sabato , 25 novembre 2017
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13. Recensione a: Edmund Husserl, Grenzprobleme der Phänomenologie. Analysen des Unbewusstseins und der Instinkte. Metaphysik. Späte Ethik (Texte aus dem Nachlass 1908–1937), hrsg. von R. Sowa – Th. Vongehr, Husserliana, 42, Springer, Dordrecht, 2014, pp. 665. (Marcello Fraccaroli)

Ai più attenti seguaci e conoscitori del pensiero di Edmund Husserl non sarà di certo sfuggita la volontà con cui il padre del movimento fenomenologico cercò di misurarsi, in particolare nell’ultimo periodo della sua riflessione, con quei problemi che, apparentemente, risulterebbero inaccessibili a un’analisi rigorosamente fenomenologica. Tali questioni, che di rado emergono nei testi pubblicati più conosciuti, attraversano potremmo dire in maniera sotterranea la ricerca husserliana, rimanendo nello stato di analisi a-sistematiche all’interno del grande Nachlass. La pubblicazione di questo volume della Husserliana, dal titolo Grenzprobleme der Phänomenologie, cerca di portare l’attenzione proprio su questo ambito di “problemi-limite”, un ambito che, in un certo senso, mette a dura prova il metodo caratteristico della fenomenologia e la sua capacità di descrizione. Che cosa si intenda con problema-limite lo si capisce presto dal sottotitolo del volume, così come scorrendone l’indice: l’analisi dell’inconscio e dell’istinto, le questioni metafisiche ed etiche, ma in particolare i problemi del sonno, della nascita e della morte – questo l’ambito dei Grenzprobleme. Tuttavia, occorre subito fare le dovute precisazioni, al fine di comprendere con precisione la scelta editoriale dei curatori. Il volume infatti non ha un carattere omogeneo, e si suddivide in quattro sezioni: la prima è dedicata alla fenomenologia dell’inconscio e alle questioni della nascita, della morte e del sonno; la secondo tratta dell’istinto e delle pulsioni; la terza ha al centro la problematica metafisica – quindi l’analisi della monadologia, teleologia e teologia; l’ultima, invece, raccoglie gli scritti sull’etica degli anni di Friburgo. Come mostra Rochus Sowa nell’ampia introduzione al volume, le ultime due sezioni concernono prevalentemente i problemi che Husserl stesso considerava più elevati, gli “Höhenprobleme”, le “questioni ultime e più alte”, in breve, le questioni “metafisiche” comprendenti anche la sfera etica e religiosa, la problematica divina, nonché quella della “vita etica” e dell’“umanità autentica”. Quest’ambito di ricerca doveva costituire la parte finale di una grande opera sistematica, in cinque volumi, che Husserl aveva in progetto intorno al 1930, di cui tuttavia conosciamo solo lo schema generale (si veda, a tal proposito, l’introduzione alla Husserliana XV, p. XXXVI). Il materiale pubblicato nella terza e quarta parte di questo volume permette allora di farci un’idea sufficientemente chiara di quella che doveva essere la via husserliana ai grandi problemi metafisici. Rispetto a questa parte, dobbiamo notare che negli scritti pubblicati nelle prime due sezioni l’idea di problema-limite assume una connotazione un po’ diversa; i Grenzprobleme, in questo caso, assumono più specificatamente la forma di Randprobleme, problemi quindi di “confine”, i quali conducono l’analisi fenomenologica verso determinati casi-limite, “Limesfälle”, che lo stesso Husserl identifica con la morte, la nascita, il sonno, l’inconscio, l’esistenza animale, la vita pulsionale-istintiva. Non dobbiamo con ciò pensare che il volume rappresenti l’unico documento in cui le analisi di confine siano in primo piano; occorre rimandare ad altri testi della Husserliana che, in un certo senso, ne completano la lettura; in particolare al volume XV, sull’intersoggettività, al XXIX che comprende i testi integrativi della Crisi, al XXXIX sulla Lebenswelt, infine all’VIII dei Materialien, con i manoscritti del gruppo C sulla temporalità. Con ciò si vuole sottolineare come le questioni-limite siano, sebbene in modo sotterraneo, al centro della riflessione di Husserl – dell’ultimo periodo soprattutto. Grazie a questa pubblicazione, tutto ciò diviene definitivamente chiaro, al punto che i Grenzprobleme possono essere annoverati come parte essenziale, e di grande rilievo, della ricerca fenomenologica.
