mercoledì , 20 settembre 2017
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55. Recensione a: Iain Hamilton Grant, Filosofie della natura dopo Schelling, a cura di Emilio Carlo Corriero, postfazione di Maurizio Ferraris, Rosenberg & Sellier, Torino 2017, pp. 320. (Giacomo Pezzano)

La traduzione di questa importante e non semplice opera di Grant all’interno di un’opportuna collana dedicata all’idea di una nuova filosofia della natura può avere un effetto propulsivo nel dibattito italiano, in almeno tre sensi, che credo intercettino anche i tre principali pregi del testo.
Se il primo è più strettamente inerente alla discussione dell’insieme della filosofia schellinghiana, il secondo chiama invece in causa un problema di portata più estesa, mentre il terzo – infine – comporta il serrato confronto con uno dei pensatori più rilevanti del Novecento e influenti nel dibattito internazionale, Gilles Deleuze.
I. Come evidenzia anche Corriero nella propria precisa introduzione al lavoro, Grant offre un’interpretazione filologicamente solida e filosoficamente originale del pensiero di Schelling, in grado tanto di rivitalizzare gli studi schellinghiani quanto di inserire il pensatore tedesco nel più generale dibattito filosofico contemporaneo (come viene spiegato nel cap. 1). Il nucleo della rilettura proposta da Grant è la tesi per cui la filosofia della natura va considerata il fondamento dell’intero sistema del sapere schellinghiano: pensare la natura si presenta per Schelling come un problema filosofico fondamentale, perché implica la presa di posizione rispetto a questioni squisitamente metafisiche (come quelle del fondamento, dell’assoluto, della potenza, dell’essere, e così via).
In altri termini, se il sistema di Schelling è un sistema della libertà o dell’assoluto, è perché è un sistema in cui la libertà e l’assoluto sono pensati a partire dalla considerazione della natura, ossia – sulle prime – in chiave “naturalistica”. Giudicare analiticamente la tenuta di un reinquadramento complessivo del pensiero di un autore spetta senza dubbio a chi possiede le necessarie competenze e familiarità con il linguaggio e la filosofia di quell’autore. Tuttavia, una tale reinterpretazione ha una rilevanza filosofica generale nella misura in cui comporta innanzitutto la domanda circa le caratteristiche e la portata di un progetto unitario di una filosofia della natura. Domanda che Grant non solo non ignora, ma anzi affronta in modo aperto e deciso.
II. Sotto questo riguardo, la posizione di Grant è infatti tanto esplicita quanto coraggiosa, soprattutto se pensiamo che accetta il confronto anche con una tradizione molto rigorosa e scettica come quella analitica, nella quale il naturalismo coincide prevalentemente con la convinzione per cui la filosofia è al massimo una ancilla scientiae.
Infatti, Grant non sostiene affatto una qualche forma di riduzionismo o scientismo: concepire una filosofia della natura non significa semplicemente spiegare come tutte le forme e i livelli di organizzazione siano riconducibili all’attività di elementi o sostrati corporeo-materiali fondamentali, né coltivare l’ideale di una pluralità di iper-specializzazioni che si sommano ma non si attraversano, né proporre una nuova filosofia della scienza di taglio epistemologico-riflessivo, né limitarsi a registrare i dati offerti dalle scienze della natura per cercare al più di sistematizzarli od ordinarli in un catalogo esaustivo. Piuttosto, significa pensare al problema generale di come viene a costituirsi tutto ciò che fa parte del mondo, che coinvolge tanto gli enti naturali in senso stretto, quanto le leggi di natura, quanto ancora la conoscenza umana e gli atti umani in generale.
In tal senso, un’ontologia della natura è un’ontogenesi della natura: il problema non è che cosa c’è nella natura e che cos’è la natura, bensì come diviene e che cosa può divenire la natura. Dire che la natura è con ciò vita vorrebbe dire per Grant che un ambito della natura (l’organico, l’animalità), un prodotto già dato, gode di un privilegio ingiustificato rispetto agli altri, mentre il tentativo platonista di Schelling (tratteggiato in particolare nei capp. 2 e 4-6) sarebbe proprio di risalire a ciò che sta prima di ogni supposto “primo” (ivi compreso l’umano), ossia all’idealità produttiva, alla pura libera potenza creatrice qua tale, che appunto si articola e organizza in e attraverso forme svariate, ma che non si riduce a nessuna di esse – proprio perciò è aperta a imprevedibili forme future.
