lunedì , 23 ottobre 2017
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46. Recensione a: Enzo Melandri, I generi letterari e la loro origine, Quodlibet, Macerata 2014, pp. 104. (Anna Di Somma)

Il breve testo di Enzo Melandri, I generi letterari e la loro origine, edito da Quodlibet nel 2014 con la prefazione di Giorgio Agamben Al di là dei generi letterari (pp. 9-14), è pubblicato per la prima volta nel 1980 in “Lingua e stile” (XV, 1980, 3, pp. 391-431) dodici anni dopo il capolavoro La linea e il circolo (1968) in cui prosegue l’interesse per l’analogia sorto già in Logica ed esperienza in Husserl, e in Alcune note in margine all’Organon aristotelico. I temi presenti nell’opus del 1968, quelli della critica della logica formale e del convenzionalismo neopositivista avviata in Logica ed esperienza e presente negli ultimi lavori di Melandri – dalle lezioni raccolte in Contro il simbolico (1989) a Le Ricerche logiche di Husserl. Introduzione e commento alla Prima Ricerca (1990) – contribuiscono a mettere in risalto la volontà di un superamento fenomenologico, pre-teoretico, ante-predicativo, estetico della logica e delle logiche. Come è noto, a un certo punto del cammino di pensiero melandriano si prospetta un’aporia: il sentiero diviene interrotto, senza vie d’uscita. La scoperta del chiasma ontologico genera un solco profondo tra la logica ed esperienza che nemmeno l’analogia riesce a superare. Considerando il percorso esistenziale e accademico di Melandri appaiono decisivi gli anni di Kiel per la maturazione intellettuale del filosofo che ha la possibilità non solo di confrontarsi con la scena filosofica internazionale, ma anche di incontrare Paul Lorenzen, uno dei padri della logica operativa, che insegna a Kiel dal 1956 al 1962 e di cui Melandri segue i corsi. Per Melandri ogni logica rinvia a una determinata semantica e, quindi, rispecchia una certa visione ontologica. Dall’isomorfismo aristotelico tra pensiero e realtà derivano i due perni concettuali della semantica classica: la preminenza della denominazione, della denotazione ostensiva; la nozione di nesso causale, per cui c’è una concezione ontologica dalle solide fondamenta nel linguaggio ordinario. La concezione filosofica di Melandri mira a ripensare il fondo analogico dell’esperienza che non può essere formalizzato o ricondotto a strutture semantiche o concettuali. Pertanto c’è necessità di un’indagine archeologica che sia capace, al di là di una ricostruzione storica, di superare il concetto e tematizzare l’analogia. All’interno di questa prospettiva si muove I generi letterari e la loro origine che argomenta l’ipotesi di “un’archeologia dell’uomo moderno”, per usare un’espressione melandriana di Per una filosofia della metafora (E. Melandri, Per una filosofia della metafora, pp. 157-163, Postfazione a H. Blumenberg, Paradigmi per una metaforologia, Raffaello Cortina, Milano 2009 p. 163). Lo sfondo concettuale de I generi letterari è quello dell’attacco al formalismo logico che spinge Melandri a discutere circa il divario radicale tra semantica del nome e semantica del contesto. La questione dei rapporti tra logica ed esperienza diventa allora quello del punto di contatto tra questi estremi. Ma a quale livello dobbiamo affrontare il problema? In linea con l’insegnamento di Lorenzen, unito a quello di Husserl, per venire a capo della questione per il filosofo vanno posti sul tavolo della discussione gli schemi operativi e l’idea della vita. Se in La linea e il circolo è l’analogia a porsi come prassi non concettualizzabile, indefinibile, come radice pratica della nostra capacità di abitare il mondo, in I generi letterari in primo piano emerge il concetto di mimesi come atto operativo che delucida, attraverso i prodotti storico-culturali, il senso che “ha per l’uomo sentire, capire e operare all’interno di questa tensione imitativa” (p. 65). Ma veniamo al testo. L’argomento centrale, quello dei generi letterari e della loro origine, è affrontato da un angolo prospettico che travalica il ristretto ambito storico-letterario e sposta l’attenzione verso il nesso mondo-linguaggio e verso l’idea di un’antropologia mimetica in cui la mìmesis è considerata come espressione. Melandri ha infatti in mente una mimesi cinetica e dinamica (p. 