sabato , 2 marzo 2024
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156. Recensione a: Roberto Fai, La vita e le forme. Sulla crisi della potenza istituente, Apalos, Floridia 2023, pp. 74. (Mattia Spanò)

Questo breve scritto, con il quale si intende abitare lo spirito dell’ultimo lavoro del filosofo Roberto Fai – La vita e le forme –, si configura nella forma-recensione, la quale, analogamente ad una partitura musicale, stabilisce delle soglie di confine entro cui potersi muovere liberamente. Che un brano eseguito in ordine alle indicazioni dello spartito si esaurisca nei segni impressi sul pentagramma appare un evidente controsenso. In tal caso, ci si dovrebbe chiedere: cos’altro sarebbe, allora, ciò che viene – ancora e sempre – riproposto sulla scorta di un orizzonte di note scritte? Un brano diverso dall’originale? Su un simile tracciato – anzi, a ben vedere, forse anche più elastico di una partitura – si articola la possibilità del (relativamente) libero movimento di chi scrive nella mobile e plurivoca forma della recensione. In prima battuta, perché non vi è – in quanto pratica tra le pratiche umane – un assetto dogmatico che possa definire dei principi universali e necessari: vi sono molteplici forme di recensione, caratterizzate da un complesso intreccio di incontri storico-culturali. In secondo luogo, poiché anche negli steccati stabiliti dalla forma recensione – una tra le tante possibili – chi si cimenta nell’impresa di imprimere una peculiare forma ad un’opera possiede un non indifferente margine di manovra. Con ciò, naturalmente, non si intende sostenere un processo di relativizzazione ad oltranza: pur riconoscendo l’impossibilità umana di pervenire a forme – qualunque esse siano – de-terminate una volta per tutte, ci si è mossi e ci si continua a muovere tra istituzioni di forme. Si vuole, allora, evidenziare un altro aspetto dell’esistenza umana, che già scalpita tra le righe delle regioni a mezz’aria della complessità che l’opera di Fai squaderna.
Occorre compiere un ulteriore passo, in ordine al respiro complessivo de La vita e le forme: chi si cimenta nella scrittura di un’opera in forma-recensione, non può che farlo – a sua volta – dalla forma di transito del suo particolare punto di vista. La questione si fa ancora più radicale.
E sommamente eloquente, a tal proposito, si rivela quanto il musicista siciliano Franco Battiato osserva in apertura alle conversazioni autobiografiche con il musicologo Franco Pulcini: «la sincerità è sempre relativa al grado di evoluzione di una persona». La riflessione – che inaugura il primo capitolo dell’opera dialogica Tecnica mista su tappeto – rimanda, in una qualche misura, a quanto è stato appena definito forma di transito di un particolare punto di vista. Non che Battiato non intendesse rispondere sinceramente agli interrogativi posti da Pulcini – è lui stesso a confermare l’intenzione di procedere in tal senso; ma accusa, come originario e destinante esercizio di onestà intellettuale, anche la necessità di proporre una via alternativa che co-emerge e co-evolve con la prima: ogni gesto o intervento umano non può che modularsi dalla consapevolezza sempre in cammino del sé e del mondo di qualsivoglia individuo e, dunque, discende dalla di volta in volta attuale forma di transito assunta dal proprio punto di vista. Forma del soggetto già mobilmente istituita che, nel suo distendersi, ri-forma – anche se di poco – sé stessa. In altri termini, come sostenuto da Merleau-Ponty e riportato da Fai nell’opera in questione: «l’azione dell’istituire produce la stessa soggettività che la mette in atto. Istituendo qualcosa di nuovo, il soggetto si istituisce esso stesso, trasformandosi rispetto al suo iniziale modo di essere» (p. 51).