Si tratta appunto di assumere un atteggiamento altamente speculativo e teoretico ossia genuinamente filosofico, per il quale se è vero che la metafisica non può essere approfondita e studiata separatamente dalla fisica, al contempo questa non può essere declinata in chiave esclusivamente scientifica o somatistica, perché evoca appunto una metafisica che sappia offrire – a essa come all’insieme delle scienze – un orizzonte più generale.
III. Grant sviluppa la propria raffinata proposta mantenendo come continuo e dichiarato contrappunto il lavoro di Deleuze e Guattari (discutendone gli intenti più nettamente nel conclusivo cap. 7), in quanto ritiene che essi siano andati apertamente in direzione del progetto di una filosofia della natura e abbiano condiviso con Schelling una serie di problemi comuni (pur risolvendoli poi in modo completamente diverso). Inoltre, Grant riconosce che nel loro progetto si trovano anche espliciti riferimenti ad alcune importanti idee di Schelling, quando non delle lodi.
Grant ha su questo punto ragione, giacché Deleuze – in particolare – è a tutti gli effetti un metafisico e un filosofo della natura. Questa tesi non è affatto scontata, perché per lungo tempo Deleuze è stato ritenuto una mera figura della demolizione postmoderna di ogni tipo di edificio, o – ma è la stessa idea declinata in chiave positiva – uno strumento utile per qualsiasi tipo di rivendicazione contro-culturale. Se nel dibattito internazionale la considerazione di Deleuze come pensatore sistematico, metafisico e costruttivo ha comunque cominciato a farsi strada, in quello italiano egli continua spesso a essere semplicemente catalogato come autore – negativamente – nebuloso e psichedelico, o – positivamente – rivoluzionario e seducente. Pertanto, un’opera come quella di Grant non può che contribuire a ricalibrare anche da noi una simile impostazione.
In Grant l’aggettivo “deleuziano” viene a connotare un generale atteggiamento nietzschiano di demolizione o rovesciamento del platonismo in chiave vitalistica, platonismo che invece il filosofo inglese considera decisivo nella riconsiderazione della filosofia della natura.
Sotto questo punto di vista, mi sembra che l’Autore abbia però costruito un “Deleuze di paglia”, funzionale all’affermazione delle proprie tesi schellinghiane ma poco aderente all’effettiva posizione di Deleuze. Questo di per sé non è un problema o un difetto, essendo anzi un atteggiamento comune in filosofia e per molti versi anche utile; né – va detto – risulta inspiegabile se si esaminano alcuni passaggi dei testi deleuziani e se si pensa al modo in cui Deleuze è stato per lo più ripreso e utilizzato. Ha però un che di sorprendente, considerando che la pressoché totalità delle tesi principali di Grant appaiono – suo malgrado – radicalmente deleuziane.
Mi spiego, riassumendo a) le critiche principali di Grant a Deleuze, b) alcune importanti tesi schellinghiano-grantiane, c) la loro connessione con alcuni snodi chiave del pensiero di Deleuze.
a) Gli “errori” di Deleuze si possono sintetizzare in sei, ed esprimono un medesimo atteggiamento di fondo insieme antifisico e neofichtiano (discusso nel complesso in particolare nel cap. 3).
Primo. Deleuze manterrebbe in prima battuta una considerazione pratico-morale della natura, per la quale questa resta subordinata – teoricamente come praticamente – alla libera attività della soggettività umana, al fine di affermare una visione etica del mondo.
Secondo. A un livello più approfondito, Deleuze sosterrebbe una dualistica antitesi di natura e libertà, che da un lato dovrebbero essere successivamente riconciliate, mentre dall’altro lato restano domini ontologici insormontabilmente separati: non si dà un fondamento capace di unirli, ma si erige a trascendentale la generale infondatezza e il sotterraneo divenire folle che caratterizzano il mondo, situati in profondità rispetto alla superficie del piano fisico, rischiando così una totale eliminazione della natura nella sua componente ideale o meglio ideativa.