59) che oltre ad innervare il mondo poetico e letterario va a costituire la condizione trascendentale del linguaggio stesso e dell’esperienza umana che è innanzitutto esperienza linguistica. Come sottolinea Agamben (p. 9), I generi letterari e la loro origine testimoniano lo stile inconfondibile di Melandri, estremamente variegato e digressivo, in cui l’ampiezza sterminata dei riferimenti e il rinvio a una sorprendente molteplicità di discipline concorrono ad accentuare un effetto vertiginoso nel lettore che si trova a ricevere un testo che possiamo definire un classico autentico nel senso in cui l’intendeva l’amico di Melandri, Italo Calvino, quando diceva che “d’un classico ogni rilettura è una lettura di scoperta come la prima. D’un classico ogni prima lettura è in realtà una rilettura” (I. Calvino, Perché leggere i classici, Mondadori, Milano 2002, p. 7). E leggendo I generi letterari e la loro origine è proprio questa la circostanza ermeneutica in cui si trova l’interprete. Certo sarebbero molti i pregi da elencare di questo breve testo – dalla lettura di Aristotele e Platone all’analisi dell’estetica di Croce, passando per l’interpretazione originale di Vico, Humboldt, Weber – ma ci limiteremo in questa sede a focalizzare l’attenzione su due questioni fondamentali – mimesi espressiva e antropologia mimetica – e correlate indissolubilmente, non foss’altro perché sulla base di queste si comprendono le letture teoretiche e storiografiche che compongono il mosaico del testo melandriano. Come ricorda Agamben (p. 10) si perderebbe la possibilità di sciogliere il “piccolo enigma” del testo se si cercasse in esso una riproposizione tout court della vexata quaestio dei generi letterari: ciò che fa problema è la loro origine più che la loro molteplicità di fatto. Alla domanda “quanti e quali generi letterari vi sono?” va sostituita la domanda “perché ci sono dei generi letterari?”. Riconosciuto il fatto della molteplicità dei generi occorre poi ricercare l’arché di tale molteplicità, e Melandri lo fa tramite un domandare che va dalla dottrina delle idee di Platone all’estetica crociana, passando per l’antropologia di Vico e la teoria della innere Sprachform humboldtiana, per il Genesi e il Libro di Giobbe, per l’elettrodinamica di Hertz terminando con il tema del tipico-ideale di matrice weberiana. Del resto il filosofo esplicitamente riconosce questo ampliamento tematico dell’argomento dei generi quando afferma che “qui non c’interessa più la questione della derivazione dei generi, bensì il problema stesso della mìmesis e cioè della sua presunzione di oggettività, o meglio di realismo” (p. 61). Attraverso un’originale rilettura di Platone, Vico, Benjamin, Melandri sostituisce alla dimensione classificatoria e ricostruttiva dei generi letterari un’indagine teoretica circa il legame logos-mondo, concentrandosi sul tema della mìmesis che, oltre a caratterizzare la poesia e le arti, costituisce la nota distintiva della nuova teoria della conoscenza che da Aristotele in poi si struttura come “isomorfismo”, fondato sulla corrispondenza fra le parole, le cose e i concetti. Secondo Melandri con lo Stagirita assistiamo ad un fatto nuovo: in virtù di una teoria strutturale in cui conta unicamente la “corrispondenza tra i campi” (pp. 36-37), al linguaggio, come facoltà mimetica, viene sovrapposto un paradigma logico-conoscitivo che se da un lato rende possibile l’episteme, dall’altro consegna l’uomo ad un’aporia ineludibile, definita in La linea e il circolo come chiasma ontologico. Siamo di fronte alla rimodulazione del tema della relazione tra parole e cose che nell’opera del 1968 si configura come frattura tra la semantica nominale e semantica proposizionale e nel saggio del 1980 come separazione tra ordine dell’esprimere e ordine del dire. L’origine dell’aporia risiede nell’eterogeneità radicale tra la dimensione mimetica e la dimensione logico-conoscitiva del linguaggio che consegna l’uomo all’impossibilità di venire a capo del linguaggio in cui accade il suo rapporto con il mondo circostante. Il logos quale evento di tale rapporto può dire il mondo ma non può gettare luce sul suo rapporto con il mondo. Punto di partenza del discorso melandriano è l’analisi della critica crociana ai generi letterari, frettolosamente