mercoledì , 7 dicembre 2022
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123. Recensione a: Marco Maggi (a cura di), Walter Benjamin e la cultura italiana, Olschki, Firenze 2022, pp. 164. (Enrico Palma)

Questo interessante volume curato da Marco Maggi, espressione del convegno tenutosi a Lugano nel 2019 in occasione dei cento anni dalla scrittura di Schicksal und Charakter, raccoglie spunti molto vividi sui rapporti non soltanto testuali tra il filosofo tedesco e la storia intellettuale italiana recepita da Benjamin sotto diversi profili. Dico non solo testuali, o ricostruttivi circa la possibile genesi di alcuni importanti lavori benjaminiani, perché ampio spazio è dato anche alla riflessione teoretica che gli squarci sull’opera riescono ad aprire e a incoraggiare, se si dà per assodato che la cultura italiana, in particolare tenendo conto dei numerosi viaggi che Benjamin ha compiuto nella Penisola, condensa anche «un significato maieutico» (p. XI). Maieutico poiché, come detto, profondamente filosofico.
Alla ricerca infatti delle possibili tracce che potrebbero stare a monte della redazione di Schicksal und Charakter, Nicola Emery ne indaga con grande precisione e attenzione teoretica l’ascendenza filosofica, suggerendo i debiti, le antitesi e le possibili suggestioni derivanti, ad esempio, da Klages, Cohen e da Kant, un’intuizione che, in una tensione resa tale e costante dalla felicità, vero rovello del filosofo berlinese, permette di concepire il pensiero benjaminiano come intriso sin dalla giovinezza proprio da un anelito verso il Felice, giocato, appunto, tra destino e carattere: «L’antinomia, di natura in fondo schematicamente ebraico-kantiana, fra carattere e destino, fissata per la prima volta nel testo microscopio del ’19, si precisa vieppiù come esplosiva antinomia fra destino ciclico-conservativo e carattere distruttivo messianico, come scontro fra conservazione mitico-destinale e nichilismo messianico romantico-rivoluzionario. Ebbene, queste implicazioni e questi sviluppi a venire sono già tutti potenzialmente presenti nel gioiello prismatico ed esplosivo del ’19» (p. 34). Il testo del ’19 rappresenta dunque per Emery un’anticipazione già matura e in forma contratta dei principali temi della filosofia benjaminiana, soprattutto degli ultimi anni Trenta.
L’Italia dell’arte e delle città rinascimentali è stata ben meditata e recepita da Benjamin, così come emerge dello studio di Sigrid Weigel, che indaga alcuni significativi Denkbilder benjaminiani, divenuti ormai elementi paradigmatici della sua filosofia e di ogni suo approccio di studio. Weigel sottolinea come il Benjamin che scrive sulle città, uno su tutti il bellissimo testo su San Gimignano in cui il filosofo dà conto nelle prime righe di una micro-teoria della scrittura per immagini e della rimossa aleatorietà dalla parola che diventa visione non appena individua l’idea che la definisce, abbia assorbito e dato una declinazione eccezionalmente personale a quanto l’arte e l’architettura italiane gli suscitavano. Interessante è infatti la disamina delle riflessioni di Benjamin sulle opere di Giotto – con un incrocio con il Giotto dello Swann proustiano – dal quale, nella proposta dell’autrice e sulla base di alcune convergenze testuali soprattutto dal Passagenwerk, potrebbero emergere elementi utili per comprendere meglio la gestazione della concezione allegorica dell’Ursprung, a questo punto, per così dire, di matrice non esclusivamente barocca. «In tal modo», scrive Weigel, «Benjamin scopre nelle allegorie del Rinascimento non soltanto la sopravvivenza di antiche Pathosformeln [il dispositivo gemello al Denkbild tanto caro a Warburg] e figure, bensì anche il loro rovesciamento in immagini del creaturale e del demoniaco», in un’ispirazione in cui il plesso creaturale-teologico struttura per intero l’allegoria benjaminiana.
Carla Mazzarelli ricostruisce invece la vicenda di una citazione inserita da Benjamin nel Passagenwerk, a proposito del museo di copie di arte rinascimentale curato da Adolphe Thiers e appartenente a Charles Blanc, nel suo pamphlet intitolato Le Cabinet de M. Thiers. La copia, nelle intenzioni del curatore, avrebbe dovuto salvare l’originale, garantirlo all’osservatore proteggendo la sua forma originaria da qualsiasi minaccia di degrado e di distruzione. È inutile ricordare quanto Benjamin fosse sensibile alla riproducibilità – tecnica o di carattere espositivo come il progetto di Thiers – delle opere d’arte, ma a questo proposito, suggerisce Mazzarelli, il riferimento deve essere ignorato, auspicando di guardare alla questione alla luce di un altro, grande tema benjaminiano, quello del collezionismo e, in misura maggiore, della trasmissibilità dell’opera d’arte come evento e unicità all’interno del flusso storico di cui l’opera stessa in quanto tale rappresenta un istante di assoluta originalità. Paradossalmente, emergendo in quanto copie, i souvenirs di Thiers incrementano l’aura dell’originale, poiché non è la caduta dell’opera nella sua replicabilità tecnica su altri medium a essere a tema, bensì la distanza storica che una tecnica diversa di realizzazione (acquerello, olio o tempera) genera, determinando di conseguenza l’aumento di significatività storica dell’originale. Pur nella distanza, le copie avvicinano infatti al concetto dell’originale e alla sua più propria conoscibilità: «Quelle copie della pittura italiana della collezione di Thiers conservano, per Benjamin, un’immagine auratica proprio per la loro esibita vicinanza, culturale e tecnica, alle opere che rappresentano» (p. 73).
