lunedì , 23 ottobre 2017
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27. Recensione a: Giovanni Stanghellini e Thomas Fuchs (a cura di), One Century of Karl Jaspers’ General Psychopathology. International Perspectives in Philosophy and Psychiatry, Oxford University Press, Oxford, 2013, pp. 344. (Greta Esposito)

41MpjqlRUnL._A cent’anni dalla pubblicazione dell’Allgemeine Psychopathologie, Giovanni Stanghellini e Thomas Fuchs, con il contributo di diversi autori, tracciano un percorso che, attraversando la psichiatria, la fenomenologia e la riflessione esistenziale, si pone come obiettivo fondamentale il chiarimento dei nodi teorici in cui si è sviluppata la riflessione psicopatologica di Karl Jaspers.
Già a partire dall’introduzione, i due editori sottolineano come l’approccio essenziale della Psicopatologia sia fondato sulla consapevolezza che alla vita della mente corrisponde sempre un carattere olistico che non può essere ridotto alle semplici sintomatologie, dal momento che l’alterazione nella costituzione dell’esperienza (che comprende la formazione della soggettività e del mondo, nonché la loro reciproca relazione) richiede un’indagine profonda della struttura dell’esperienza cosciente che solo la psicopatologia come scienza può contribuire a fornire. Per chiarire questi aspetti, Stanghellini e Fuchs cercano di stabilire che cosa realmente non è la psicopatologia e come può invece essere definita in relazione ai suoi scopi essenziali.
Il saggio introduttivo di Mario Maj, The Relevance of Karl Jaspers’ General Psychopathology to Current Psychiatric Debate, evidenzia come la Psicopatologia generale rappresenti oggi un testo fondamentale per i giovani psichiatri; l’opera di Jaspers, infatti, permette di leggere le indicazioni cliniche presenti nel DSM (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders) senza cadere in facili riduzionismi, giacché rivela come la psichiatria, che illustra la complessità dei disturbi mentali, non possa essere legata a un approccio unilaterale, a differenza di quelle discipline che hanno un’identità ben specifica.
Anche Bill Fulford, nel saggio Particular Psychopathologies – Lessons from Karl Jaspers’ General Psychopathology for the New Philosophy of Psychiatry, tenta di analizzare l’impatto che la ricerca psicopatologica jaspersiana ha avuto sulla contemporanea filosofia della psichiatria. Dopo la pubblicazione della prima edizione della Psicopatologia avvenuta nel 1913, l’opera di Jaspers è ritornata al centro della riflessione filosofico-psichiatrica solo cinquant’anni dopo. In tal senso, Fulford cerca d’indagare le ragioni di questo silenzio. Rintracciando nell’opera jaspersiana la ricerca di una “fondazione” della psichiatria che si propone di arginare il relativismo etico ed epistemologico a cui essa si trova esposta, Fulford evidenzia specifiche ragioni teoretiche e pratiche che segnano il limite e il fallimento di ogni approccio “fondazionalista” nella filosofia della psichiatria e che, di conseguenza, hanno portato per lungo tempo a un oblio della Psicipatologia generale.
I temi affrontati nelle prime due sezioni di One century of Karl Jaspers’ General Psychopathology costituiscono aspetti indispensabili per ricostruire la riflessione psicopatologica avviata dal filosofo tedesco dal punto di vista filosofico e metodologico. Nella prima parte viene considerato lo sfondo storico-filosofico in cui si forma il giovane Jaspers e l’impatto che la fenomenologia svolge nello sviluppo del metodo psicopatologico. Federico Leoni, nel saggio Jaspers in his time, presenta il contesto in cui emerge l’opera jaspersiana: quando Jaspers comincia la sua ricerca in ambito medico e psichiatrico, la psichiatria non possedeva né sistematicità né tantomeno particolari innovazioni teoriche, dal momento che si fondava su un’impostazione scientifico-naturalista, prendendo come riferimento centrale il dogma di Griesinger. Leoni riconosce nella Lebensphilosophie – che fa del concetto di “vita” il fulcro di ogni indagine filosofica e metodologica – un aspetto importante per lo sviluppo del pensiero jaspersiano, insieme all’influsso che hanno esercitato personalità come Goethe, Kraepelin, Kant e Nietzsche. La discussione sull’autonomia metodologica delle scienze dello spirito aveva investito anche la sociologia e la psicologia ed è soprattutto grazie all’incontro con il pensiero di Dilthey, Weber e la fenomenologia husserliana che Jaspers inizia le sue ricerche in ambito psicopatologico.