Terzo. Deleuze farebbe pertanto sì sfumare la distinzione tra naturale e artificiale, ma in favore del secondo lato: la natura si artificializza nel senso che viene a essere concepita alla stregua di un processo governato da infondati atti volontaristici di soggetti-sostrati, e non come processo impersonale di auto-produzione e auto-costituzione (per il quale invece è l’artificio a essere naturalizzato).
Quarto. Deleuze resterebbe vittima di quell’asimmetria o unilateralità metafisica per la quale se la biologia può essere considerata una scienza filosofica, non altrettanto può dirsi per esempio per la geologia o la chimica. In tal modo, si erige un tipo particolare di organizzazione fisica (quella organica) a tipo originario della natura: la filosofia della natura si riduce a una filosofia della vita o dell’organismo – concepiti come luogo principe della turbolenta infondatezza della realtà.
Quinto. Deleuze sarebbe animato da un impeto antiplatonista che lo porterebbe a criticare l’Idea e a non comprendere che di fatto Platone è un fisico che propone una scienza del divenire ovvero la dinamica: il platonismo sarebbe una fisica dell’Idea che tiene insieme natura e idea, mentre in Deleuze diventerebbe proprio impossibile una fisica dell’ideazione.
Sesto. Quando anche fa riferimento al pensiero di Schelling, Deleuze lo leggerebbe erroneamente, presentando talora addirittura come tesi di Schelling passaggi in cui questi sta in realtà esponendo la posizione di altri autori. In merito a ciò, va subito detto che Grant, anche se non prende in esame la totalità dei momenti in cui Deleuze ha richiamato Schelling, ha facilmente ragione. È infatti noto il modo “traditore” in cui Deleuze concepiva e praticava il confronto con la storia della filosofia, legato nemmeno tanto a una libera interpretazione funzionale allo sviluppo del proprio discorso, bensì al tentativo di fare emergere dei problemi senza dedicarsi a un’estesa discussione e convalida filologica. Ciò vale indubbiamente anche per Schelling: lo Schelling di Deleuze non è – né intende esserlo – il “vero” Schelling.
b) Rispetto a questo scenario, le tesi schellinghiane di Grant si profilano o intendono profilarsi conseguentemente come “anti-deleuziane”. Ne elenco qui sommariamente alcuni importanti tratti: 1. Si distingue una fisica del tutto da una fisica di tutte le cose. 2. Si fa coincidere la materia con la potenza in quanto principio auto-cratico, auto-organizzantesi e auto-costituentesi – con lo stesso o la natura naturans quale pura produttività irriducibile a un soggetto o a un sostrato. 3. Si concepisce una fisica genetica o dinamica in cui emergono vari livelli d’ordine a partire da e tramite il disordine. 4. Si rifiuta il vitalismo o l’organicismo (come l’antropocentrismo), perché nessuna organizzazione specifica può “tipizzare” la produttività della natura, che dunque non si confonde con nessun particolare prodotto. 5. Si mette in discussione il somaticismo affermando la fisicità dell’idea nei termini di una potenza genetica, per la quale le idee non sono forme stabili e fisse disponibili, ma eterni divenire che si organizzano fenomenicamente e fisicamente. 6. Si rivaluta di conseguenza il platonismo in quanto sistema non-bimondano che costruisce una fisica del divenire, nella quale per esempio i generi vengono concepiti non come “scatole” ma come potenze di generazione o congiunzione, e si pensa l’essere del divenire, dal punto di vista del divenire, riconoscendo la non fissità delle specie. 7. Si delinea un’impostazione insieme pre- e post-kantiana, perché non si pensa il trascendentale in chiave epistemologica, statica e umana, bensì genetica, dinamica e fisica. 8. Si critica ogni forma di moralizzazione del mondo per la quale la vivacità della natura viene svuotata e svalutata, a meno che non sia quella del soggetto umano. 