venerdì , 19 luglio 2024
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170. Recensione a: Benedetta Piazzesi, Del governo degli animali. Allevamento e biopolitica, Quodlibet, Macerata 2023, pp. 256. (Miriam Borgia)

Nel 2010 Harriet Ritvo notava che, sebbene gli animali non umani in un certo senso siano sempre comparsi negli studi umanistici, raramente sono stati posti al centro di essi. La collocazione degli animali non umani al centro di una riflessione filosofica o di un’indagine storica richiede uno sforzo maggiore, ovvero quello di riconoscerli come protagonisti attivi e non soltanto come comparse. Per Jason Hribal non è più possibile pensare agli animali non umani e al nostro rapporto con essi senza rendere conto della resistenza animale, ovvero della capacità degli animali di «negoziare con gli esseri umani i limiti e l’esplicazione del loro stesso sfruttamento». Questi problemi vengono affrontati regolarmente dagli autori e dalle autrici della storia degli animali, un campo di ricerca ancora poco affermato in Italia, che sin dal 1987, anno di pubblicazione di The Animal Estate: The English and Other Creatures in the Victorian Age di Harriet Ritvo, si è posto un obiettivo ben preciso, ovvero quello di raccontare la storia degli animali “dal basso”. Tale obiettivo conteneva, e contiene tuttora, un ovvio problema metodologico: il silenzio delle fonti. Se la storica Erica Fudge si domanda «what was it like to be a cow?», richiamando la domanda di Thomas Nagel «what is it like to be a bat?», entrambi gli interrogativi sono rimasti piuttosto aperti, e il rischio di una storia degli animali ancora antropocentrata e ancora antropomorfica è sempre presente. Tuttavia, possiamo anche chiederci: dove possiamo indagare cosa voleva dire essere una mucca? Piazzesi risponde a questa sfida metodologica cercando le tracce della storia degli animali nei loro corpi. Le fonti non umane non sono silenziose, piuttosto sono state silenziate proprio perché erano esplicite e rumorose; la docilità degli animali “da reddito” è costruita, e proprio per questo è possibile indagarne la storia o, meglio, la genealogia.
Del governo degli animali si presenta quindi come una curatissima genealogia dello sfruttamento dei corpi animali dal XVII al XIX secolo. Due sono le questioni centrali che permeano tutto il volume: la resistenza animale e la relazionalità tra umani e non umani. La prima importante premessa di Piazzesi è che «non bisogna pensare che dal pieno riconoscimento della sensibilità del vivente derivino spontaneamente delle conseguenze politiche emancipatrici» (p. 111). Si tratta infatti di un errore ritenere che la violenza nei confronti delle altre specie sia stata e venga tuttora perpetrata sulla base della negazione della soggettività e della sensibilità degli animali. La prima età moderna ha visto la nascita della logica dello sfruttamento consensuale degli animali definiti da reddito, affermatasi definitivamente con la «naturalizzazione del potere dell’uomo sugli animali» (p. 76) durante la seconda metà del XIX secolo. Se il contratto sociale moderno ha trovato la propria legittimazione nell’esclusione degli animali non umani, ciò avrebbe infatti generato anche un «contro-contratto» (p. 51); in altre parole, durante la prima età moderna non vi sarebbe stato un «oblio della natura» (p. 49) da parte dei governi, ma al contrario una precisa legittimazione del proprio potere e del proprio diritto naturale sul resto della natura. Con il contro-contratto si assisterebbe a un processo di naturalizzazione degli animali che ha dato origine, dal XVII al XIX secolo, a un occultamento dei corpi degli animali e del loro lavoro. La riflessione di Piazzesi intorno alla produzione e alla riproduzione degli animali non umani si interseca ai capisaldi del pensiero di Marx e mette agilmente in evidenza i punti di contatto tra la questione animale, il femminismo materialista e l’ecofemminismo. L’accumulazione capitalista, quindi, si ergerebbe non soltanto sulle spalle umane, ma anche su quelle non umane.
La stipulazione del contro-contratto sancisce l’inizio del governo dei viventi, proprio sulla base della separazione tra civiltà e natura posta dal contratto. Proprio per questo, quindi, è possibile parlare di biopolitica anche nel caso degli animali non umani. Piazzesi, infatti, riconosce i limiti della riflessione di Foucault, il quale, pur nella sua grande critica antiumanistica, manca di esaminare proprio la discriminazione animale. Il potere sugli animali è allora un potere del tutto relazionale perché fa perno non sulla sottomissione violenta ma sulla costruzione consensuale di un’arrendevolezza, di una docilità e di una moralità nell’animale. Piazzesi infatti nota con grande acume come il governo degli animali, che partiva dall’immagine della gabbia, sia oggi approdato alla bioviolenza e all’utopia capitalista della “carne felice”. Dal XVII al XIX secolo si rende sempre più evidente che, proprio perché gli animali manifestano intelligenza e socialità, l’atteggiamento migliore per domesticarli non è quello violento, e cioè dall’esterno, ma è quello dall’interno, ovvero un governo degli istinti. Il cortocircuito teorico e politico si fa drammaticamente evidente nel fatto che proprio la governabilità degli animali è ciò che attesta l’agency di questi ultimi, e viceversa. In tal senso, come notava Roberto Esposito, «la biopolitica minaccia continuamente di rovesciarsi in tanatopolitica» (p. 92): l’altro lato dell’uccisione e dello sfruttamento dei corpi animali è l’addomesticazione dolce dei loro istinti.
