mercoledì , 8 dicembre 2021
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99. Recensione a: Andrew Culp, Dark Deleuze, a cura di Francesco Di Maio, con interventi di Rocco Ronchi e Paolo Vignola, Mimesis, Milano-Udine 2020, pp. 118. (Gregorio Tenti)

Dark Deleuze, il saggio di Andrew Culp uscito nel 2016 per University of Minnesota Press e appena tradotto in italiano da Francesco Di Maio per Mimesis, è un testo militante, che ha il pregio di farsi leggere d’un fiato. Né accademico né divulgativo, il pamphlet di Culp è attualissimo nelle istanze interpretative e perfettamente inattuale nell’orizzonte teorico d’insieme, sostanzialmente ascrivibile al comunismo anarchico. Di massimo interesse le notazioni di metodo: l’autore si mostra consapevole che il proprio oggetto di studio, il pensiero di Gilles Deleuze, è restituito in un’immagine infedele; ma ciò avviene in virtù del fatto che, come viene spiegato nella conclusione, offrire un contributo teoricamente significativo non è una questione di fedeltà, ma di stile. Culp è assolutamente rigoroso, ovvero radicale, nel portare fino in fondo il “proprio” Deleuze, strumentalizzandone l’eredità concettuale per proporre «una sensazione, una provocazione, che produce insufficienza» (p. 85), che suscita cioè a sua volta nuova vita.
Il Deleuze di Culp è “dark” perché opposto al Deleuze luminoso, spinoziano e vitalista di tanti interpreti contemporanei: la tesi portante è che il Deleuze più legato al divenire genetico, al corpo, all’affetto e alla forza creante abbia perso di pregnanza nella lettura politica del presente, e offra ormai il fianco agli slogan del neoliberismo – iper-connessione orizzontale, innovatività e produttività diffusa, sovra-esposizione della soggettività. La lettura politica, peraltro piuttosto semplicistica, è quella che vede nella reazione al ’68 l’anima intollerabile del nostro status quo che non ha ancora trovato risposta. La lettura filosofica, invece, si basa sulla tesi che dopo Dio e l’uomo, sia la volta del mondo: che cioè l’idea di mondo, intesa come ciò che fa persistere «questo mondo», sia l’ultima “morte” della filosofia moderna ancora da consumarsi. Questa brillante intuizione allinea Culp ai realisti speculativi e alle nuove ontologie contemporanee, di cui è denunciata l’«ingenuità» che si compiace, ad esempio, dell’onnipresente creatività della natura, o assume a proprio mantra una nuova forma di relazionalità universale (p. 88).
Sulle critiche serrate che Culp sferra ai paradigmi del «connettivismo» e del «produttivismo» va misurato il respiro del saggio. All’unilateralità con cui l’autore dipinge i «connettivisti», teorici che avallano l’imperativo dell’“essere online”, si potrebbe ad esempio rispondere che un connettivismo avvertito è sempre, in una certa misura, cospiratorio, segreto, indocile. Per far fiorire l’atto di destituzione serve una forma di comunità, per quanto contingente e strumentale, “lanciata” sulla linea di un’alleanza senza scopo: il rizoma, in Millepiani, non è nulla senza il fare-muta. Allo stesso modo un produttivismo metafisico conseguente, oltre ad essere ciò che c’è di più lontano da una flat ontology, evoca necessariamente una prassi infeconda, sterile perché a-fondativa, a-genealogica – eppure essenzialmente genetica. Prendere la genesi in sé significa proprio rompere i presupposti di transitività che, come scrive Culp, caratterizzano l’agire costruttivo, accumulante, riproduttivo (pp. 39-40). Su tutto ciò il Deleuze luminoso ha ancora molto da dire.
Che ragioni ha il deleuziano luminoso per destituire questo mondo, per de-individuare lo status quo? Questa domanda si lega, crediamo, a un paradigma più ampio, che saggiamente Culp non mette in discussione: il vitalismo. Il Deleuze vitalista sta vivendo una nuova stagione d’interesse, che Frédéric Worms ha definito un «nouveau moment du vivant»; ma il paradigma della vita dev’essere fatto risalire almeno al primo romanticismo tedesco, in cui esso intratteneva problematici rapporti con l’Illuminismo politico, con l’evento rivoluzionario francese e con la critica delle istituzioni positive. La grande lezione di Deleuze, sulla scorta di Bergson, Canguilhem, Simondon e Ruyer, è la seguente: se il vitalismo vuole liberarsi dalle ambiguità che lo hanno reso prono alle strumentalizzazioni del positivismo ottocentesco deve dotarsi di una critica del concetto di organismo. Così facendo, lascerà cadere in un sol colpo biologismo, soggettivismo difensivo della forma e spiritualismo del principio. Il vitalismo, in altre parole, dev’essere critico – incorporando argomenti che lo stesso Culp esplora brillantemente, come la critica alla nozione di complessità (p. 59). A livello politico, ciò significa – per citare qui, come spesso fa Culp, il Comitato Invisibile – assumere «la vita vivente» come «possibilità del conflitto».
Dark Deleuze è un testo necessario, che non per nulla ha già suscitato un certo dibattito; e necessario non solo per denunciare la mansuetudine di molti deleuziani, ma anche e soprattutto per liberare l’idea di vita (poiché Deleuze è un campione del neo-vitalismo contemporaneo) dall’ipoteca della positività. Tanti effetti benefici, e tanto convincenti, non devono risultare schiaccianti e finire per impoverire il dibattito; rischio che Culp elude con l’eleganza retorica di ogni lettura radicale, che è quella di desiderare ed evocare una moltitudine di risposte.

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