venerdì , 3 febbraio 2023
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139. Recensione a: Lorenzo Petrachi, Rovine dell’amicizia. Il progetto incompiuto di Michel Foucault, Orthotes, Napoli-Salerno 2022, pp. 332. (Diego Maria Chece)

C’è qualcosa, nei nostri rapporti con le altre persone, che riteniamo di conoscere più dell’amicizia? Facendo un semplice esperimento mentale, riusciremmo senza troppa fatica a catalogare le persone che conosciamo come amico/a, conoscente, amico/a stretto/a, più che amico/a, collega, collega-amico/a e così via nelle possibili sfumature. Così facendo, ci riferiamo in maniera più o meno consapevole a un’esperienza, quella dell’amicizia, che viviamo nell’intersezione e nella contrapposizione con le altre forme di relazione come, ad esempio, quelle fondate sul lavoro, la politica, la scuola, l’amore, lo sport. Comprendere cosa sia l’amicizia per noi oggi, attraverso quale storia sia diventata l’esperienza che riteniamo di conoscere e, infine, cosa fare con l’amicizia sono i tre ambiziosi percorsi attraverso cui si dirama Rovine dell’amicizia. Il progetto incompiuto di Michel Foucault, primo libro del giovane filosofo Lorenzo Petrachi, edito da Orthotes.
Il testo si presenta sin dal titolo e dalla copertina in maniera evocativa e enigmatica. È proprio il fascino dell’enigma a guidare la lettrice e il lettore nell’esplorazione di un testo che ci interroga sin dalle primissime battute, inducendoci a dubitare sulla natura della nostra esperienza dell’amicizia: «Chiunque sa (o ritiene di sapere) cos’è un amicizia, da cosa riconoscerla, come nominare i suoi riti e i suoi gesti, quali rapporti debba intrattenere con l’affetto, con la stabilità o con la famiglia, oltre quali soglie non può spingersi, pretendere e ambire – quantomeno non in maniera ragionevole e assennata. Ma, a fronte di tutto ciò, ci si potrebbe chiedere: attraverso quali avvenimenti imprevisti, per quali giochi del vero e del falso, a opera di quali torsioni del pensiero, dei comportamenti o anche del sentimento, con l’agevolazione di quali strumenti e architetture, soprattutto contro chi abbiamo potuto acquisire quest’evidenza, questo gusto, questa consapevolezza così ben ripartita e indubitata?» (p. 11). La domanda da cui parte Petrachi risulta interessante per una platea ben più ampia dei lettori di filosofia, poiché interroga qualcosa che chiunque esperisce nella quotidianità delle proprie relazioni umane. Partendo da una ricostruzione storico-filosofica guidata – ma non schiacciata – dalle intuizioni foucaultiane riguardanti l’amicizia, Petrachi giunge a problematizzare le modalità di produzione dei nostri rapporti nella loro ricchezza e complessità, da quelli amicali a quelli di coppia. Durante la lettura, diviene ben presto evidente come partire da Foucault sia solo uno spunto – decisamente utile – per giungere molto più lontano. Le intuizioni riguardanti la storia dell’amicizia sparse in scritti e interviste del filosofo di Poitiers sono infatti la strada privilegiata per giungere a mettere in discussione le modalità di produzione dei rapporti interpersonali nel loro insieme, con l’esplicito intento di sovvertirle: «Una crisi dell’amicizia non sarà da cercare nel passato prossimo, guardandola con timore e denunciandone l’avvento tra smorfie di desolazione e rimorso, ma da porre risolutamente nell’avvenire, costruendola con bramosia e lungimiranza» (p. 14).