Sul rapporto tra fenomenologia e psicopatologia si concentra, invece, il saggio di Osborne P. Wiggins e Michael Alan Schwartz, Phenomenology and Psychopathology: in Search of a Metod. Nell’Autobiografia filosofica Jaspers riconosce come l’elaborazione della sua “psicologia comprendente” sia legata alla fenomenologia husserliana. Come notano i due autori, la fenomenologia permette – attraverso l’adozione di alcuni concetti specifici – di elaborare un metodo scientificamente valido, al fine di arginare lo “scetticismo” a cui la psicopatologia è tutt’ora in parte soggetta (p. 16). Attraverso la tematizzazione del pluralismo metodologico, così com’esso si presenta a partire da Husserl, Wiggins e Schwartz descrivono i principali caratteri della comprensione fenomenologica dell’alterità. Il concetto di “appresentazione” (Appräsentation), formulato da Husserl nella Quinta Meditazione, rivela come nell’alterità del soggetto vi sia un fondo accessibile solo attraverso la mediazione empatica. Mentre io percepisco direttamente la presenza della mia soggettività, l’altro si struttura attraverso un processo che non rivela, tuttavia, una completa identificazione o unione con la soggettività estranea, dal momento che per la configurazione dell’intersoggettività è necessario che le due coscienze rimangano distinte.
La critica jaspersiana della psicoanalisi freudiana, tema imprescindibile per definire gli intenti fondamentali della Psicopatologia, viene elaborata da Mario Rossi Monti nel saggio Jaspers’ ‘Critique of Psychoanalysis’: Between Past and Future. Dopo aver delineato tre stadi fondamentali della storia di questa critica e una descrizione dettagliata del contesto in cui essa nasce, Rossi Monti presenta in modo approfondito le basi essenziali su cui questa si fonda. Accanto alla confusione tra relazioni causali e relazioni comprensibili che rende il metodo freudiano “pseudoscientifico”, dal momento che perde di vista il limite costante del comprensibile, egli tratteggia la caratteristica “totalitaria” e “settaria” della psicoanalisi che, allontanandola dalla genuina pratica scientifica, la rende simile a una religione o a una metafisica.
Alla fine di questa prima parte, il saggio di Cristoph Mundt, Impact of Karl Jaspers’ General Psychopathology: The Range of Appraisal, enuclea, attraverso la scomposizione in temi specifici, la ricezione critica dell’opera psicopatologica di Jaspers. Egli pone una premessa fondamentale: il riduzionismo empirico presente nella terza edizione del DSM manifesta un radicale obiettivismo che si allontana da quella visione “dall’interno” di cui l’empatia e la relazione fra diagnosi e psicoterapia sono aspetti non trascurabili. La rinascita dell’interesse per lo scritto psicopatologico di Karl Jaspers si pone, quindi, come una reazione a categorie diagnostiche troppo restrittive (p. 42). Il saggio analizza, attraverso le più recenti pubblicazioni, non solo i due elementi che secondo Mundt definiscono il paradigma dualistico jaspersiano, ovvero la comprensione empatica e la misurazione oggettiva, ma prende in esame, inoltre, la ricezione del concetto di “situazione-limite” in ambito psichiatrico e il rapporto fra l’approccio empirico e quello fenomenologico-ermeneutico nella formazione del concetto di “delirio”.
Alla prima parte del volume fa seguito la seconda sezione in cui gli autori, attraverso un’attenta analisi critica dell’opera jaspersiana, caratterizzano in modo approfondito gli aspetti metodologici e concettuali della Psicopatologia. Il metodo fenomenologico costituisce uno dei grandi temi che qui vengono presentati. Attraverso l’adozione di alcuni elementi della fenomenologia husserliana, come l’epoché fenomenologica e il procedimento descrittivo che confluiscono in ciò che Jaspers definisce “comprendere statico”, viene introdotta l’esperienza soggettiva (l’Erleben del paziente) all’interno dello studio empirico dei fenomeni psichici abnormi. In tal senso, come viene sottolineato nel saggio di Otto Doerr-Zegers e Héctor Pelegrina-Cetrán, Karl Jaspers’ General Psychopathology in the Framework of Clinical Practice, sono le diverse forme dell’intenzionalità che determinano i caratteri patologici specifici, giacché solo studiando le modalità con cui i soggetti si rapportano alle soggettività estranee e agli oggetti è possibile delineare le principali strutture psicopatologiche. Zegers e Cetrán evidenziano inoltre come il concetto di “situazione” risulti fondamentale per comprendere la rivoluzione che in campo scientifico e filosofico ha determinato il passaggio da un paradigma “sostanzialista”, che richiede un metodo analitico-riduzionista, a un sistema complesso che necessita di un metodo dialettico e sintetico (p. 72).
