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157. Recensione a: Andrea Vaccaro, Marco Staffolani, Il Teleios. O i sette pregiudizi sulla tecnologia, Le Lettere, Firenze 2023, pp. 88. (Francesco Livi)

Per rinvenire una riflessione sull’essenza della tecnica simile a quella proposta dal libro di Andrea Vaccaro e Marco Staffolani, Il Teleios, occorre fare un balzo nel passato di circa un secolo, fino a La filosofia della tecnica del fisico, ingegnere e teologo Friedrich Dessauer, datato 1927. Non che ricerche filosofiche sull’essenza della tecnica fossero mancate nel corso del Novecento, basti pensare a quella avanzata da Martin Heidegger in La questione della tecnica del 1953, che ha fatto scuola per molti decenni. Il Teleios, però, come del resto l’opera di Dessauer, non associa la tecnica a un disvelamento sconsolato del destino della metafisica e dell’Occidente, piuttosto a un orizzonte di fiducia e speranza teologicamente fondato.
Come si articola dunque il percorso de Il Teleios, definito da Michele Kettmaier (Nova-Il Sole 24 Ore, 28 ottobre 2023) una “introduzione straordinaria all’essenza della tecnologia”? La riflessione prende avvio dall’immagine presente nel Contro le eresie di sant’Ireneo di Lione secondo cui la Seconda e la Terza Persona trinitarie sono le due braccia, o le due mani, tramite cui il Padre origina e dà compimento alla sua opera di Creazione. Mentre la Seconda Persona della santa Trinità è venuta a chiarificarsi molto presto, nella riflessione cristiana, come il Cristo-Logos, Vaccaro e Staffolani fanno notare che la Terza Persona è invece rimasta maggiormente in ombra proprio perché le è mancato un accostamento con un complementare concetto tratto dalla sapienza greca, quale è stato appunto il concetto di Logos per il Figlio. Gli autori si mettono così alla ricerca all’interno del repertorio della filosofia antica di un termine appropriato a svolgere tale ruolo e lo identificano in Teleios, ovvero il Perfezionatore, ciò che conduce a compimento e riesce a porre il punto finale sull’opera in corso di realizzazione. Che lo Spirito Santo possegga come attributo proprio tale funzione è stato peraltro ampiamente attestato da molti Padri della Chiesa e il libro ne reca debita documentazione. Siccome poi, oggi, niente svolge il ruolo di acceleratore della Creazione o, quantomeno, di trasformatore del Creato, quanto la tecnologia, ecco che tra Techne e Terza Persona trinitaria viene a instaurarsi un parallelismo simile a quello tra il Logos e la Seconda Persona trinitaria.
Tale parallelismo non vale solo per le due braccia del Padre perché, proseguono i due autori, lo stesso essere umano, fatto ad immagine del Creatore, trova in Logos e Techne, nella ragione e nell’attività pratica, le proprie dimensioni essenziali: connubio e armonia di homo cogitans e homo faber o, altrimenti detto, unione di mente che pensa e mano che plasma, come la filosofia rinascimentale ha cantato in maniera unica.
Si può dunque affermare pacificamente, a giudizio degli autori, che la tecnologia sia una figura dello Spirito Santo o sia propriamente lo Spirito Santo così come il Logos è il Figlio che è presso Dio ed è Dio? Anche di fronte a questo interrogativo, la risposta degli autori si avvale di un precedente ben sedimentato nella tradizione sia teologica che filosofica, ovvero del concetto dei ‘semi di Logos’. L’espressione Logoi spermatikoi fu coniata da san Giustino filosofo e martire nella sua Seconda Apologia nella metà del II secolo per esprimere le straordinarie simmetrie che si riscontravano tra alcuni principi della filosofia greca, precipuamente platonica, e le verità insegnate dalla nuova fede, anche detta comunemente, all’epoca, ‘filosofia cristiana’. Tali consonanze o prefigurazioni si spiegano, secondo Giustino, con la teoria secondo cui Dio ha inteso disseminare frammenti di verità in ogni cultura precedente alla nascita di Cristo, e con particolare generosità in quella greca, dove filosofi e sapienti si sono dedicati con speciale dedizione al coglimento e alla contemplazione di tali riflessi del Vero tramite la ragione. Essi non hanno potuto cogliere il Vero nella sua completezza, perché a tal fine era necessaria la Rivelazione portata dal Logos in persona, tuttavia ne hanno potuto gustare, per così dire, la prefigurazione, il barlume e l’anticipazione.