Ma procediamo con ordine. La prima questione da porre è legata all’amicizia in senso stretto: cos’è l’amicizia e quali sarebbero le rovine di cui si parla nel titolo? Per cercare una risposta, è necessario seguire il fil rouge che l’autore dirama fra le dense pagine del libro e che permette di seguire il percorso accidentato e contraddittorio di una possibile storia problematica dell’amicizia. Il certosino «saccheggio interessato» effettuato da Petrachi nella bibliografia foucaultiana è volto a raccogliere i luoghi in cui Foucault – spesso attraverso intuizioni e idee poco più che abbozzate – discute dell’amicizia, al fine di raccogliere e dare linfa al progetto incompiuto del filosofo francese. In questo, l’operazione è decisamente riuscita. Oltre a ricostruire puntualmente ciò che Foucault ha espressamente detto, spulciando in luoghi più o meno frequentati della bibliografia foucaultiana, il libro schiude orizzonti soltanto intuibili da quest’ultima e che, a detta di chi scrive, discendono direttamente dalla visione filosofica dell’autore. Il punto di partenza è sicuramente l’intenzione espressa – e purtroppo mai formalizzata – nel 1982 da Foucault: «Se c’è una cosa che mi interessa, oggi, è il problema dell’amicizia. [D]opo aver studiato la storia della sessualità, è necessario cercare di comprendere la storia dell’amicizia, o delle amicizie» (M. Foucault, Estetica dell’esistenza, etica, politica: Archivio Foucault 3, Feltrinelli, Milano 1998, pp. 303-304; cit. a p. 11).
Foucault discute l’amicizia da un punto di vista particolare, ovvero principalmente in rapporto alle comunità gay e a singoli individui del suo tempo che vivono forme di relazioni differenti e sovversive rispetto allo standard definibile nella coppia eterosessuale: il divenire gay espresso da Foucault a più riprese, consiste nello sperimentare relazioni diverse, non conformandosi a questo standard. Significa «collocarsi in una dimensione in cui le scelte sessuali compiute sono presenti ed esplicano i propri effetti nella totalità della nostra vita. Intendevo anche dire che queste scelte sessuali devono essere al contempo creatrici di modi di vita. Essere gay significa che queste scelte si diffondono attraverso tutta la vita, è anche un certo modo di rifiutare i modi di vita proposti, è fare della scelta sessuale l’operatore di un cambiamento di esistenza, Non essere gay significa dire: “Come faccio a limitare gli effetti della mia scelta sessuale in modo tale che la mia vita non ne venga cambiata in alcun modo?” Credo che si debba utilizzare la propria sessualità per scoprire, per inventare nuove relazioni. […] Aggiungerei che non bisogna essere omosessuali, ma ostinarsi a essere gay» (M. Foucault, Dits et écrits II, Gallimard, Paris 2001, p. 1114; cit. a p. 60).
È su questa base che Petrachi procede a ripensare l’amicizia per come la intendiamo comunemente. Principalmente, si tratta di ridiscutere in maniera critica i criteri secondo cui riteniamo tutto un nugolo di pratiche rispettivamente amicali, sessuali, omosessuali e così via; categorie che, inoltre, in passato non erano percepite come problematiche o, più ragionevolmente, lo erano in maniera decisamente differente dalla nostra (le pagine sulla differente percezione sociale, che ai nostri occhi risulta a dir poco contraddittoria, del sodomita e della sodomia come atto sono illuminanti a tal proposito). Come afferma Foucault: «Affinché qualcosa – un ambito d’azione, un comportamento, un’esperienza – entri nel campo del pensiero, occorre che prima sia stato reso “incerto” da fattori di vario genere (ad es. sociali, economici, politici), che in questo modo sia stato privato della sua familiarità o che per un qualche motivo siano sorte difficoltà intorno a esso» (M. Foucault, Archivio Foucault 3, p. 246; cit. a p. 45). Resta da capire quando e come l’amicizia – e di conseguenza l’omosessualità – sia diventato un problema e, sulla scorta di questo, come riproblematizzare l’amicizia.
La ricca sezione storica che innerva la parte centrale del testo permette di rispondere a questo interrogativo. Il presupposto fondamentale, più volte espresso, è avvicinarsi alle fonti antiche cercando di non leggerle attraverso le nostre categorie di pensiero. I nostri modi di intendere l’amicizia, così come l’omosessualità, sono categorie del contemporaneo non adattabili e conformabili direttamente al mondo dei nostri antenati. È sul lavoro di storici e storiche come Boswell, Faderman e Bray, che Petrachi – sulla scia dell’intuizione foucaultiana secondo cui l’esperienza dell’amicizia, attraverso una cesura radicale che si sarebbe compiuta fra il XVI e il XVII secolo, si sarebbe decisamente modificata portando alla problematizzazione dell’omosessualità propria del XVIII secolo – arriva a concludere che le rovine dell’amicizia rintracciabili dalle fonti sono quelle di «un’esperienza diversa, ma con lo stesso nome della nostra: l’amicizia, prima dei secoli XVI e XVII, si afferma come valore riconosciuto, prende forma nel contesto di pratiche regolate, apre un campo esperienziale ed espressivo specifico e studiabile, è oggetto di un’elaborazione consapevole e talvolta esplicitamente tormentata, tanto sul piano individuale quanto sul versante pubblico. Sono elementi più che sufficienti per parlare di una problematizzazione dell’amicizia. Il nostro tempo, i nostri rapporti e i nostri affetti sono la conseguenza, sempre instabile, di alcuni cambiamenti radicali in questa problematizzazione […] Si tratta […] dell’intero inabissarsi di un oggetto del pensiero, del suo smembramento e della sua dispersione a opera di un’insieme di pratiche, tematizzazioni e impegni che, rivolti ad altro, hanno sortito come effetto secondario la scomparsa di un’esperienza» (pp. 216, 217).
