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158. Recensione a: Davide Ragnolini, Hyle. Breve storia della materia increata, Rubbettino, Soveria Mannelli 2023, pp. 133. (Alberto Giovanni Biuso)

«Una storia teologica della materia» (p. 117) che va dai filosofi greci delle origini sino a Tommaso d’Aquino e ai suoi avversari. Una storia vivace, attentamente documentata e con una posizione teoretica definita e chiara. Per Ragnolini, infatti, lo snodo della comprensione che la filosofia europea ha tentato del mondo è la questione della hyle, della materia prima ben individuata da Aristotele, della quale l’intero è intessuto e il mondo è generato. L’aristotelico Avicenna afferma con chiarezza che «il nome più adatto a ciò che sostiene la forma del mondo è quello di materia o hyle» (Fons vitae, II, 11), affermazione che al libro fa da epigrafe e che Ragnolini conferma sin dalle prime righe: la materia «rappresenta la condicio sine qua non di ciò che esiste e di ciò che l’uomo può conoscere» (p. 7).
Materia che non è privatio, come numerosi filosofi platonici e medioevali sostengono, ma è pienamente sostanza, come invece numerosi testi aristotelici ribadiscono: «In verità, io sostengo che la materia corrisponde al sostrato originario di ciascun oggetto» (Phys., I 9, 192a). Materia che è il mondo stesso nel suo significato e nella sua struttura divine. Si può utilizzare anche per Aristotele la formula Deus sive Natura, dato che «per lo Stagirita l’essere divino e la prima sostanza corporea appaiono ontologicamente interscambiabili» (p. 36), tanto che il suo successore Stratone di Lampsaco «avrebbe identificato Dio e mondo» (p. 43). L’assioma aristotelico che la Scolastica più ortodossa cercò in tutti i modi di demolire e negare afferma appunto che «Deus, hyle et mens una sola substantia sunt» (Quaternuli, Fr. P, IV).
Se tale è la hyle, se questo è la materia prima, essa non può avere limiti temporali, non può subire né creatio ex nihilocorruptio ad nihilum, poiché il mutare implica il persistere di qualcosa nel mutamento stesso e questo qualcosa è appunto la materia, che dunque è eterna: «Che il mondo non sia né generabile né corruttibile in senso assoluto, è la tesi difesa nel De caelo (I 10, 279b-280a)» (p. 37). Il mondo è pienamente temporale come permanenza della hyle nel mutare delle forme, poiché «fra ciò che è e ciò che non è c’è sempre di mezzo la cosa che diviene» (Metaph., II, 2, 994a) ed è insieme eterno «poiché è autosufficiente rispetto a qualsivoglia potere esterno a esso» (p. 35).
Come si vede, simili tesi non potevano che risultare inaccettabili, pericolose ed eretiche rispetto all’esistenza di un principio divino separato dalla materia, ancor più rispetto all’esistenza di una ‘volontà’ divina. È per questo che le correnti dominanti della Patristica e della Scolastica hanno un marcato «orientamento materiofobico» (p. 117), che il libro ripercorre molto in dettaglio discutendo o almeno accennando ai più significativi filosofi sia neoplatonici sia cristiani. Dai Padri della Chiesa sino alla condanna pronunciata il 7 marzo 1277 dal vescovo di Parigi Étienne Tempier contro 219 proposizioni in gran parte aristoteliche, «la hyle sarà assimilata a un residuo pagano ed eretico da demonizzare» (p. 114).
La supremazia di una persona divina nei confronti della perfezione (e dunque divinità) della materia prima, della materia universale, del cosmo, è naturalmente legata alla primazia dell’umano nel mondo. Il rifiuto dell’eternità della materia è anche in funzione del chiaro fondamento antropocentrico del creazionismo, poiché – come scrisse l’apologeta del II secolo Giustino e come sempre i cristiani ripetono – «Dio ha creato il cosmo non a caso, ma per il genere umano» (Apolog. II, 4,2).
E tuttavia la vicenda della hyle, la sua resistenza all’essere rimossa, dissolta o negata, è molto più complessa di quanto l’apparente e ripetuta vittoria dell’ortodossia creazionista possa far pensare. Merito di questo libro è anche descrivere con efficacia tale resistenza, che si invera ed esprime in una grande varietà di forme quali il rapporto molteplice e complesso tra i modelli ideali e le loro implementazioni materiche, tra materia e forma, tra potenza e atto. Una resistenza che si esprime nelle tante soluzioni che il neoplatonismo elaborò a partire dall’ontologia e dalla cosmologia certamente non dualistiche (tantomeno creazionistiche) del Timeo, il dialogo platonico più letto, conosciuto e discusso lungo tutto il Medioevo. Una resistenza che si esprime nella straordinaria e millenaria vicenda della esegesi del corpus aristotelico. E si esprime soprattutto nello stesso oscillare delle teologie cristiane più o meno ortodosse tra il dogma della creatio ex nihilo e i «residui platonici di una creatio ex materia» (p. 61).
Su questo complesso intrecciarsi di problemi, teorie, scuole, poteri ecclesiastici e accademici, si inserisce il fascino che l’immaterialismo ha esercitato sulle vicende propriamente filosofiche della storia culturale dell’Europa. L’idealismo di Berkeley e quello classico tedesco hanno poco a che fare con la Scolastica medioevale, che in molte delle sue fasi ed espressioni è stata meno dogmatica di queste filosofie più o meno ‘laiche’. Idealismo e immaterialismo hanno avuto una esplicita ripresa in alcune correnti e interpretazioni della fisica quantistica, in particolare la cosiddetta ‘interpretazione di Copenaghen’. L’autore accenna giustamente alla grave incomprensione da parte di Heisenberg dell’ontologia materialista di Aristotele e conclude che «scienza e ontologia novecentesca sembravano dunque concordare in un equivoco di fondo circa la struttura fondamentale della realtà, dichiarando trionfalmente sconfitta la hyle ed ogni dottrina materiaria» (p. 115).
Proporrei a Ragnolini di sostituire l’ultimo aggettivo di questa citazione, usato ovviamente moltissime volte nel libro, con un meno cacofonico e credo più corretto «dottrina materica». Un altro elemento di perplessità è l’accenno polemico, solo un accenno ma significativo, alla «sofistica teologica del XX secolo» di Heidegger (p. 115). Heidegger è infatti un aristotelico e il riconoscimento di questa sua identità, naturalmente declinata in un modo non dogmatico né ‘di scuola’, potrebbe essere proficuo per le tesi espresse anche in questo libro. La teoresi antropodecentrica di Heidegger e la sua fenomenologia della condizione umana nel tempo confermano infatti che siamo immersi nel divenire incessante del mondo, provenienti dalla materia inconsapevole alla quale siamo destinati a tornare.
I pensatori delle origini, gli atomisti, Aristotele, ma anche Platone e i neoplatonici, videro sempre nel cosmo e nella sua potenza, e dunque nella materia, il vero archetipo al quale cerca di attingere il limite umano. Un archetipo che Platone afferma essere fatto di un tempo diverso rispetto alla temporalità umana ma in ogni caso a essa sempre contiguo. Perché è dalla terra, dal cielo e dal tempo – ge, ouranos, chronos – che tutto si è generato, è da hyle che la potenza del cosmo e del tempo è formata.

(4 dicembre 2023)

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