lunedì , 23 ottobre 2017
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33. Recensione a: Francesco Orilia, Filosofia del tempo. Il dibattito contemporaneo, Carocci, Roma, 2012, pp. 150. (Alberto Giovanni Biuso)

Filosofia del tempo«(DT) Definizione del Tempo. Il tempo è un sistema di elementi tali che (I) tra essi intercorrono relazioni quali ‘prima’ e ‘dopo’, che chiamiamo B-relazioni; e (II) ad essi sono attribuibili proprietà quali presentezza, passatezza e futurità, o, meno cacofonicamente, ‘passato’, ‘presente’ e ‘futuro’ che chiamiamo A-proprietà. Questi elementi li chiamiamo temporali proprio in quanto sono connessi tra loro da B-relazioni o in quanto godono di A-proprietà. La distinzione con questa terminologia tra A-proprietà e B-relazioni è dovuta a James Ellis McTaggart (1866-1925) ed è ormai consolidata in filosofia del tempo» (pp. 16-17).
È infatti da McTaggart che nasce la filosofia analitica del tempo, dalla sua distinzione tra le serie temporali A e B. La prima indica le determinazioni dinamiche di passato, presente e futuro, e quindi il tempo tensionale (tensed time); la seconda definisce le relazioni di prima-di, simultaneo-a, dopo-di; simultaneità e successione che formano il tempo statico e atensionale (untensed time). Rispetto alle determinazioni A, le relazioni B sono transitive – nel senso che necessitano di un termine medio – e asimmetriche, perché ciò che nella serie viene prima di un altro elemento della serie stessa non può diventare successivo. In altri termini, le posizioni della serie A mutano – ciò che oggi è futuro, diventerà presente e sarà passato – mentre quelle della serie B sono permanenti – le imprese di Napoleone precederanno sempre il Congresso di Vienna.
A partire da tali distinzioni terminologiche e concettuali, l’obiettivo di McTaggart è dimostrare che il tempo non esiste. Per il filosofo inglese, infatti, entrambe le serie risultano necessarie affinché tempo si dia ma la contraddizione che inerisce alle determinazioni A dimostrerebbe che la credenza nell’esistenza del tempo -per quanto apparentemente ovvia- contravviene alle regole elementari del pensare e dell’essere. La distinzione dinamica tra passato, presente e futuro sarebbe necessaria affinché si dia tempo che muta  – e cioè tempo reale – e nondimeno si tratterebbe di una distinzione autocontraddittoria. Per quale ragione? La risposta sta in un saggio scritto nel 1908 per la rivista Mind. In esso si argomenta che le tre determinazioni temporali sono fra di loro incompatibili e tuttavia «ciascun evento le possiede tutte. Se M è passato, è stato presente e futuro. Se è futuro, sarà presente e passato. Se è presente, è stato futuro e sarà passato. Tutti e tre i termini incompatibili sono predicabili di ciascun evento, cosa ovviamente incoerente con il loro essere incompatibili e con il loro produrre il mutamento»; «le caratteristiche della serie A sono mutuamente incompatibili e tuttavia sono tutte vere di ciascun termine», se tale contraddizione non viene eliminata occorre «respingere come errata l’idea del tempo» (J.E. McTaggart, L’irrealtà del tempo, a cura di Luigi Cimmino, Rizzoli, Milano 2006, pp. 133 e 136).
Molti filosofi hanno aderito alle tesi di McTaggart, altri le hanno respinte, tutti hanno ramificato le iniziali posizioni analitiche in una serie molto ampia di tesi, sino a giungere a una proliferazione scolastica a volte feconda, spesso pedante. Ne sono testimonianza gli interminabili chiarimenti terminologici che intessono questo libro, rendendolo a volte francamente illeggibile.
Sostanzialismo, relazionalismo, tensionalismo, atensionalismo, tridimensionalismo, quadridimensionalismo, costituiscono alcune delle etichette più significative di tale approccio.
Il sostanzialismo -attribuibile anche al notevole esperimento mentale di Shoemaker sul local freeze– ritiene che il tempo esista indipendentemente dagli eventi e che dunque i momenti si susseguano anche se vuoti di avvenimenti. Rispetto alla presentazione un po’ troppo sintetica di Orilia, aggiungo che l’esperimento di Shoemaker consiste nell’immaginare il nostro mondo diviso in tre grandi regioni – A, B e C – nelle quali con esatta periodicità accade un fenomeno singolare, un local freeze che il suo ideatore così descrive:
During a local freeze all processes occurring in one of the three regions come to a complete halt; there is no motion, no growth, no decay, and so on. At least this is how it appears to observers in the other regions. During a local freeze it is impossible for people from other regions to pass into the region where the freeze exists. («Time without Change», in The Journal of Philosophy, Volume 66, n. 12 , Jun 19, 1969, p. 369).
