martedì , 23 aprile 2024
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148. Recensione a: Francesca De Vecchi, La società in persona. Ontologia sociale qualitativa, il Mulino, Bologna 2022, pp. 269. (Valeria Bizzari)

Tra i vari mobili che ho comprato negli ultimi anni, il mio preferito è forse il più brutto: una panca di legno sulla quale ho messo la stampante e un oggetto prezioso – una cornice con la foto di Heidelberg che mi è stata regalata quando ho dovuto lasciare la città in occasione del mio trasferimento in Belgio. Quella panca è inoltre il primo mobile che ho montato da sola una volta arrivata a Lovanio, nell’appartamento allora ammobiliato e nel pieno del lockdown. Insomma, quella panca non è “solo” una panca, ma per me ha una storia, ed è carica di valori.
Il libro di Francesca De Vecchi, introducendo un nuovo tipo di correlazionismo tra oggetto e soggetto, spiega molto bene questo nesso, ed enfatizza il fatto che noi facciamo esperienza delle cose come qualitativamente caratterizzate. Per fare questo, l’autrice introduce una ontologia sociale qualitativa, un nuovo approccio che, pur partendo dalle premesse teoriche poste dalla recente tradizione di ontologia sociale – nata in ambiente anglofono negli anni Ottanta – se ne discosta per renderla più completa, includendo infatti l’accento sulla ricchezza qualitativa e vincolante delle cose.
Generalmente, l’ontologia sociale si occupa delle condizioni di esistenza del mondo sociale e dei fattori sociali che lo abitano: per fare questo, si postula una divisione tra fatti “naturali” (che esistono indipendentemente dagli esseri umani) e fatti “sociali” (che in quanto tali non esistono in natura, ma sono il frutto dell’intenzionalità collettiva e implicano nuovi scenari d’azione umana). La prima critica che l’autrice rivolge all’ontologia sociale riguarda proprio questa divisione, che viene considerata eccessivamente semplicistica: non esistono bruti fatti naturali, perché anch’essi possono risentire dell’influenza umana – si pensi, ad esempio, allo scioglimento dei ghiacciai, fenomeno naturale che però è anche frutto di una serie di fattori causati dal comportamento umano. Dato che sia i fatti sociali che quelli naturali dipendono dagli individui, l’ontologia sociale dovrà quindi analizzare i diversi modi e le diverse condizioni di esistenza di ogni esperienza del mondo, perché ogni cosa (naturale o sociale) è qualitativamente connotata.
Le radici di questo approccio vanno ricercate nella fenomenologia: già Husserl, infatti, sosteneva la necessità di una scienza a priori ed eidetica della realtà sociale, che cogliesse le strutture essenziali e invarianti di tale entità. La fenomenologia, inoltre, offre un’analisi approfondita della regione ontologica “persona”, terreno che fa da sfondo all’intero volume: in altre parole, le due principali novità dell’ontologia sociale proposta da De Vecchi sono l’accento sulla correlazione tra persone e cose (più che tra soggetto e oggetto) e il riconoscimento che ogni cosa è latrice di qualità assiologiche. In quest’ottica, ogni cosa è un intero ontologicamente qualitativo, composto da parti connesse tra loro da vincoli di cogenza ogni volta diversi. I riferimenti teorici di questa tesi sono indubbiamente Husserl e Scheler: mentre il primo (in particolare nella terza Ricerca logica) postula una teoria delle essenze composte da interi e parti, il secondo, nella sua opera Il formalismo nell’etica e l’etica materiale dei valori esplicita il rapporto necessario e costitutivo che l’essere intrattiene con le qualità di valore. Possiamo rintracciare anche l’eco della Gestaltpsychologie, corrente che sosteneva fosse impossibile ridurre il tutto alle sue parti. Mentre, tuttavia, per la Gestaltpsychologie tale relazione è indipendente (quindi le parti possono variare) per Husserl la variazione è vincolata. Non esiste un essere neutrale, scevro da qualità assiologiche: al contrario, sono proprio tali qualità a determinare il paradigma eidetico di una cosa, ovvero il livello di soddisfacimento rispetto all’esemplare.
È molto interessante notare come le tesi sostenute nel libro divengano evidenti se si prendono in considerazione certi disordini mentali, come ad esempio la schizofrenia, il cui disturbo più importante e maggiormente invasivo è proprio la perdita della qualità delle cose, e con essa della loro fruibilità, fino al distacco dal senso comune. Celeberrimo il caso di Anne Rau, riportato magistralmente da W. Blankenburg (La perdita dell’evidenza naturale, Cortina, Milano 1998). Anne viene ospedalizzata a seguito di un tentato suicido per mezzo di pillole (ne aveva ingerite circa 70). I primi dati biografici e relativi all’anamnesi vengono forniti dalla madre, che descrive la ragazza come una persona tranquilla, tuttavia molto chiusa e curiosamente infantile. Cercava di vestire alla moda, senza mai riuscirci, e spesso poneva domande bizzarre. Mai interessatasi ai ragazzi, Anne aveva dedicato tutte le sue energie a un corso di economia