L’eterogeneità del materiale raccolto, assieme alle summenzionate sfumature di senso del concetto di limite, non deve mettere in ombra il legame di fondo che unisce le quattro sezioni. Questo punto è reso ben evidente da Sowa nella sua introduzione (pp. XXX-XXXI). Se, ad esempio, prendiamo i temi della nascita e della morte, centrali nella prima sezione, non possiamo non notare come oltre a problemi strettamente metodologici, questi aprano a questioni “esistenziali” più ampie, a domande sulla vita dell’uomo in generale, al problema dell’immortalità; questioni metafisiche, queste, cui si uniscono anche i temi del sonno e dell’inconscio, i quali, da un punto di vista allargato, hanno dirette implicazioni sulla concezione della monadologia. L’analisi della vita pulsionale, infine, ha chiare ripercussioni sulle problematiche etico-religiose. In breve, ogni sezione, sebbene possa essere studiata singolarmente, ha forti legami con ogni altra; ciò conferisce un carattere tutto sommato unitario al volume.
Va da sé che ogni singolo testo andrebbe letto con attenzione, dato che un’illustrazione generale non può nemmeno sfiorare la ricchezza di analisi che un volume come questo possiede. Volendo tuttavia presentare complessivamente il contenuto delle sezioni, possiamo dire che il primo gruppo di manoscritti, appartenente agli anni Trenta, si occupa in linea generale dei fenomeni limite della vita di coscienza. La morte è uno dei temi centrali sotto l’aspetto di “evento mondano”, da una parte, e come morte in prima persona, dall’altra. Se nel primo caso è possibile pensare alla morte come momento della costituzione (e ciò può esser detto anche per la nascita), e, precisamente, come morte dell’altro, lo stesso non può dirsi per la “mia” morte. In questo caso siamo di fronte all’evento del divenir-nessuno, da vivere in prima persona, che oltrepassa ogni possibilità di comprensione cosciente. Ma questo divenir-nessuno, secondo Husserl, non è un nulla. Le analisi fenomenologiche messe in campo per affrontare queste difficoltà conducono sempre verso lo stesso punto: ovvero, la morte non è un nulla, ma una certa forma di mutamento, uno spegnersi delle forze della coscienza da cui non è possibile tornare indietro. Da qui si ramificano altre questioni che permettono, una volta analizzate, di avvicinare il fenomeno della morte; si parla, in questo caso, dei problemi dell’inconscio e del sonno. Sprofondando nel sonno senza sogni, ad esempio, l’Io è condotto in una situazione priva di esperienza (per questo Husserl accentua spesso i legami tra morte e sonno senza sogni), in cui i rilievi affettivi tacciono; una situazione fondamentalmente “inconscia”. Proprio la teoria dell’inconscio trova un’esposizione di primaria importanza nel manoscritto D 14, ingrande parte pubblicato nel volume (testo n° 2). Questo manoscritto è sicuramente uno dei luoghi più rilevanti in cui è trattata la problematica del flusso di coscienza come insieme dinamico di forze affettive, rilievi e sedimentazioni. A partire da qui è possibile comprendere in maniera precisa la differenza tra la vita di coscienza desta e quella non-desta; la “perdita di forze” da parte dei rilievi del flusso, i quali mettono a tacere ogni possibile richiamo affettivo, è la condizione propria dell’essere-inconscio, “Unbewusst-sein”, condizione a cui, in fondo, porta lo scorrere continuo e incessante del flusso nel suo processo ritenzionale, che si allontana sempre di più dal momento impressionale presente.
