venerdì , 18 agosto 2017
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19. Recensione a: Daniela Calabrò e Rosella Faraone (a cura di), Carlo Michelstaedter e il Novecento filosofico italiano, Le Lettere, Firenze, 2013, pp. 258. (Chiara Selleri)

untitledCarlo Michelstaedter e il Novecento filosofico italiano. Questo è il titolo del volume che raccoglie gli atti di una giornata di studi dedicata a Carlo Michelstaedter, autore dal travagliato e doloroso percorso interiore che Asor Rosa definisce tra i più anomali ed eccezionali della cultura del Novecento. Programmata in occasione del centenario della morte (2010), tale giornata di studi si è tenuta il 6 dicembre 2011 presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Messina. Con un’introduzione di Francesca Rizzo che fa il punto su alcune tendenze dei recenti studi michelstaedteriani, il volume presenta numerosi interventi organizzati in tre parti (Traiettorie storiografiche e scenari mitteleuropei, Lo scacco della «rettorica», Le forme della vita). Nell’intervento che apre la parte prima del volume Sergio Sorrentino individua il contributo di Michelstaedter al pensiero filosofico del Novecento: la serietà e la coerenza con cui egli coniuga pensiero e giudizio pratico. Sorrentino evidenzia come la filosofia dell’autore goriziano sia profondamente rigorosa e stabilisca un contatto tra pensiero e vita. Tale aderenza si manifesta anche nella figura del persuaso che Michelstaedter delinea. Ma che cos’è la persuasione? È la vita autentica, è affrontare la vita con serietà, profondità e tragicità. L’unico senso di una vita autentica è paradossalmente la consapevolezza di un’assenza di senso. A tal proposito Rosella Faraone dell’Università degli Studi di Messina, curatrice del volume insieme a Daniela Calabrò dell’ateneo salernitano, delinea una storia delle interpretazioni di Michelstaedter e si sofferma sulla problematicità del concetto di persuasione che «non può essere ridotto alla radicale volontà nichilistica secondo la quale l’unica possibile affermazione dell’io sarebbe la sua negazione» (p. 44). Fino alla metà del XX secolo il filosofo goriziano era inserito dalla critica nel quadro culturale dell’Italia contemporanea (si veda il saggio di Papini del 1910 portatore della tesi del “suicidio metafisico”, che riscosse notevole successo; e ancora l’interpretazione di Garin che fa di Michelstaedter un precursore dell’esistenzialismo). A partire, invece, dalla metà del secolo scorso le opere di Michelstaedter vengono rilette alla luce del suggestioni filosofiche più spiccatamente europee; in particolare, vengono ricondotte nell’alveo del nichilismo (da Nietzsche a Heidegger). La Faraone, in ultima analisi, sottolinea la maturità di interpretazioni michelstaedteriane risalenti agli ultimi decenni come quella della Raschini e di Campailla che, partendo dai testi e dai documenti dell’autore di Gorizia, ne rilevano la personalità complessa ed originale nel variegato panorama europeo. Nella parte seconda, con gli interventi di Claudia Maggi, Rocchina Motta, Santi Di Bella, Fausto Baldassarre si sofferma su alcune problematiche (la realtà e l’apparenza, la verità e la menzogna, la parola e la chiacchiera, la vita e la morte) attorno alle quali ruota l’intero pensiero di Michelstaedter. Il giovane goriziano ritiene che sia necessario andare al di là della rappresentazione per individuare la realtà autentica: «Non quello che vedo e che sento m’importa ma quello che io voglio di quello che vedo e che sento, il valore di questa realtà in riguardo a me e la determinazione di questo io nelle cose che esso vuole» (p. 148). Dunque egli s’interroga incessantemente su che cosa sia la vita: «Vita è desiderio, bisogno: volontà di “essere”. Morte è negazione del desiderio, del bisogno: della volontà» (ibid.). Michelstaedter non sopporta la doppiezza che, a suo parere, insieme alla maldicenza è uno degli aspetti della retorica e uccide l’uomo. Per spiegare questa caratteristica il giovane filosofo utilizza la metafora dello specchio (ricorrente in Pirandello, Proust, Borges) connotandola negativamente: lo specchio è il riflesso, è «uno strumento passivo, che non svela l’essenza autentica, rinvia alla frammentazione, allo sbriciolarsi dell’io e delle “cose”» (p. 152). Daniela Calabrò, nel suo saggio In