È interessante notare che, per buona parte del testo, sia le fonti storiche analizzate che le ipotesi foucaultiane sono rivolte quasi esclusivamente all’amicizia maschile. È qui che entra in scena l’analisi di un testo fondamentale sia per Foucault (seppur menzionato appena tre volte dal filosofo), che per Petrachi stesso, il quale lo utilizza come chiave di volta per introdurre il tema della sovversione dell’eterosessualità che segue la sezione storica: Surpassing the Love of Men: Romantic Friendship and Love between Women from the Renaissance to the Present di Lilian Faderman. È questo il luogo in cui infatti è possibile rintracciare un cambiamento esplicito nella percezione dell’amicizia e dell’omosessualità femminile. Se infatti le amicizie femminili, in cui erano presenti e conosciute caratteristiche che non esiteremmo a definire apertamente omosessuali (come ad esempio il dichiararsi fedeltà eterna, la condivisione del letto, le carezze, i baci) sono state per secoli tollerate e considerate come qualcosa di passeggero in attesa del matrimonio, le rivendicazioni politiche ed economiche d’indipendenza da parte delle donne avvenuta nel primo dopoguerra «sembravano mettere in discussione la centralità dell’istituzione del matrimonio. Una maggiore indipendenza economica, infatti, avrebbe consentito alle donne di cercare “spiriti affini” al di fuori del vincolo matrimoniale e dell’eterosessualità. Nel momento in cui il rapporto lesbico stava assumendo sempre più l’aspetto di un’espressione d’indipendenza femminile, diventava praticamente impossibile continuare a interpretarlo come qualcosa da farsi in mancanza di meglio […] La posta in gioco del conflitto, evidentemente, riguardava la “sovversione dell’eterosessualità” – vale a dire non solo del sesso fra uomini e donne, ma della cultura patriarcale, del dominio dell’uomo e dell’asservimento della donna» (L. Faderman, Surpassing the Love of Men: Romantic Friendship and Love between Women from the Renaissance to the Present, William Morrow &Co., New York 1981, pp. 411, 413; cit. a p. 129).
Nella terza sezione del testo, il tema centrale diviene infine la problematizzazione dell’amicizia contemporanea in chiave decisamente sovversiva. Ciò implica una presa di posizione politica su un tema, l’amicizia, che quotidianamente riteniamo scevro, o comunque influenzato marginalmente, da implicazioni di questo genere: non occorre un particolare sforzo mnemonico per ricordare l’amico/a che è politicamente molto lontano da noi. È in questa fase che, dalla studio delle rovine storiche si passa alla prefigurazione di altre rovine: quelle dell’amicizia fondata come resto del dispositivo sessuale e del modo di produzione eterosessuale del rapporto.