e commercio, a seguito del quale aveva iniziato a lavorare. Prima di affrontare un nuovo incarico, Anne lo accettava passivamente e diceva di essere umanamente inadatta; stranamente, però, il tentato suicidio era avvenuto proprio dopo che la ragazza aveva finalmente ottenuto il lavoro che le piaceva molto. Al risveglio dal coma, i medici poterono godere della testimonianza diretta della ragazza, che contribuì ad arricchire il quadro clinico: Anne, infatti, sosteneva che il motivo ad averla spinta al tentato suicidio fosse quello di non sapere e non avere mai capito che cosa significasse essere umani. Ciò che per gli altri sembrava così banale, per lei non lo era affatto, anzi, il suo banale era “terribile”. Questa condizione l’aveva portata a sentirsi sola per tutta la vita, non riusciva a comprendere neppure la madre, “i suoi occhi”. Il focalizzarsi su un dettaglio preciso della madre, anziché riferirsi ad essa come a una persona nella sua totalità, è molto significativo: Anne, come la maggior parte degli schizofrenici (sarà questa la diagnosi di Blankenburg), aveva infatti una percezione analitica della realtà. In altre parole, si limitava a focalizzarsi su un particolare (lei stessa si percepiva come “frammentata”, per questo non si sentiva una persona), e non riusciva a realizzare fin da subito, in modo intuitivo e immediato, una sintesi complessiva delle cose percepite, che le apparivano scevre da qualsiasi valore o qualità.
Perdere la qualità delle cose, percepirle come “puro oggetto” privo di valori equivale quindi a una rottura, a una distorsione del reale. Lo schizofrenico “sa senza sentire”, esplicita quanto sia fallace pensare al reale nei termini di una dicotomia tra “fatti naturali” e “fatti sociali”, poiché tale dicotomia non esiste: questi due ambiti sono interrelati, in un intreccio che permette al soggetto non solo di vivere nel mondo, ma anche di vivere nel mondo con gli altri. Noi infatti condividiamo questa realtà qualitativamente connotata con altri esseri umani, e secondo una causalità squisitamente circolare, tali elementi si influenzano e al contempo vengono modellati l’uno dall’altro. Di conseguenza, perdere la qualità delle cose diviene sinonimo con una frattura del senso comune e della cosiddetta “intenzionalità collettiva” (A. Salice, M.G. Henriksen, The Disrupted “We”. Schizophrenia and Collective Intentionality, “Journal of Consciousness Studies” 22 (7-8), 2015, pp. 145-171): “Non so sentire, non so essere umano, convivere da dentro l’anima triste con gli uomini miei fratelli sulla terra” scriveva Fernando Pessoa in Un’affollata solitudine.
In quest’ottica, vivere in un mondo assiologicamente connotato significa prendere continuamente posizione nei suoi confronti: esisto come persona, ci dice De Vecchi, solo nella misura in cui prendo posizione di fronte alle cose. Tali prese di posizione non sono casuali, ma si fondano su connessioni motivazionali determinate dalla nostra identità. Ma questa identità è a sua volta determinata da e inserita in un contesto collettivo. Anche in questo caso, non è possibile ridurre l’intenzionalità (collettiva) alla somma delle sue parti: la persona individuale e i soggetti collettivi si compenetrano e co-implicano. A tale proposito, è bene sottolineare un’altra novità dell’approccio sociale qualitativo proposto nel volume: attraverso di esso, infatti, l’autrice si propone di analizzare l’impatto che i collettivi sociali hanno sull’esistenza e sull’identità personale. Inoltre, si cerca di capire sia quali siano i vari tipi di collettivo (individuati in massa, comunità di vita, società, persona collettiva), sia i modi in cui questi esemplificano la loro essenza.
La relazione personale-collettivo sembra essere inevitabile: d’altronde, vivere personalmente, ovvero prendere posizione nel mondo, implica vivere socialmente, interfacciarsi con gli altri, essere dotati in modo innato di un senso comune che, come abbiamo visto, se viene a mancare ci priva delle coordinate stesse del nostro sentire e della nostra auto-consapevolezza. La tensione dinamica, il rimando sé-altro è evidente nella persona collettiva, il tipo di soggetto plurale che racchiude in sé le novità teoriche del volume: l’attenzione al nesso io-società e l’enfasi sull’aspetto qualitativo delle cose. Essere persona collettiva significa che esiste una legalità intrinseca a questo intero sociale, fatto di prese di posizione e valori che esso realizza e deve realizzare. E. De Martino aveva individuato nel nesso individuo-collettivo il cosiddetto “ethos del trascendimento” (La fine del mondo, Einaudi, Torino 2019), quel significato condiviso in modo immediato e intuitivo che fa sì che non esistano bruti fatti naturali, ma solo cose foriere di valore: perché, come De Vecchi sostiene, il nostro è un mondo della persona, e attraverso un’ontologia sociale e qualitativa sembra finalmente possibile rendere conto della sua inesauribile complessità.

(20 aprile 2023)

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