9. Si mettono al centro concetti quali riproduzione dinamica, ricapitolazione non-lineare dell’identità asimmetrica di produttività e prodotto, ideazione, decomposizione biforcante, produzione del futuro, ripetizione della potenza, costruttivismo originario, antitesi diversificante di accelerazione/rallentamento e tensione/contrazione, non preesistenza delle serie ma loro immanenza alla costruzione, irreversibilità del tempo, forza, intensità, ampiezza, superficie – tutti al fine di rendere conto della pura processualità di un divenire non retto da alcun tipo di sostrato già dato. 10. Si indica la possibilità di un’intuizione dell’assoluto in quanto intuizione dell’attività e della costruttività originaria non legata alla riproduzione e rappresentazione di un esistente antecedente. 11. Si prospetta un empirismo materialistico a priori o filosofico o incondizionato, di tipo naturalistico-fisicalizzato e non trascendentalizzante, esteso all’assoluto e per il quale si concepisce la possibilità di nuove forme di esperienza e non esclusivamente le condizioni di costituzione dell’esperienza per l’uomo. 12. Si concepisce l’identità non come recupero, riflessione o copia di un’integrazione delle differenze, ma come loro diffusione e proliferazione tramite un’interruzione di simmetria in cui consiste la relazione tra forze che è la natura qua tale: l’identità si misura sulla base della quantità di effetti prodotti dall’attività su diversi livelli (da un vulcano al pensiero umano), ossia con una logica estensivo-ricapitolativa, non enumerante-sommativa. 13. Si afferma che tutto è un punto medio nella misura in cui il divenire produttivo avviene sempre tra le forze asimmetriche ossia nella loro relazione, considerata in senso eminentemente fisico e non logico.
c) In generale, credo che il parziale fraintendimento della lettura grantiana di Deleuze sia legato prevalentemente a due fattori. Il primo è l’influenza della celebre interpretazione di Badiou, per la quale Deleuze è un pensatore anti-platonico del Tutto come Animale Vivente. Il secondo è che si presenta un Deleuze animato da intenti moralistico-ordinatori, che contrappone il molteplice all’Uno e concepisce l’idea come ciò che ha oggettivamente una qualità pura e non può essere diverso da ciò e come è, appunto separata dalle cose limitate e transeunti, nelle quali invece il divenire si libererebbe. Ma questo è – in prima istanza – il modo in cui Deleuze descrive quel platonismo che intende rovesciare, non la sua propria posizione, che va anzi intesa – in seconda istanza – in modo diverso e persino come conduzione del platonismo ai suoi estremi – non dunque come suo “superamento”.
Infatti, le tesi sopra indicate possono essere attribuite o quantomeno accostate a Deleuze stesso, come i suoi assidui frequentatori possono intuire e come d’altronde sembra parzialmente prospettare anche Ferraris nella propria postfazione al lavoro di Grant. Immaginando di far corrispondere ai punti sopra indicati un numero analogo di tesi deleuziane, si potrebbe dunque dire – lasciando ovviamente ora da parte i relativi possibili riscontri testuali – che nella metafisica di Deleuze: 1. Si prospetta una fisica del tutto come durata aperta, creatrice e qualitativa. 2. Si mette al centro la processualità immanente della natura naturans quale pura attività creatrice impersonale. 3. Si concepisce una struttura genetica o dinamica che fa leva sulla potenza compositiva del caos per rendere possibile l’emergenza di diversi livelli o strati naturali. 4. Si afferma la potente vita inorganica che serra il mondo, per evitare ogni riduzionismo di stampo vitalista od organicista (come antropocentrico), perché la produzione anima ogni prodotto ma non si esaurisce in esso. 5. Si fa dell’idea non un modello eterno e sovra-mondano, ma una potenza genetica di creazione del nuovo, ossia ciò che opera nella natura. 6. Si ripensa di conseguenza il platonismo ritrovando al suo interno i germi di un pensiero dell’ideazione dunque della natura come produzione del nuovo e potenza di differenziazione e congiunzione. 7. Si delinea un approccio insieme pre- e post-kantiano, perché non si pensa il trascendentale in chiave epistemologica, statica e umana, bensì genetica, dinamica e fisica: la genesi è reale ed effettiva. 