Con l’idea della morte come evento immanente che non comporta una totale eliminazione, si fa strada il pensiero di un flusso permanente che non può interrompersi, una continuità trascendentale in cui ogni monade trova la propria genesi, e, di conseguenza, il proprio inizio, Anfang. Ma l’inizio della monade – cui si lega il problema della nascita – non è un puro inizio formale, vuoto; l’ego dell’inizio originario, secondo Husserl, è già un ego con determinati istinti. Si apre, con ciò, il tema centrale della seconda sezione. La fenomenologia degli istinti – questo è il titolo della sezione – è un campo di ricerca molto vasto, che per la prima volta viene presentato in maniera specifica (e tematica, dovremmo dire) all’interno della Husserliana. Bisogna precisare che la riflessione sull’istinto non riguarda certo solo l’ultimo periodo, che è quello coperto dai testi qui raccolti (anni Trenta in particolare); d’altra parte, ciò che si può apprezzare di questi scritti è la capacità di presentare un’analisi molto dettagliata della dimensione della vita istintiva in generale, in tutte le relative dinamiche – ovviamente, non ne trarrebbe beneficio chiunque cercasse una certa sistematicità. La fenomenologia degli istinti è al tempo stesso una fenomenologia della vita pulsionale; istinto e pulsione vengono differenziati in alcuni contesti, ma la separazione non è significativa (in effetti, troviamo spesso il termine “Instinktive Triebe”). Quello che emerge dalle analisi è il fatto che, da un punto di vista genetico, l’Io è sempre un Trieb-Ich, un ego pulsionale; la vita istintiva pertanto, nella pluralità delle proprie pulsioni, attraversa la struttura della soggettività trascendentale. Il Trieb non può essere considerato un semplice accadimento naturale, ma rappresenta un fatto trascendentale, un sistema originario inscritto nella dimensione passiva della monade, sempre presente in ogni relazione tra Io e mondo. Questo è ciò che Husserl tenta di mettere in evidenza, nel momento in cui afferma: “La genesi all’interno della costituzione del mondo pre-dato presuppone sempre la pulsione, l’istinto” (p. 102). La pulsione è allora analizzata nella sua dinamica di “riempimento”, come pulsione di fame, di nutrimento, ma altresì come impulso sessuale; troviamo poi l’analisi dell’istinto di autoconservazione, del desiderio, del piacere, fino all’idea di un istinto di ragione, “Vernunfttrieb”, specifico dell’uomo. La relazione tra istinto e inconscio è centrale nel testo n°9, in cui si analizza la possibilità d’inibizione dell’impulso e i modi del suo divenire-inconscio, così come della “repressione” (questo testo è molto importante per la relazione tra fenomenologia e psicoanalisi; significativo, in questo caso, è il richiamo al metodo di Freud, p. 126).
Che l’istinto non sia una semplice forza meccanica – e come tale rientra nella dimensione trascendentale – è rappresentato dal fatto che esso possiede sempre una specifica teleologia. Ogni manifestazione pulsionale, dovremmo dire, non è casuale. Per questo, come osserva Sowa, la problematica dell’istinto e quella teleologica si toccano, fino a sovrapporsi. La terza sezione allora può essere letta in continuità con la seconda. I manoscritti raccolti, in questo caso, coprono uno spazio temporale maggiore. Il primo gruppo di testi, elaborati tra il 1908 e il 1910, è di essenziale importanza, in quanto ci permette di vedere il sorgere della riflessione husserliana sulla cosiddetta fenomenologia monadologica. Oltre a questo, stiamo parlando di testi fondamentali per la comprensione generale della metafisica in Husserl; vengono elaborate importanti analisi sulla coscienza come essere assoluto e sui legami con il corpo; inoltre, in quanto flusso infinito, la coscienza è caratterizzata come forma a-priori e “immortale”. Si apre quindi la riflessione sull’inizio e la fine del flusso, sulla nascita e morte per la coscienza – con evidenti legami con la prima sezione del volume. Il testo n° 11 ci offre poi una delle prime analisi sulla totalità delle monadi (qui chiamate anche “enadi”), una totalità che già nel 1908 era concepita come forma armonica e sorretta da una determinata teleologia. La questiona teleologica, dobbiamo notarlo, attraversa l’intera sezione, ed è sviluppata in ogni grado di possibile manifestazione: dalle pulsioni, aventi in sé un telos predelineato, al mondo, inteso come “teleologische Welt”, fino allo sviluppo teleologico della storia e dell’umanità. Nel senso più ampio e generale, Husserl concepisce la teleologia come “Absolute Teleologie” (testo n°19). A tutto ciò è affiancata poi un’interessante serie di riflessioni sulla religione, su Dio e l’idea di teologia, temi effettivamente poco noti e trattati nel panorama degli studi husserliani. La teologia è messa a confronto con l’idea di scienza e di conoscenza razionale. Nel testo n° 14 ad esempio, si parla della scienza “in senso platonico” come conoscenza del mondo e di ogni essente a partire dall’esperienza e dalla visione intuitiva (Einsicht). Questa forma di conoscenza ha la sua fonte nella “luce naturale”, a differenza della teologia, rappresentata come conoscenza che parte dalla luce sovrannaturale (übernatürlichen Licht). Ma la teologia stessa, in quanto scienza religiosa legata alla tradizione cristiana, ammette anche un’altra forma, caratterizzantesi come scienza di Dio e delle “cose divine”; come tale, essa si pone sulla via della luce naturale della ragione (p. 183). Alla questione teologica si lega il problema della credenza; a quella propriamente religiosa, si contrappone – come possiamo leggere in un testo del 1934 (pp. 228-229) – la credenza derivante dalla scienza-filosofia greca, concepita come “Glaube an die Vernunft, die autonome Vernunft”. Questa sorta di “fede” nella ragione è ciò che permette, in fondo, di avvicinarsi dal punto di vista fenomenologico all’idea di Dio; per questo Husserl può parlare di via non-confessionale a Dio, “inkonfessioneller Weg zu Gott” (p. 259).