Ebbene, per Vaccaro e Staffolani, quello che ci offre oggi la tecnologia non è propriamente il frutto maturo e compiuto dello Spirito Santo che trasformerà il nostro cosmo in un regno di pace, giustizia e beatitudine, ne è tuttavia un assaggio e una preparazione e in tale senso è possibile parlare di ‘semi di Teleios’ con la medesima accezione con cui si è parlato a suo tempo di ‘semi di Logos’. Quando la tecnologia salva le vite umane o ne migliora la qualità tramite la riduzione dei rischi, il sollievo dalla fatica e la moltiplicazione dei beni a disposizione; quando libera da condizioni disumane e permette di dedicarsi alla dimensione spirituale; quando pone in connessione persone fisicamente distanti; quando accresce la conoscenza dei confini dell’Universo; “quando riesce in questo e molto altro, la tecnologia non sembra anticipare fotogrammi del regno?” (p. 13).
Un’ulteriore obiezione non può essere evitata dinanzi a una proposta azzardata come quella de Il Teleios: come può giustificarsi filosoficamente un rinnovamento così epocale della dottrina cristiana apportata solo oggi, a distanza di millenni dalla sua origine? Sono gli stessi autori a porsi tale obiezione, ben immaginando le reazioni che la loro esposizione può suscitare. E la giustificazione, accettabile o meno, si aggrappa ad una rilettura della storia della cultura nel suo complesso: in filosofia, una teoria in sé compiuta capace di sostenere che sono le condizioni socio-tecno-economiche a determinare la coscienza e non viceversa compare soltanto nel XIX secolo in virtù del materialismo storico e dialettico; in letteratura solo con Goethe si può leggere un verso come: “In principio era l’Azione”; in psicopedagogia occorre attendere fino al XX secolo affinché, con Jean Piaget, s’affacci la tesi per cui la fase sensomotoria e manipolativa precede quella pre-concettuale e quella del pensiero intuitivo. Se in ogni ambito della cultura la rivalutazione del piano del fare e dell’agire rispetto al piano del pensiero emerge così tardivamente, non deve suscitar sorpresa o scandalo che nella teologia, disciplina sempre molto cauta nel far evolvere il deposito della Tradizione, l’idea di un Dio presentato come Techne, anziché come Logos, possa comparire solo agli inizi del XXI secolo. Su simili argomenti si snoda la tesi principale del libro che occupa il primo fondamentale capitolo.
Il secondo capitolo, dal tenore ancor più filosofico, affronta i sette pregiudizi sulla tecnologia menzionati nel sottotitolo. Si tratta di luoghi comuni, più che di pregiudizi, e qui la trattazione assume talvolta aspetti ironici e iperbolici. A chi constata che ‘la tecnologia non è buona, né cattiva; dipende dall’uso che se ne fa’, gli autori replicano che la tecnologia è per essenza buona, anche se spesso ne vien fatto un impiego profondamente negativo; al luogo comune per cui ‘la tecnologia ci rende schiavi’ ribattono che, al contrario, è evidente come essa allarga incommensurabilmente lo spettro della libertà d’azione; al timore che la tecnologia ci allontani dalla natura, gli autori ripetono che la natura è ciò per cui siamo nati e non ciò in cui siamo nati. Tra i rimanenti luoghi comuni merita forse di soffermarsi su quello centrato sull’espressione: playing God, giocare a fare Dio, la tentazione di essere onnipotenti al pari di una divinità, che spesso i dispositivi e le promesse tecnologiche possono instillare. Nessuno meglio di Hans Jonas, ne Il principio responsabilità, ha avvertito di quanti pericoli siano insiti nelle pretese prometeiche dell’uomo tecnologico contemporaneo. Gli autori danno un taglio netto a questa lettura biblicamente ispirata. È vero che per Adamo l’atto di volersi equiparare a Dio è stato solo una nefasta tentazione insufflata dal demonio foriera di sventura apocalittica, ma Cristo, affermano gli autori, non è venuto invano e non ha lasciato immutato l’ordine pensato dagli antichi. Il fine dell’Incarnazione è ritrovato da Vaccaro e Staffolani nella massima risuonata in quasi tutti i Padri greci: “Dio si è fatto uomo affinché l’essere umano potesse diventare Dio”. Sulla base di questo principio, “giocare a fare Dio” appare un’utile preparazione alla condizione che andremo a vivere secondo la fede cristiana.
Il terzo e ultimo capitolo è un florilegio di passi sulla tecnologia tratti dalle Encicliche papali e dai documenti del Concilio Vaticano II. I brani prescelti sono quelli che sottolineano gli aspetti benefici della tecnologia e dovrebbero svolgere la funzione di avvalorare la tesi esposta dal libro.
Una tesi decisamente audace e per certi versi disorientante, ma che, con molti rischi, tenta la via di un aggiornamento drastico della teologia cristiana. Dal punto di vista filosofico, poi, porre in modo così centrale la domanda sull’essenza della tecnica riporta ad un pensare metafisico che si svincola e, probabilmente, trascende i molti dibattiti odierni della cosiddetta tecnoetica che sembrano tenere lo sguardo fisso sul piano orizzontale. Uno sguardo che Il Teleios, platonicamente, invita ad alzare decisamente oltre il piano sensibile.

(30 novembre 2023)

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