Una piccola precisazione terminologica diviene qui necessaria: nel linguaggio utilizzato da Petrachi, l’eterosessualità è qualcosa che va ben oltre il semplice orientamento sessuale. È una forma privilegiata della relazione che, seppure informata dalle preferenze sessuali, si sviluppa ed è compenetrata da tutti i meccanismi e le strategie di potere che l’attraversano e l’innervano, producendo e riproducendo le modalità attraverso cui si esplicano le disuguaglianze fra i soggetti e le relazioni. Per dirla in termini foucaultiani, è un dispositivo, ovvero una configurazione particolare nel campo del governo delle condotte. In quest’ottica, l’eterosessualità diviene nient’altro che l’attestazione di un rapporto certificante, ad esempio, l’autorità della società patriarcale nella formazione delle relazioni: dunque predominio dell’uomo sulla donna e tacita accettazione di una forma del vivere insieme predominante rispetto alle altre, appunto quella della coppia eterosessuale. È in questa maniera che l’eterosessualità si presenta principalmente come un dispositivo che contribuisce alla produzione dei soggetti e delle relazioni, cui tendono a conformarsi – in virtù della sua preminenza nella produzione dei rapporti – le relazioni omosessuali stesse. Ritengo questo punto – apertamente debitore della teoria espressa da Federico Zappino in Comunismo queer – molto importante per comprendere il progetto sovversivo presente nel testo: rovinare l’amicizia significa infatti ridiscutere, col fine di sovvertirli, i modi di produzione della relazione fondati su tutta una serie di strategie e meccanismi che impoveriscono la ricchezza delle relazioni riconducendole ai binari sclerotizzanti del dispositivo eterosessuale, innestato sui rapporti di potere (di varia natura: politici, economici, religiosi e così via) e innervato da questi. Da questo orizzonte, non è difficile riconoscere come l’amicizia contemporanea sia, in buona sostanza, una forma residuale e secondaria rispetto a tutta una serie di relazioni (lavoro, coppia, famiglia, politica, ecc.) ritenute, più o meno consapevolmente, di maggiore importanza: «L’amicizia non è al di fuori del sociale, ma è da questo strutturata e precisamente nella forma del fuori e della parentesi. Essa sfugge necessariamente a tutta una serie di relazioni, ma solo in quanto ne è il prodotto di scarto o, per così dire, il resto – resto nondimeno peculiare, dal momento che risulta informato dalle stesse razionalità che danno forma alle relazioni cui si sottrae» (p. 232). È esperienza quotidiana fin troppo banale il dare precedenza alla relazione di coppia, al lavoro, allo studio e così via rispetto agli amici e alle amiche.
Petrachi mira a problematizzare nuovamente l’amicizia da una prospettiva diversa – utilizzando un approccio intersezionale innestatato sul divenire gay foucaultiano e sul comunismo queer di Zappino – perché riconosce chiaramente come nella forma contemporanea di amicizia siano presenti tutto un «insieme di elementi che troviamo problematici, riguardo cui siamo ansiosi e che tendono a ossessionarci, sia come individui che al livello più generale della società e della cultura» (C. Koopman, Problematization, in Cambridge Foucault Lexicon, Cambridge UP, Cambridge 2014, p. 400; cit. a p. 48). A quest’altezza, si sviluppa «la questione se l’amicizia possa diventare altro rispetto all’ambito, per così dire, derivato, preso qui in considerazione, e se fare dell’amicizia un problema non possa aiutare nel compito arduo di disfare, pezzo per pezzo e in chiave intersezionale, tanto il dispositivo della sessualità, quanto il modo di produzione eterosessuale, delineandosi quindi come punto d’appoggio possibile per una prassi anticapitalista. A questo punto, l’intento esplicito di rovinare l’amicizia, non potrà che essere inteso nella doppia accezione di ethos individuale e sfida politica collettiva» (pp. 224-225). Il principale compito della sovversione consiste nello slegare l’amicizia dal modo di produzione eterosessuale della relazione, al fine di produrre modi di relazioni fondati sull’inesplorato. Tutto questo, tenendo ben presente quanto l’amicizia sia embricata con l’insieme delle relazioni di potere e dei differenziali contemporanei (siano essi di genere, di classe e così via) e quanto una sovversione di questa viaggi di pari passo con una ridefinizione di questi. L’appunto a tale movimento è riconducibile più in generale alle critiche all’approccio intersezionale in quanto tale, poiché, seppure si concorda pienamente con il fatto che il modo di produzione eterosessuale sia il più affine alla governamentalità neoliberista, non si comprende immediatamente perché da una sovversione del primo debba discendere necessariamente quello della seconda, in quanto quest’ultima sembra adattarsi tranquillamente a modi di relazione decisamente eccentrici, fagocitandoli al suo interno.
Quanto sia fattibile l’operazione sovversiva auspicata e indicata da Petrachi starà al lettore e alla lettrice giudicarlo e viverlo.

(11 ottobre 2022)

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