mercoledì , 28 giugno 2017
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34. Recensione a: Jan Patočka. Due studi su Masaryk, a cura di Riccardo Paparusso, Editrice Apes, Roma, 2014, pp. 290. (Martina Mincinesi)

Patocka MasarykI Due studi su Masaryk, presentati per la prima volta in edizione italiana, rappresentano l’ultimo lavoro filosofico di Jan Patočka, dedicato alla figura di Thomàš Garrigue Masaryk e ad uno studio critico del suo pensiero.
Vengono qui offerti in volume i testi Il tentativo di una filosofia nazionale ceca e il suo fallimento e Sulla filosofia della religione di Masaryk, alla cui stesura Patočka lavorò tra il 1975 e il 1976 e il cui manoscritto consegnò alla casa editrice samizdat Edice petlice all’inizio del 1977 – pochi mesi prima della sua scomparsa –, senz’avere il tempo di vedere l’opera uscire in stampa.
Al centro dei due studi, che seguono i Saggi eretici sulla filosofia della storia (composti tra il 1973 e il 1975), è la complessa questione del senso, analizzata a partire dalla crisi moderna del senso della vita umana e della storia, a cui Patočka affianca, nel riferimento a Masaryk in connessione con Kant, Dostoevskij e Nietzsche, la domanda circa l’essenza dell’uomo, che risulta avere un ruolo privilegiato per la soluzione della crisi. Nella posizione dell’uomo nel mondo e nella sua capacità pensante-riflessiva risiede infatti la possibilità della comprensione del senso della vita umana in relazione al tutto.
Emerge così il debito di Patočka verso il presidente-filosofo cecoslovacco, ma vengono al contempo rilevate le incongruenze e i pensieri lasciati in sospeso che rimangono nell’opera di Masaryk.
Il titolo di “studi” è perciò perfettamente adeguato poiché rende conto dell’atmosfera di confronto e di ricerca che spinge Patočka a relazionarsi con quest’«erudito combattivo», ritrovando i punti forti così come i punti più deboli e critici della sua filosofia.
Il primo saggio Il tentativo di una filosofia nazionale ceca e il suo fallimento intende recuperare quella «profondità vitale», quell’orientamento nella situazione viva dell’uomo storico di cui è capace solo una filosofia educata allo sguardo su ciò che è. Su questa intuizione si basa il tentativo di Masaryk di definire una filosofia nazionale ceca in quanto pensiero della crisi dell’uomo moderno e della sua risoluzione. Masaryk riunisce infatti in sé la figura del pensatore e dell’uomo politico – in quanto fondatore e primo presidente della Repubblica cecoslovacca nel 1918 –, che ha cercato di portare la «filosofia europea marginale» al centro del nucleo tradizionale dell’Europa.
L’idea che legittima il legame europeo è l’ineludibilità della responsabilità, come assunzione filosofica del peso della vita e come impegno politico per la libertà, ed è proprio tale comportamento responsabile che l’umanità deve tornare a comprendere e praticare, in un’ottica masarykiana e patočkiana insieme, per «rendersi nuovamente padrona di se stessa in quell’agitazione turbinosa in cui noi siamo stati trascinati dalle catastrofi senza nome delle due guerre» (p. 77).
La debolezza morale dell’uomo moderno, ascrivibile alla perdita di fede e al venir meno di solidi sostegni oggettivi, corrisponde secondo Masaryk al motivo della crisi, i cui principali sintomi sono il nichilismo e lo scetticismo. L’uomo moderno, preda del soggettivismo titanico, riversa la tensione delle proprie forze nella violenza dell’omicidio e del suicidio per rimuovere la propria responsabilità.
Il ritorno ad una religione morale, ad una religione individuale della responsabilità, è la soluzione di Masaryk alla sua psicologia della guerra mondiale e del suicidio.
Tale proposta religioso-morale – radicata nella tradizione hussita e dei fratelli boemi – appare però al filosofo praghese contraddittoria in rapporto alla visione obiettivista e positivista di Masaryk – mutuata dal positivismo di Comte e mediata dalla lettura di Brentano. Patočka rimprovera a Masaryk il mancato scioglimento del binomio soggetto-oggetto: pur volendo sottrarsi alle fantasie speculative della metafisica, egli non riesce ad approfondire la questione del «soggetto» oltre la chiave idealistica, così come non perviene a spiegare secondo quale «oggettività» l’uomo dovrebbe diventare «più oggettivo».
Dalla soluzione religiosa masarykiana il filosofo ceco riprende però il valore del sacrificio per la responsabilità, ovvero la forza politica della religione ed il suo slancio umanistico. Patočka ricorda infatti la soluzione politico-sociale della crisi elaborata da Masaryk nell’idea di uno «Stato morale non violento». Inoltre, nel riferimento alla democrazia americana, Masaryk dimostra come una nuova comunità storico-politica si realizzi nello sconvolgimento dello stato di cose vigente. Seppure questa idea della democrazia come rivoluzione sia fortemente avvicinabile al pensiero patočkiano della «scossa», essa non rientra per il filosofo praghese nel progetto di una filosofia capace di svolgere un compito autonomo dalla scienza positiva.