forma di ritratto: salute e malattia in Carlo Michelstaedter, a partire da Dialogo della salute, una sorta di operetta morale leopardiana che il giovane goriziano scrisse poco prima della morte nel 1910, propone un nuovo ritratto di Michelstaedter indagando il binomio salute-malattia, cruciale nella riflessione filosofica e letteraria europea tra Ottocento e Novecento. Prendendo anche lei le distanze dal “suicidio metafisico” di matrice papiniana, la Calabrò sottolinea nel pensiero del filosofo il legame tra “salute” e “persuasione”, non tra “morte” e “persuasione”: l’uomo persuaso, infatti, è colui che tende all’ideale di una vita sana e non vuole rinunciare metafisicamente ad essa. L’uomo sano è colui che arresta la corsa della “retorica”, che rende schiavi inducendo a credere che la vita sia nel futuro, nella dipendenza da cose e relazioni sociali, nell’illusione della soddisfazione dei bisogni, e gode della salute che è fondamentalmente “consistere”, caricarsi del peso intero del vivere senza scorciatoie e vie di mezzo. Come scriveva Giovanni Gentile su «La Critica» del 1922, per Michelstaedter «vivere equivale a cercar la vita: non apprezzare la vita presente nel confronto con quella futura. Non correre, ma fermarsi: non cercare la vita nelle cose ma in se stesso» (p. 225). Insomma Michelstaedter è un appassionato della vita e, come egli stesso afferma nella sua opera maggiore, La persuasione e la rettorica, «chi vuol avere un attimo solo la sua vita […] deve impossessarsi del presente; vedere ogni presente come l’ultimo […] e nell’oscurità crearsi da sé la vita» (p. 226). Molto interessante il riferimento ad un dipinto del 1903 (Michelstaedter aveva 16 anni), Processione di ombre, nel quale la condizione umana appare come abitata da ombre, assenze, non essere, vuoto, nulla. In quest’opera, che anticipa gli esiti dell’espressionismo pittorico europeo, emergono il disagio esistenziale, il dolore, l’angoscia, la malinconia, concetti che costituiscono il cuore della «modernità malata» in cui precipita il primo Novecento. Ma in molte delle sue opere Michelstaedter tocca anche il tema della bellezza: «La bellezza d’un gesto è una piccola opera d’arte» (p. 203). Come scrive Valentina Mascia nel suo saggio, Carlo Michelstaedter: dalla bellezza alla persuasione, per il filosofo goriziano la bellezza «non ha nulla di intellegibile o di impalpabile; al contrario essa è ciò che ha forma ed è ciò che nasce dalla materia e ne resta pienamente intrisa» (p. 204). Una bellezza che, proprio come la vita, si nutre di contraddizioni e di ambiguità che inseguono una conciliazione. Emblematica a tal proposito una delle liriche più note di Michelstaedter, Il canto delle crisalidi: «Vita, morte / la vita nella morte; / morte, vita, / la morte nella vita» (p. 208). Una vita, quella del persuaso, che fa proprio il movimento errabondo e stravagante della cometa (si veda il Dialogo tra la cometa e la Terra composto dall’autore nel 1910). La cometa, infatti, a differenza della terra, non ha bisogno di punti di appoggio ma erra come chi ‘permane’ nel presente focalizzandosi sull’oggi senza alcuna ansia per il domani. È questo il segreto del persuaso. Rosalia Peluso, invece, nel suo lavoro, evidenzia come Michelstaedter possa essere collocato tra gli “inattuali”, i “postumi” ossia tra «coloro che hanno troppo anticipato il loro tempo da ricevere in cambio la follia, la messa al bando, la morte» (p. 87). Egli è perennemente alla ricerca di una verità incarnata nella vita; fa parte della schiera degli “inclassificabili” cioè di coloro che costituiscono delle vere e proprie eccezioni e non seguono i solchi tracciati da altre scuole o movimenti. Dagli uomini postumi parte anche la riflessione di Giovanni Sessa della Sapienza di Roma che cita Massimo Cacciari: «L’uomo postumo non è sinonimo di inattuale […] questi può sempre anticipare il proprio tempo […] l’uomo postumo non può essere raggiunto, non può essere compreso» (p. 173). Sessa, instaurando un confronto a distanza tra Michelstaedter ed Evola, sottolinea come la filosofia dell’autore goriziano sia una filosofia della liberazione che, nutrendosi della concretezza del vivere, tende a farsi dono fino alla morte. Una filosofia che lega indissolubilmente vita e pensiero.

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