Gli abitanti di ciascuna regione interamente solidificata non ne hanno alcuna consapevolezza e finito il “fermo” tutto ricomincia esattamente dall’istante in cui si era interrotto. Frasi lasciate a metà vengono completate senza che coloro i quali le pronunciano e chi le ascolta abbiano avuto alcun sentore del tempo trascorso. Tempo che invece è rimasto ben presente agli abitanti delle altre due regioni mentre osservavano l’immobilità della terza zona. Un primo risultato è quindi che il tempo possa trascorrere senza che ovunque e sempre vi accadano dei mutamenti. Shoemaker rende più intrigante e radicale il suo racconto immaginando un alternarsi differenziato e rigoroso di tale “local freeze”. Infatti ipotizza che nella regione A il fenomeno si verifichi ogni tre anni, nella B ogni quattro e nella C ogni cinque. L’effetto matematico di tale rotazione è che il fermo avvenga simultaneamente nelle regioni A e B ogni dodici anni, nelle zone A e C ogni quindici, nelle B e C ogni venti. E che tutto si fermi contemporaneamente nelle tre regioni ogni sessanta anni. Il risultato è questo: «If all of this happened, I submit, the inhabitants of this world would have grounds for believing that there are intervals during which no changes occur anywhere» (Shoemaker, 371). Shoemaker sostiene dunque che si possa dare tempo  – il tempo che porta con sé il ripetersi dei local freeze, che dà loro un inizio e una fine – anche in assenza di determinati eventi e al di là della nostra percezione del mutamento. Che il tempo implichi dei cambiamenti è una tesi che va ben distinta dalla sua reciproca, «from the truism that change involves time» (Shoemaker, 363) Il confronto critico è naturalmente con le tesi espresse nel IV libro della Fisica, dove Aristotele sostiene che «time involves change because the awareness, or realization, that an interval of time has elapsed necessarily involves the awareness of changes occurring during the interval» (Shoemaker, 365). Shoemaker non è d’accordo e tenta una brillante replica il cui significato – per suo stesso riconoscimento – non vuole essere di tipo empirico-fisico ma esclusivamente logico e concettuale. Non per questo, però, meno importante.
Tra le altre posizioni analizzate da Orilia, il relazionismo sostiene che un tempo privo di eventi non abbia senso, poiché esso emerge proprio dai mutamenti che accadono agli enti e dentro gli enti. Il tempo sarebbe quindi la totalità degli avvenimenti tra di loro simultanei e delle loro reciproche B-relazioni, vale a dire relazioni anche di precedenza e di successione.
Per il tensionalismo passato, presente e futuro sono reali e sensati; le proposizioni che esprimono queste determinazioni temporali sono soggette a mutamento aletico, possono cioè cambiare il loro valore di verità in relazione al momento specifico nel quale sono proferite: ciò che in questo momento posso riferire come presente, ieri sarebbe valso come futuro e domani come passato. Le relazioni atensionali invece non mutano poiché un evento successivo o precedente rispetto al momento in cui sto scrivendo rimarrà sempre tale, in qualunque istante venga enunciato. Passato, presente e futuro cambiano di posizione; precedente, simultaneo e successivo non mutano. Con queste categorie ha a che fare l’interessante growing block theory, la teoria del blocco crescente, per la quale il passato e il futuro vanno distinti in quanto il passato esiste e cresce indefinitamente con il trascorrere del tempo, mentre il futuro semplicemente non c’è.
Per il tridimensionalismo gli oggetti esistono nello spazio e non hanno parti temporali; il quadridimensionalismo ritiene invece che il tempo costituisca la quarta dimensione degli enti che sono estesi nel tempo e che in esso si trasformano mantenendo comunque la loro identità spaziotemporale.
Orilia analizza queste e molte altre tesi, criticando la teoria B  – «La discrepanza tra il senso comune e la teoria B dovrebbe indurci di per sé a essere molto cauti prima di preferirla alla teoria A. Se poi anche la teoria B ha problemi di compatibilità con la teoria della relatività (per quanto meno generali), abbiamo un ulteriore motivo di cautela» (105) – e optando per il presentismo, secondo il quale «tutto ciò che esiste è presente» (107) e « solo ciò che è presente esiste» (11). Si tratta di una teoria vicina al senso comune ma la cui problematicità consiste nella definizione stessa di presente. Che cosa infatti vuol dire presente? Esso può venire paragonato «alla luce di una torcia che si va spostando, illuminando così zone via via diverse (Broad, 1923, p. 59); si parla in questo caso di teoria della torcia in movimento (moving spotlight theory). Oppure pensando alla presentezza come a qualcosa di immobile davanti a cui via via passano diversi oggetti, per esempio un osservatore di fronte al quale scorrono foglie e ramoscelli trasportati dalla corrente di un fiume (Smart, 1949, p. 483)» (79).
Per Agostino «il momento presente è un istante privo di durata» (134), una concezione che viene anche definita con il nome di puntimorfismo e che Orilia così riassume: «Per istante intendiamo qui un’unità minima di tempo assolutamente priva di durata, non frazionabile in un prima e in un dopo al suo interno e quindi puntiforme, ossia paragonabile a un punto matematico privo di estensione. In ogni caso, un intervallo di tempo si può vedere come composto o costituito da una serie di istanti, sebbene la questione di come ciò vada inteso sia molto complessa e non verrà qui affrontata» (22), anche se è forse la questione fondamentale. Resta infatti incomprensibile come un intervallo di tempo possa comporsi di diversi istanti senza ammettere che ogni istante sia legato a quello successivo e precedente, ossia abbia una durata.
Tale questione viene invece affrontata da Husserl in maniera magistrale attraverso l’unità di ritenzione-attenzione-protenzione, per la quale «il presente specioso (o esperito), la nostra esperienza del presente, ha una sua durata che si rende manifesta attraverso l’esibizione alla coscienza di cambiamenti quindi, per così dire, di un prima e di un dopo interni al contenuto dell’esperienza. In altri termini, il presente specioso di un determinato soggetto è, almeno nei casi tipici, esperienza di una successione» (134). Il retentional model di Husserl costituisce la forma più raffinata e meglio argomentata di presentismo, il quale prosegue in Sein und Zeit come unità di avvenire essente-stato presentante.
Ma il nome di Heidegger non può comparire in un testo analitico. E infatti qui non vi compare. Ciascuno ha i propri tabù ma questo è un vero peccato contro il tempo.

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