Piazzesi illustra anche l’evoluzione dello sguardo umano sugli animali dal XVI al XIX secolo: ad esempio, se il XVI è il secolo dell’anatomia e della scomposizione dei corpi, il XVII è il secolo della ricomposizione. La stessa tesi cartesiana dell’animale-macchina è una forma di ricomposizione dei corpi animali. Il dressage dei cavalli, citato anche in Sorvegliare e Punire, per William Cavendish si configurava sia come governo quasi geometrico dei corpi animali sia come redressement morale. La «meccanica di potere» (p. 118) trasforma quindi i corpi animali in meccanismi analizzabili e contestualmente governabili nel dettaglio. Ciò che Piazzesi sottolinea è che un disciplinamento dei corpi non può avere luogo senza un parallelo disciplinamento delle condotte. Soprattutto, tale meccanismo di potere investe i corpi animali tanto quanto quelli umani. A partire dal XVIII secolo, infatti, l’educazione dolce degli animali diviene anche strumento di moralizzazione degli umani: la normalizzazione dell’allevamento e la statalizzazione del bestiame ottengono il duplice obiettivo di educare sia gli animali sia la popolazione rurale, alla quale vengono anche sottratti i saperi e le tecniche. La storia della domesticazione degli animali ci appare allora come profondamente politica e in essa si confrontano la teoria e la pratica, «centro e periferia», «metropoli e colonie» (p. 130). Soprattutto, un governo degli istinti non violento mira a rieducare anche i comportamenti umani nei confronti degli animali: d’altra parte, Kant nelle Lezioni di etica sosteneva che «i nostri doveri verso gli animali sono indirettamente doveri verso l’umanità». La non-violenza nei confronti degli animali faciliterebbe sia la loro domesticazione, sia la civilizzazione umana.
Persino nel lavoro che gli animali svolgono al servizio dell’essere umano è possibile trovare le tracce di una domesticazione dolce dei corpi e degli istinti. Il lavoro svolto dagli animali e che Piazzesi, nei casi del lavoro riproduttivo, definisce come l’«accumulazione di viventi» (p. 139), alla fine del XVIII secolo viene pensato dai teorici della domesticazione come il tramite degli animali per guadagnarsi la vicinanza e l’apprezzamento da parte dell’essere umano. Tramite il lavoro l’animale si mostra sia più docile, sia più simile all’essere umano e in qualche modo morale. Il XIX secolo diviene quindi a tutti gli effetti teatro di una «zoofilia zoofoba», ovvero di un atteggiamento volto a «proteggere l’animale sbarazzandosi della bestia» (p. 147). L’animale più apprezzato è quello che si dimostra allo stesso tempo simile all’animale umano e ben distinto nella propria sottomissione ad esso. In alcuni casi esemplari, la vicinanza all’essere umano diventa il punto di partenza per la nascita di un ulteriore processo di domesticazione interno al primo, ovvero quello svolto da alcuni animali già domesticati nei confronti di quelli feroci: è il caso del leone Woira, trasferito nel Jardin des Plantes alla fine del XVIII secolo e reso più docile dalla compagnia di un cane. Così, «la natura si stempera nella civiltà» (p. 151), e al cane viene riconosciuta persino una capacità pedagogica. La socialità degli animali, soprattutto quella di alcuni animali, non viene mai negata dai teorici della domesticazione, bensì viene piegata a proprio vantaggio. Se, però, al cane compagno di gabbia di Woira viene riconosciuto il merito di aver reso docile una belva feroce, è perché gli viene innanzitutto riconosciuta un’intelligenza minima. Soprattutto, l’intelligenza che il cane avrebbe adoperato per rendere mansueto il leone è la stessa su cui preventivamente ha fatto leva il processo di domesticazione del cane; in definitiva, chi riconosce l’intelligenza degli animali è proprio chi li sfrutta. La «zoofilia zoofoba» dimostra che gli animali più apprezzati sono quelli che mostrano socialità e intelligenza e che, allo stesso tempo, lasciano che tali qualità vengano piegate al servizio degli umani. Con grande acume, Piazzesi parafrasa Foucault: se «l’assenza di coercizione negli asili del XIX secolo non è sragione liberata, ma follia dominata da tempo», «l’assenza di coercizione non è istintualità liberata, ma volontà animale dominata da tempo» (p. 195).
Piazzesi, in questo volume tanto urgente quanto approfondito, segnala il rovesciamento dell’animale-macchina seicentesco nell’odierna macchina-animale zootecnica attraverso la storia del governo dell’ethos degli animali. Ad aver sancito il controllo umano sugli animali non sarebbe stata la fiducia nell’assenza di intelligenza di questi ultimi, bensì la trasformazione della volontà in docilità, della resistenza in consensualità, della natura in civiltà. Piazzesi, così, risponde alle sollecitazioni di Hribal in modo esemplare: ponendosi al crocevia tra la filosofia e la storia, aprendosi alla storia della scienza e all’antropologia, Piazzesi individua non soltanto la storia dello sfruttamento industriale dei corpi animali, ma soprattutto la storia della negoziazione tra animali, allevatori, veterinari e politici intorno ai corpi dei primi. La storia della domesticazione degli animali viene quindi presentata come la storia di una negoziazione tra la governamentalità degli animali e la disposizione o indisposizione di questi ultimi nei confronti dell’essere umano. Del governo degli animali è, in definitiva, un volume necessario tanto alla filosofia quanto alla storia e costituisce un importante passo avanti nel riconoscimento di un fattore essenziale delle nostre relazioni con le altre specie, ovvero l’agency animale.

(10 giugno 2024)

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