Il pensiero di Masaryk rimane comunque per Jan Patočka «un grande slancio in direzione di uno sguardo verso ciò che è» (p. 91), necessario per una società che vuole vivere liberamente e che vuole «sapersi orientare nel caos e nella tempesta del presente e del futuro» (p. 92), ma che non raggiunge la forma di una filosofia compiuta in grado di guidare effettivamente l’azione politica e morale di un’umanità rinnovata.
Il secondo saggio Sulla filosofia della religione di Masaryk rimette in discussione il pensiero religioso-morale masarykiano nel confronto con la teologia morale di Kant, con la visione letteraria di Dostoevskij sul problema del male e sul Dio morale, ed infine con la volontà di potenza e la questione dell’eternità in Nietzsche.
Sembra che Patočka proceda qui alla critica dell’uno attraverso l’altro, ma tra gli autori presi in esame Dostoevskij si distingue per la profondità della sua analisi sulla crisi del senso e per la critica alla visione morale del mondo, ma soprattutto per l’immagine dell’uomo moderno angosciato accostata a «l’uomo del sottosuolo» o «l’uomo ridicolo» delle opere dello scrittore russo.
In questo studio il filosofo ceco riunisce in un’equilibrata armonizzazione l’atteggiamento comprensivo dell’«afferramento artistico della vita» – esaltato da Masaryk nella letteratura e nella poesia – con il tono propriamente fenomenologico del suo discorso filosofico.
Così, riconosciuto il valore epocale della critica kantiana alla teologia razionale, Patočka parla dell’affermazione in Kant di una nuova «metafisica del senso», di una teologia morale «che comprende Dio unicamente a partire dal suo rapporto con l’uomo» (p. 93) e che inscrive il senso della vita umana nell’orizzonte del senso generale dell’universo. In una prospettiva fenomenologica ciò permette di pensare lo sfondo non-ontico della totalità fenomenica, ma Kant non indagando il senso precedentemente dischiuso nel suo «in quanto tale» e in relazione al soggetto, finisce per ristrutturarlo come scopo morale del mondo e fine-valore ontico, rientrando in tal modo nel solco della tradizione metafisico-platonica.
In risposta a ciò, Patočka rintraccia in alcuni luoghi testuali della produzione di Dostoevskij un movimento di negativizzazione della teologia morale kantiana e della mediocrità del soggetto moderno, estraniato da sé, dagli altri e dal mondo. Nel libro V dei Fratelli Karamazov, nel capitolo La rivolta, è il tema della sofferenza degli innocenti e dei bambini a mettere in dubbio lo scopo morale prescritto da Kant, in un mondo in cui il male non è necessario, ma comunque ammesso. In Memorie dal sottosuolo e in Il sogno di un uomo ridicolo lo scrittore delinea invece la possibilità dell’apertura di un nuovo senso proprio dal centro di quel non-senso in cui l’uomo del sottosuolo vive consapevolmente nello stato emotivo dell’angoscia.
Patočka approfondisce in senso filosofico il pensiero letterario di Dostoevskij proponendo di compiere e superare la «mediocrità negativa» dell’uomo ridicolo, per dare una «svolta» alla sua vita, attraverso l’«esperienza del niente». Dall’iniziale esposizione all’orrore del vuoto appare poi come un lampo la verità dell’essere. Questa apertura del tutto dischiude agli uomini la possibilità di riconoscersi e di tornare ad essere legati autenticamente gli uni agli altri; ed è forse in questa sorta di unione e di «amore» che, nella lettura di Dostoevskij elaborata da Patočka, risiede la vera armonia, lo scopo morale del mondo.
In questa prospettiva il superuomo di Nietzsche, l’uomo che afferma la propria volontà terrestre di potenza e si pone come fonte di ogni valorizzazione in questo mondo, fino ad attribuirsi il valore stesso dell’eternità e della divinità, non è molto lontano dall’uomo patočkiano-dostoevskijano che scuote la significatività relativa in cui l’umanità ha finora vissuto e che raggiunge la dimensione aperta di un senso autentico e sempre problematico.
Nella conclusione del testo, Patočka sembra riconciliarsi con il pensiero di Masaryk prospettando l’avvenire storico-umano in termini di speranza rivolta al dono del senso infinito e di impegno per la responsabilità nei confronti dell’apertura dell’essere.
Il pregio dell’edizione italiana, curata da Riccardo Paparusso, risiede nell’ampio progetto editoriale e didattico del volume. L’introduzione del direttore dell’Archivio Jan Patočka di Praga Ivan Chvatík e i saggi contenuti nella sezione Discussioni di Viviana Pansa, Luca Sinibaldi ed Edoardo Ferrario, offrono infatti al lettore una visione contestuale dei Due studi su Masaryk nell’opera patočkiana e inseriscono il contributo filosofico di Patočka nella cornice di altri importanti orientamenti della storia della filosofia.
Il tratto fondamentale che tiene però insieme tutti i testi e i contributi raccolti è la comune attestazione della sensibilità umana e della passione filosofica che contraddistinguono la personalità di Jan Patočka e che fanno di quest’edizione il punto di partenza per un’eredità filosofica ancora tutta da realizzare.

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