Ricapitolando, dunque: chi scrive ha attraversato un’opera – La vita e le forme, appunto – che, sgorgante dalla forma di transito del particolare punto di vista dell’autore, si presenta nella forma-libro; certo è che, nonostante i punti saldi che definiscono l’orizzonte esistenziale ed esistentivo dell’autore e teoretico-prassico dell’opera, né il primo né la seconda possono ridursi ad una forma costituita una volta per tutte: se così fosse, se qualsivoglia gesto umano fosse indefettibilmente univoco, poco senso avrebbe ritornarci. In tal caso decadrebbe, dunque, anche la condizione d’esistenza della forma-recensione: cosa ci sarebbe, infatti, da aggiungere a ciò che irremovibilmente sta? Al contempo, chi attraversa un’opera, mette in discussione la forma di transito del proprio particolare punto di vista: si tras-forma, appunto, rispetto al suo iniziale modo d’essere e di vedere, nell’incontro con un’opera che, pur sempre, in una forma in fieri si presenta; in fieri, in quanto stabilita ma ancora e sempre gravida di itinerari d’espansione teoretica e vitale, di aperture sull’alterità, di slanci d’altrove, che si dipartono – anche quando non espliciti – dalla forma originariamente istituita.
In altri termini: da un lato, si estrinseca l’incedere di una vita che, recalcitrante ad ogni de-finitiva formalizzazione, travolge e stravolge ogni velleità istituzionalizzante; dall’altro si impone la non meno incombente e fondamentale necessità che la vita stessa si svolga, dal punto di vista umano, entro limiti saldi: «è attraverso la continua mediazione delle forme o il carsico percorso di formalizzazione che la vita si istituisce e verrà svolgendosi. E, purtuttavia, proprio perché è così che la vita si esperisce, oggettivandosi in forme, essa stessa – lungo il suo stesso scorrere – sporge, trascende ed eccede di continuo le forme in cui si è venuta oggettivando. Sicché la vita sempre esperita in forme, al contempo, reclamando per sé sempre “più vita”, è destinata a rompere la crosta delle forme date, e così, simul, essa stessa, incessantemente, si staglia come “più-che-vita”» (p. 22).
Eccoci, dunque, al nucleo speculativo dell’opera di Fai che, in un originale quanto fecondo incrocio teoretico tra Calvino e Simmel, riattraversa «la divaricazione, lo scarto di quel plesso categoriale – vita e forme – che era stato al centro della riflessione filosofica a cavallo tra fine ottocento e i primi decenni del ’900» (p. 13); e che continua ad impegnare l’uomo contemporaneo, intento a riscriverne – ancora e sempre – le coordinate in un archivio già scritto, intriso di spunti sul tema provenienti dall’intero Novecento, teatro di «una fenomenologia socio-politica […] complessa ed ambivalente, inesorabilmente scandita da quella che appare sempre più l’ineludibile, diagonale compresenza di libertà e forma, volontà di vita e sua iscrizione istituzionale, istanze di espansione soggettiva e dispositivi di dominio» (p. 29). Novecento nel quale Fai accompagna in un sinusoidale sentiero a tappe, la cui diacronicità si sviluppa e riavvolge in quella «ricorsività storica» che connette i pensatori e le epoche in cui riemerge «la percezione di un’altra espressione del conflitto» (p. 27) analizzato. Ecco, allora, che il tragitto si snoda – tra gli altri – nell’opera di Benjamin, Kracauer, Bodei, Foucault; si stende fino a toccare la liquidità di Bauman ma non esita a contorcersi sapientemente su Nietzsche e Freud per poi ripiombare – screziato di accenni filosofici, giuridici, economico-sociali – sui più recenti contributi sul tema in questione; fino a culminare in un appassionato intreccio dialogico con alcune delle ultime opere di Roberto Esposito – a cui Fai dedica la seconda parte del testo –, che funge da canale d’accesso alla primigenia e destinante esigenza filosofica di interrogarsi sul destino della politica, «pur se si fatica a trovare una risposta che sappia corrispondere al tempo presente» (p. 73). Pratica ardua, in primo luogo, poiché l’assetto complessivo, l’inizio già