lunedì , 23 ottobre 2017
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18. Recensione a: Davide Sisto, Narrare la morte. Dal romanticismo al post-umano, ETS, Pisa, 2013, pp. 220. (Giacomo Pezzano)

Narrare la morte.
Dal romanticismo al post-umano

Siamo di fronte – va subito detto – a un libro riuscito, perché si prefigge di mostrare una tesi in maniera chiara e convincente e svolge sino in fondo questo compito, oltre che con una non trascurabile eleganza letteraria. Sintetizzando questa tesi, Sisto ritiene che l’“onda lunga” della modernità e della rivoluzione scientifica abbia avuto tra i suoi portati principali un passaggio decisivo nel modo in cui l’uomo si rapporta alla morte: dall’immortalità come vita che si protrae anche dopo la morte all’immortalità come vita che si protrae indefinitamente senza mai raggiungere la morte.

Come si può subito notare, se nel primo caso l’immortalità può essere pensata solo a partire dal riconoscimento dell’intrinseca mortalità umana, nel secondo essa è invece concepita a partire dalla rimozione della mortalità. Se nel malinconico e anti-dualistico romanticismo tedesco Sisto vede il luogo in cui la prima concezione ha trovato più piena espressione e custodia, nella declinazione del post-umano, che radicalizza l’antropocentrismo dualistico-cartesiano, egli individua invece lo spazio in cui la seconda concezione sta trovando la più spregiudicata articolazione e affermazione. Parlare di “concezione” è però qui riduttivo: per Sisto, infatti, il vero punto centrale non è tanto come concepire la morte, ossia il modo in cui pensarla o conoscerla, ma si tratta piuttosto di come sentirla, cioè del modo in cui viverla e patirla. È proprio in questo senso che, come Sisto chiarisce in sede introduttiva e mette in pratica lungo i due successivi fitti capitoli, nell’affrontare il tema della morte nel suo indissolubile legame con la vita occorre rivendicare la priorità di un approccio narrativo-simbolico e non (esclusivamente) descrittivo-meccanico.

Questo consente di chiarire quello che è forse il punto più rilevante e originale del testo di Sisto. Da una parte, può forse non sorprendere l’idea che la morte sia il grande rimosso dell’Occidente cartesiano-razionalistico e che questa rimozione debba essere interpretata come la cancellazione del limite, essendo la morte il momento in cui l’uomo riuscirebbe – con tutta la paradossalità e contraddittorietà che ciò comporta – a fare esperienza del limite, della limitatezza del limite, o – meglio – a fare esperienza della sua inesperibilità. È, in fondo, il tema tradizionale della filosofia come meditatio mortis, della morte come «autentico genio ispiratore della filosofia» (p. 17): la filosofia si esercita sulla morte perché la morte è ciò che dà senso alla vita facendone cogliere il limite estremo, esibendo l’impossibilità dell’illimitatezza della e nella vita, ma con ciò – come Heidegger espliciterà – anche le possibilità della e nell’esistenza. La filosofia si proporrebbe proprio come quel campo paradossale in cui è il riconoscimento del limite e della misura a consentire di aprirsi a una dimensione in-finita e s-misurata, come quel luogo che proprio custodendo il limite umano riesce al contempo a elevare l’uomo e a sottrarlo alla hybris prometeica.

Dall’altra parte, come dicevo, non è però a questo che Sisto si limita. In primo luogo perché costruisce la propria ricerca a partire dalla convinzione che la filosofia non può più – se mai ha davvero potuto – contare solo sulle proprie forze per pensare la morte. Perciò, da un lato si rifiuta quella filosofia del «metalivello» che pretende di dare della morte una spiegazione universale di tipo razionale, dunque dualisticamente improntata; dall’altro si cerca conseguentemente di articolare una filosofia «cosmopolita» che non definisca La Morte ma mediti le morti: questo diventa possibile solo avvalendosi di un approccio multidisciplinare in cui spiegazione scientifica e narrazione letteraria – anche in veste cinematografica e musicale – riescano a trovare proprio nella filosofia un armonico punto di convergenza. In secondo luogo, e soprattutto, Sisto sostiene – in particolare grazie al dialogo con l’autore forse a lui più caro, Schelling – che il limite in gioco nella rimozione della morte non è di tipo intellettuale e nemmeno tanto morale, quanto piuttosto innanzitutto sensibile e organico: se la morte è essenziale per comprendere la vita e per non vivere un rapporto oggettivante con la natura, è perché essa è innanzitutto legata alla possibilità di sentire il limite, di provare il dolore della fine, di vivere la fine di un organismo.