8. Si critica la visione morale del mondo, che subordina la ricchezza dell’immanenza naturale a una trascendenza sovra-naturale, umana o divina che sia. 9. Si mettono al centro concetti quali ripetizione della differenza, ripresa dello slancio creativo, incommensurabilità e non corrispondenza tra virtuale e attuale e tra processo e risultato, problematicità dell’idea, differenziazione per divergenza, ritorno del futuro, rilancio del potenziamento, costruttivismo immanente, mutamento di ritmi per accelerazione/rallentamento e tensione/contrazione, irreversibilità del tempo, forza, intensità, estensione in superficie – tutti al fine di rendere conto della pura processualità di un divenire senza soggetto o sostrato. 10. Si ritiene che l’intuizione o il sentire permettano di cogliere la durata creatrice nel suo slancio, non nel senso che si accede a essa rappresentandosela, ma nel senso che se ne riprende e prolunga lo sforzo produttivo in procinto di farsi. 11. Si prospetta un empirismo superiore o trascendentale, in cui la condizione non viene ricalcata sul condizionato e si indagano le possibilità dell’esperienza reale, ossia le modalità di produzione del differente e di emersione del nuovo in natura. 12. Si concepisce l’identità non come ripristino, riflessione o imitazione di una natura data che riassume le differenze, ma si prospetta la loro liberazione grazie al rapporto di incommensurabilità o corrispondenza senza somiglianza che ritma l’andamento della natura naturante: i prodotti naturati valgono e si differenziano in quanto effettuano l’attività creatrice anziché rappresentarla, secondo una logica di prolungamento e potenziamento, non di omologazione e identificazione. 13. Si afferma la priorità della relazione come ciò che costituisce i termini che rapporta anziché collegare elementi già dati, così che il rapporto, quale “tra” dinamico, viene considerato in chiave fisica e non logica, ossia come puro tensore e innesco differenziante.
Evidentemente, non si possono semplicemente sovrapporre le filosofie della natura di Deleuze e Schelling, né i loro linguaggi, ma questo paradossalmente può valere anche nel senso che dal lato di Deleuze si potrebbe dire che Schelling resta ancora troppo poco schellinghiano.
Per esempio, nell’ottica deleuziana è per certi versi ancora troppo poco affermare che ogni costruzione consiste in approssimazioni alla produttività poiché nessun prodotto può recuperare la produttività stessa per intero (giacché invece ogni “naturato” ripete e rilancia l’intero sforzo generativo “naturante”, ancorché a proprio modo: è questo il senso dell’univocità dell’essere), così come risultano ambigue le idee per cui la natura diventa nella propria più alta potenza autocoscienza e getta così luce sull’intero sistema della conoscenza (ancorché in avanti e mai all’indietro), e l’uomo è la creatura più perfetta di tutte (ancorché non completerebbe la natura ma la aprirebbe all’insorgere di una nuova specie dotata di un nuovo organo del pensiero).
In ogni caso, simili notazioni nulla tolgono alla portata e all’originalità della proposta di Grant, che ha più di una ragione per insistere su quegli slittamenti che differenziano Schelling e Deleuze, magari anche impercettibilmente ma non perciò non significativamente. È proprio grazie al lavoro di Grant che diventa possibile discutere la possibilità di una filosofia della natura e le sue diverse declinazioni, valutando quale prospettiva può risultare più convincente, meglio articolata e maggiormente feconda.
In tal senso, si tratta di prendere sul serio le parole con cui Grant chiude la propria opera, osservando che Schelling non può essere ridotto a precursore di pensatori successivi, perché è piuttosto il precursore di soluzioni filosofiche e di esperimenti nella fisica dinamica ancora di là da venire. Non si tratta insomma di preferire Schelling a Deleuze o viceversa, ma si deve affrontare con rigore e coraggio il problema della filosofia della natura, ricapitolando in modo non-lineare l’impostazione e il gesto filosofici dello stesso Grant, che dunque non possono in nessun modo essere ignorati o sottovalutati da chi intenda oggi interrogarsi senza pregiudizi sulla meta-fisica.

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