L’ultima sezione del volume si occupa di questioni generali legate all’etica, elaborate nel periodo di Friburgo, fino agli anni Trenta. Questa parte deve necessariamente essere letta in continuità con le prime riflessioni sull’etica, pubblicate nel volume XXVIII della Husserliana (Lezioni sull’etica e sulla teoria del valore, 1908-1914), oltre che con le lezioni del 1920/24 “Einleitung in die Ethik” (Husserliana XXXVII) e con gli articoli sul “rinnovamento” scritti per la rivista giapponese Kaizo (Husserliana XXVII). Rimandiamo in tal caso, per una panoramica generale dello sviluppo dell’etica in Husserl, all’articolo di U. Melle, “The Development of Husserls Ethics (Études Phénoménologiques 13–14, 1991). A differenza di quella che, negli anni di Gottinga, è una ricerca che mira ai fondamenti apriorici dell’etica – e ciò permette di sviluppare un’assiologia e una pratica formali, in parallelo alla logica formale –, e che si sviluppa in seguito come un’autentica “etica della ragione”, la ricerca che possiamo trovare nei manoscritti qui raccolti ha il vantaggio di mettere in luce anche il lato “irrazionale” del pensiero etico; una forma di non-razionalità che Husserl riscontra in modo particolare nel destino, Schicksal, nella morte individuale o nella malattia, forme della vita, queste, che si pongono in contrasto con l’assolutezza della ragione. Il pensiero di una vita etica razionale che sottostà all’imperativo categorico formale, che Husserl pensa sulla scia di Brentano (“Tue das Beste unter dem Erreichbaren”), non è sufficiente; in questi testi è ben presente la volontà di mantenere, da una parte, un’universalità nell’etica, ma al tempo stesso la singolarità della persona, che rischia di auto-alienarsi vivendo sotto la luce dell’imperativo formale. Questa idea ha alla sua base una certa forma di personalizzazione del valore, che contrasta con il valore inteso come forma oggettiva; la vita concreta, nei casi pratici, è in fondo ciò che permette di considerare l’imperativo categorico come un qualcosa di “individuale-concreto” (p. 321). I valori che emergono da queste considerazioni sono definiti “valori dell’amore”, “Liebeswerte”. La caratterizzazione dei Liebeswerte riveste un’importanza essenziale nel pensiero etico di Husserl, e di certo rappresenta uno degli aspetti più interessanti dei manoscritti pubblicati; a differenza dei valori oggettivi, che sottostanno alle leggi dell’imperativo formale, quelli dell’amore danno voce all’intimità più profonda della persona, e come tali hanno un ruolo primario: “In contrapposizione a un valore radicato assolutamente nell’Io stesso, proveniente dal suo amore (in quanto amore assoluto), il valore oggettivo non ha alcun peso” (p. 357). Il caso dell’amore della madre per il figlio è una forma esemplare, che mette ben in luce il “momento irrazionale” dell’amore (p. 384). I Liebeswerte sono in ogni caso “assoluti”, e non costituiscono un ordine prestabilito; pertanto, la scelta tra questi mette in atto un serio conflitto, che si risolve con il “sacrificio” di un valore per l’altro. La richiesta fatta da Dio ad Abramo di sacrificare il figlio ne è un chiaro esempio (p. 466).
La delineazione dei valori dell’amore, che implicano un dovere assoluto, è sicuramente, come nota Sowa nell’introduzione (p. CVIII), uno dei tratti distintivi che segnano il passaggio dall’etica della ragione degli anni di Gottinga all’etica del periodo di Friburgo. L’alone d’irrazionalità che attraversa queste riflessioni viene tuttavia riassorbito in una più ampia forma di “fede razionale” in Dio e in un “mondo divino”, come mondo teleologico che porta in sé ogni dovere, che incorpora ogni evento del mondo, anche ciò che apparentemente appartiene al fato irrazionale. L’idea di ragione, in fondo, permane l’elemento centrale, costantemente implicita nella teleologia universale, sia essa caratterizzata come divina o assoluta; la teleologia, che abbraccia ogni manifestazione razionale e irrazionale, sembra così costituire il punto centrale verso cui convergono le varie tematiche “limite” presentate nelle quattro sezioni.
Ancora una volta ci sembra necessario rimarcare l’importanza del volume, il quale permette di aprire la ricerca verso un campo “fenomenologico” ancora da esplorare nel profondo; l’invito finale, comunque, non può che essere a una lettura attenta e dettagliata del testo, unica via per toccare con mano la fecondità e la ricchezza delle analisi husserliane.

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