essere desiderabili e preferibili ad altri per se stessi, senza bisogno di giustificazione, come Brentano aveva evidenziato nell’Origine della conoscenza morale» (p. 170).

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