In altri termini, per Sisto il problema non è tanto aver smesso di concepire la possibilità della morte, perché questo dipende da un più profondo allontanamento sensibile da essa: si è cioè smesso – a livello sociale prima che individuale – di vivere la morte come quella possibilità di entrare in un rapporto più denso non solo con se stessi ma anche e soprattutto con la natura, con quella natura di cui l’uomo è e deve riconoscersi parte. E cioè dire: il motivo per cui pensiamo di poter trasformare illimitatamente il mondo è che abbiamo smesso di sentirlo e di sentirci parte di esso, e questo dipende a sua volta dal fatto che abbiamo allontanato dal nostro sentire l’elemento più profondo attraverso cui la natura riesce a manifestarsi e a richiamarci alla nostra naturalità – la morte, appunto. Il portato finale di tutto ciò è che l’uomo si ritrova ad essere – ma forse non ancora a riconoscersi – “monco”, privo di quella parte vitale per la sua esistenza in quanto legata all’appartenenza alla vita in generale.

Ora, per Sisto non si tratta certo di rivendicare un qualche ritorno al passato, di stigmatizzare i progressi della medicina e il fatto che l’allontanamento dalla morte sia stato per certi versi necessario per poterla affrontare con quella distanza razionale e quella freddezza analitica imprescindibili per ridurne l’incidenza. Nulla di tutto questo: piuttosto, il problema che Sisto si e ci pone è che – verrebbe da dire semplificando – di sola razionalità si muore e senza peraltro nemmeno accorgersene, che il solo egoantropocentrismo produce compartimentazione e insularismo, tra i cui risvolti troviamo l’indistinzione di natura e artificio e conseguentemente un certo smarrimento di fronte al momento in cui si “collocherebbe” una morte ormai sempre più medicalizzata in senso meccanicista. Non sorprende allora che l’attenzione pubblica e scientifica possa soffermarsi sul problema dell’inizio o della fine del processo della morte, culminando nei noti paradossi per cui una stessa morte o uno stesso trattamento possono rivelarsi al contempo naturali per gli uni e innaturali per gli altri e via discorrendo.

Ecco allora che la proposta di Sisto, lungi dall’esaurirsi sul piano teoretico, mi sembra possa rivelare ulteriormente tutta la propria originalità proprio se pensiamo al piano concreto del dibattito pubblico bioetico, soprattutto nelle forme che ha assunto in Italia. Infatti, dovrebbe essere chiaro anche da queste brevi note che la proposta in gioco non intende offrire argomenti a sostegno dei cosiddetti “tecnofili” o “scientisti”; tuttavia, essa non intende nemmeno affermare qualcosa come l’intrinseca normatività della natura, spesso utilizzata come leva per nascondere il passaggio a una dimensione in ultima istanza sovra-naturale. Piuttosto, una volta che la questione del limite viene fatta giocare sul piano organico-sensibile, si ritrovano ad essere ridefiniti – secondo uno spostamento peculiare della buona filosofia – gli interi termini del dibattito, ossia le stesse coordinate di fondo del problema: la domanda non è più “cosa è lecito o illecito fare? Cosa è giusto o cosa è sbagliato fare? Cosa dobbiamo o non dobbiamo fare?”, bensì diventa “fin dove ci si sente di potersi spingere? Fin dove un corpo sente di riuscire ad arrivare? Come riusciamo a sentire?”.

Vale a dire: si passa da un limite morale a un limite estetico o estesiologico, che chiama cioè in causa – come anche parte del pensiero filosofico contemporaneo mostra – non l’ambito della sensazione in senso cognitivo bensì innanzitutto quello della sensibilità in senso corporeo-motorio. Insomma, è come se Sisto aprisse la possibilità di pensare che, per uscire dalle aporie di un dibattito che troppo spesso sembra svolgersi tra sordi, la bioetica debba risolversi in bioestetica, per la quale come da un lato nessuno può pre-determinare e pretendere di sapere cosa può sentire un corpo, così dall’altro lato il pieno riconoscimento e sviluppo di questo tipo di sensibilità dipende tutto dal superamento della rimozione della morte attraverso la riconsiderazione di quel limite che consente di sentire il rapporto con la natura.

Per Sisto, tutto si gioca in ultima istanza nell’acquisizione della consapevolezza vissuta che l’uomo è un circuito-vivente naturale che va costantemente formandosi attraverso il riconoscimento che l’esterno corrisponde all’interno, rappresentando il punto di origine abissale a partire da cui quest’ultimo può auto-organizzarsi, con la morte a giocare proprio il ruolo di vedetta di questa naturalità, ad annunciare cioè quell’irriducibile esteriorità che impedisce in ogni momento di restare rinchiusi nella propria identità immunitaria e in questo modo limita le pretese prometeiche. Per concludere, Sisto ci invita a ricordare che la morte riesce a esibire – facendosi sentire – proprio quella limitatezza invalicabile anche da parte dei più sfrenati desideri di autarchica onnipotenza umana.

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