Attraverso la metafora manzoniana dello scrivere (e anche del leggere) davanti a un camino, Marco Maggi articola l’accostamento tra tale immagine e quella ormai famosa del saggio benjaminiano sulle Wahlverwandtschaften della fiamma dinanzi alla quale il commentatore e il critico si pongono rispettivamente come il chimico e l’alchimista. Benjamin aveva infatti visitato, nel suo soggiorno milanese, il Famedio, all’interno del quale è sepolto Manzoni, di cui è ragionevole pensare che Benjamin abbia letto l’opera maggiore nei suoi anni liceali. Il pensiero della morte formulato di fronte alla tomba di Manzoni, che non entusiasmò particolarmente Benjamin, potrebbe trovare secondo Maggi un’eco in un passaggio del saggio su Leskov in cui per il filosofo berlinese con l’avvento della modernità sarebbe mutata radicalmente la consistenza sociologica della morte e soprattutto le sue condizioni di narrazione. Il camino di Manzoni potrebbe anche richiamare alla mente un altro luogo dell’Erzähler, quello in cui nella narrazione che ricorda (nel senso dell’Eingedenken, della rammemorazione così intesa da Benjamin) si mima il divampare della vita del romanzo tra le braci di quella di chi legge, e in modo più intenso e trasformativo nella vita di chi legge criticamente. La creazione letteraria sarebbe per di più, in questo incontro manzoniano-benjaminiano, quella appunto della fiamma sempre viva, da controllare e fomentare, da custodire e ravvivare, poiché in essa, come il fuoco della vita, risiede il segreto di ciò che va comunicato e quindi anche la parola non detta di coloro che non possono raccontarla, la cui voce è raccolta dallo scrittore che nella dignità del suo talento e della sua esperienza vissuta le attribuisce una narrazione. Pensando per un attimo alla parola dei Promessi sposi, vi si oppone un’altra parola, «la scrittura romanzesca, la quale si sforza di custodire il fuoco della vita anonima degli esclusi dalla scrittura incorporando al proprio interno la parola orale» (p. 90), quella parola particolare in cui Benjamin faceva consistere la bellezza in svanimento della narrazione e il suo carattere più proprio, di cui il romanzo, pur nella sua forma diversa e ormai lontana dai contesti in cui l’oralità adunava gli uomini, può ancora ricordarsi.
Alla presenza di Croce, nella Vorrede dell’Ursprung come nel resto dell’opera di Benjamin, dedica considerazioni importanti anche Roberto Gilodi, il quale, pur sottolineando le differenze inconciliabili tra i due filosofi, ravvisa comunque tratti comuni, individuati nella «centralità che assume in entrambi la ‘visione’ non come dato sensoriale ma come intuizione intellettuale in cui vi si attua istantaneamente una sintesi di forma e contenuto» (p. 101). Le differenze tra i due divengono però insormontabili non appena si interroghi più dappresso appunto la Vorrede: entrambi condividono un platonismo di fondo, che per Benjamin è mutuato dai Romantici, per Croce da Hegel, e Gilodi fa bene a insistere nella divaricazione provocata da altre due paia di temi fondamentali, la separazione assoluta nella concezione delle idee e di concetti, e soprattutto di origine (Benjamin) e di genesi (Croce), cosa che fa del filosofo napoletano un importante polo dialogico e di giusta e irriducibile lontananza con l’autore dell’Ursprung.
Molto apprezzabile, a mio giudizio, il contributo conclusivo con cui Corrado Bologna ricostruisce alcune coordinate della storia della ricezione di Benjamin in Italia, unendo il suo personale rapporto con il filosofo berlinese alla sua irresistibile fortuna dopo la pioneristica curatela di Solmi dell’Angelus Novus uscito nel 1962 per i tipi einaudiani. Dal saggio di Bologna emerge in modo chiaro il fascino estremo che Benjamin ha rappresentato e ancora rappresenta, la sua fama attardata e che spetta solo ai grandi che con il loro pensiero segnano le epoche a venire e propiziano le fatiche di centinaia di studiosi, il labirinto a tratti esasperante per la difficoltà della sua riflessione ma in realtà il più congeniale luogo teoretico in cui ogni pensatore può inserirsi e raccogliere la promessa storica per il futuro.

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