iniziato, entro il quale siamo chiamati ad elaborare la nostra gettatezza è caratterizzato da una «relazione bloccata o lacerante tra condizione politico-sociale – nel vissuto delle esistenze soggettive – e Istituzioni» (p. 55); e lo è, almeno da quando «a cavallo tra otto e Novecento, sottotraccia, aveva iniziato a scavare la talpa di Nietzsche e di Freud, denudando il soggetto, obbligato a misurarsi con le plurali strategie d’individuazione», sicché i due «riproponevano su registri differenti l’ambivalenza della instabile condizione esistenziale, nel pendolo tra vita e forme, nell’inesauribile ricerca del senso: tra […] etica della contingenza e sovrana indifferenza» (p. 31). Invito di pensiero e all’intervento prassico pressante e ineludibile che, raccolto ad ampio raggio dalle più disparate prospettive nel mutamento complessivo e irrefrenabile delle coordinate storico-politiche, ha condotto – di stratificazione in stratificazione, nell’avvicendarsi di plessi categoriali spesso contrappuntistici – ad un presente dilemmatico, il cui flusso aporetico si gioca, non di rado, nell’alveo della percezione di un’alternativa netta tra istituzioni opprimenti ed un agone individuale-collettivo la cui possibilità d’espressione è proporzionalmente inversa alla presenza delle impalcature istituzionali.
Da qui la necessità di ripensare alla radice il complesso intreccio tra vita e forme, in ordine ad una ricollocazione semantico-prospettica dello stesso che ne rievochi l’immensa gittata teoretica e prassica. Se, come sostiene Fai, «nell’incessante e carsica dinamica di formalizzazione, la vita ha continuato e continua ad istituirsi» esprimendo così la propria «ontologica potenza», le Istituzioni, «che molto spesso, nella loro chiusura, bloccano l’insorgenza e l’immissione del novum» (p. 33), mostrano un altrove rispetto al mero e statico «assetto funzional-organizzativo», in quanto strutturalmente significate «da una ricorsiva prassi istituente» (p. 35). In questo quadro, il demos, «mosso dal proprio immaginario al fine di aprire l’Istituzione al flusso vitale di nuove istanze», è chiamato ad innescare ininterrottamente ed asintoticamente «quel potere costituente che svolge funzione trasformativa e democratica» (p. 36).
Ma stretto dalla morsa espansiva di uno spaesante mondo-ambiente d’ordine globale – retto da dispersivi macro-poteri economico-finanziari-politici dai contorni tendenzialmente sfumati –, come biasimare seccamente l’individuo postmoderno che, sfiduciato nei confronti di assetti statali dalla depauperata incidenza politica, si aggira sconsolato tra i brandelli sempre più dicotomici del reale? E che nel segno della divisività sono, inoltre, generalmente resi da un impianto informazionale massmediatico che ne favorisce una frequentazione perlopiù esclusivista? In altri termini, quelli dello stesso Fai, «che ne è della potenza di una prassi istituente se né il pensiero né l’agire politico sono in grado di situare o disvelare “il posto del Re”?» (p. 71).
Ecco che, allora, un’operazione volta a «delineare un’inedita ontologia dell’attualità» si configura come «l’unica chance per poter ricollocare ruolo e finalità dell’Istituzione nel nostro tempo» (p. 42), in modo tale da costruire una terza via che, dandosi nel «sinolo» che è «istituire la vita» (p. 33), si configuri come l’estrinsecazione, mai-del-tutto-raggiunta e per questo sempre-da-farsi, della trama ontologica dell’esistenza stessa. Ed è per questo che «qui, la filosofia, come sempre, si arresta sulla soglia degli eventi a venire» (p. 74): perché pur non potendo che intervenire nella restituzione di mappe, la vita – che è sempre eccedenza d’essere – continua a fluire oltre la presa di qualunque gesto cartografico. All’uomo non resta che abitarne la complessità nel segno della perfettibilità, che si configura come l’asintotica ed ininterrotta pratica di istituzioni di forme sempre in cammino che è l’incedere della vita stessa.

(13 novembre 2023)

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