liquidata per portare il discorso al di là dei confini di un’estetica, al di là dei generi letterari, e verso i territori impervi della filosofia del linguaggio, con un confronto con la teoria hegeliana della morte dell’arte e con la dottrina platonica delle idee. Secondo Melandri “un momento sensibile nell’origine dei generi è offerto da Platone nella Repubblica” (p. 30) in cui la focalizzazione sui tre generi letterari del ditirambo, del dramma e dell’epica – tripartizione seguita fedelmente da Aristotele – pone in luce una questione che va ben oltre lo status letterario dei generi: è in gioco il nesso mimesis-metexis-ortoepia. La mimesis in quanto imitazione, techne umana di riproduzione del reale che lo trascende, si fonda sulla metessi, cioè sulla partecipazione umana a quel reale, a quell’on passibile di “pronuncia, dizione o significazione corretta” (p. 36) che è l’ortoepia, ossia l’antica filosofia del linguaggio ruotante intorno al problema “se gli épea, le parole, si dovessero considerare significative per natura, φύσει, oppure per convenzione, νόμῳ” (p. 35). L’indagine melandriana sosta presso le filosofie platonica e aristotelica per porre in luce quanto l’isomorfismo gnoseologico, la teoria corrispondentistica tra linguaggio, anima e mondo, che su quella ortoepia trovava fondamento teorico, lasci irrisolta la dicotomia tra l’ordine dell’esprimere e l’ordine del dire. La sostanziale ambiguità persistente in quella dicotomia secondo Melandri indurrebbe Aristotele nella Poetica a riservare alla poesia un primato interpretativo rispetto alla storia (Aristotele, Poetica, 1451 b 5-7), preminenza che si diffonde nel corso della storia delle idee nelle teorie di Vico e Humboldt a cui Melandri dedica riflessioni acute nelle pagine centrali del testo. A partire dal quarto paragrafo si gettano le basi argomentative per introdurre quel tema poi del tutto dispiegato nel quinto: quello dell’antropologia mimetica, dove per mimesi va intesa l’espressione dinamica del proprio vissuto attraverso la tensione imitativa. Per Melandri in tale direzione vanno sia il tema humboldtiano della innere Sprachform, della “forma linguistica interna”, sia quello vichiano della “storia ideal eterna”. L’accostamento Vico-Humboldt svela quell’idea di antropologia mimetico-cinetica (p. 59) che si costruisce attorno ad un duplice oltrepassamento: quello del retaggio kantiano e neokantiano a cui la filosofia del linguaggio humboldtiana è stata annessa, e quello della prospettiva storicistica a cui la filosofia vichiana è stata ricondotta dalla storiografia. L’esito coerente della riflessione sulla la mìmesis, intrecciato a quello della dottrina delle idee, è la discussione sulla Bildertheorie accennata da Heidegger in Kant e il problema della metafisica ma compiutamente chiarificata secondo Melandri da Hertz nella sua introduzione “così anticipatrice e chiaroveggente ai Prinzipien der Mechanik” (p. 70), considerata come la fonte ispiratrice di Wittgenstein. L’immagine per Melandri non è una copia del reale, né isomorfa con esso ma piuttosto automorfa e “tuttavia la sua forma non è da ultimo tautologica, non è la semplice riproposizione di uno stesso sotto altre forme; giacché il Bild è mimetico proprio nel senso cui si è accennato” (p. 77). Il modello è per Melandri l’anello di congiunzione tra logica e realtà ma non di confusione dei due termini che restano reciprocamente aliorelativi. Il presupposto della Bildertheorie è una filosofia del linguaggio che esprime – attraverso la parola, la rappresentazione, il simbolo – il mondo ma è incapace di dire “il rapporto sussistente tra l’espressione stessa e il mondo al di là di essa” (p. 78). I generi letterari e la loro origine offre l’occasione di percorrere i “sentieri di nidi di ragno” del pensiero melandriano e di saggiare un’acuta indagine sulla relazione tra uomo e mondo mediata dal linguaggio. Alla fine del percorso constatiamo che tale relazione resta indicibile in maniera univoca ma si dà e accade nel mondo della vita esprimendosi attraverso i generi letterari che recano testimonianza – tragica, comica, epica – della nostra esistenza essendo il sigillo che l’esperienza dei propri limiti segna sul linguaggio.

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