Chris Walker, in Form and Content in Jaspers’ Psychopathology, sviluppa a fondo la distinzione di derivazione kantiana tra forma e materia che si presenta in diversi punti della Psicopatologia generale. Mentre la forma assume nella Critica kantiana il significato di “regola”, ovvero la modalità attraverso cui il pensiero categoriale costituisce un oggetto, all’interno della Psicopatologia essa si trova anzitutto legata alla descrizione fenomenologica. In tal senso, mentre la materia costituisce l’oggetto, ovvero il contenuto intenzionato dal soggetto, la forma è ciò che propriamente assume importanza all’interno della metodologia fenomenologica, poiché costituisce quelle modalità specifiche con cui la coscienza del soggetto struttura le proprie relazioni (p. 80). Legato alla distinzione tra forma e materia viene qui presentato il concetto di “pseudoallucinazione”: seguendo Kandinsky, Jaspers non considera le pseudoallucinazioni della stessa natura delle allucinazioni reali, in quanto non essendo percezioni, ma semplici forme di immagini, esse non si trovano correlate all’oggettività, bensì al giudizio di realtà (p. 85).
La centralità che la soggettività dell’individuo assume all’interno della Psicopatologia è solo una delle tematiche presentate da Louis A. Sass. Ponendosi come requisito fondamentale di ogni ricerca psicopatologica in contrapposizione al riduzionismo fisicalista, il metodo fenomenologico viene delineato da Sass attraverso la descrizione di due aspetti rilevanti, ovvero l’“empatia” e “lo studio sistematico” (p. 98). La tematizzazione del rapporto tra Jaspers e la “differenza ontologica” – concetto ampiamente sviluppato da Heidegger in Sein und Zeit – concede al lettore un originale approfondimento del rapporto Husserl-Heidegger-Jaspers. L’approccio fenomenologico che Jaspers prende in prestito da Husserl, concentrandosi sui singoli fenomeni statici, sembrerebbe ignorare la differenza che Heidegger pone tra l’essere e l’ente (p. 105).
Un tema cardine dell’ermeneutica jaspersiana, ovvero la distinzione tra Erklären e Verstehen, viene esposto nel suo sviluppo e nelle sue diverse declinazioni teoriche nel saggio di Christoph Hoerl. Con la parola “comprendere” Jaspers intende circoscrivere anzitutto il momento del comprendere statico, che coglie i singoli fenomeni psichici come costanti e, in secondo luogo, il comprendere genetico. Quest’ultimo, che ha come oggetto l’“emergere dello psichico dallo psichico”, permette di cogliere l’articolarsi dello sviluppo della personalità del malato. Il tema centrale del saggio riguarda la natura delle “relazioni comprensibili”, oggetto specifico del comprendere genetico, ovvero le connessioni che si distinguono da quelle “causali”. Secondo Hoerl, alla base di questa distinzione non vi sarebbe solo una dimensione epistemologica, ma anche una dimensione ontologica. Definendo la posizione jaspersiana nei termini di un epistemic particularism, Hoerl sottolinea come, a differenza della spiegazione causale che rimane ancorata a una certezza ricavata induttivamente con il ripetersi dell’esperienza, la comprensione psicologica si esprima invece attraverso lo statuto tipico-ideale delle relazioni comprensibili, trovandosi in tal modo legata a un’evidenza che non dipende da un confronto diretto con la realtà (p. 108).
La spiegazione causale e la comprensione psicologica non figurano all’interno dell’opera jaspersiana come due procedimenti alternativi. Mentre la natura della spiegazione causale non ha limiti, dal momento che è possibile rintracciare cause ed effetti anche nei processi psicologici, il Verstehen “trova ovunque dei limiti” connessi al “substrato dello psichico”. Il comprendere, quindi, urtando contro l’incomprensibile concede maggior impulso alla ricerca causale che, come tale, non viene esclusa dal progetto della Psicopatologia. Questa risulta una premessa fondamentale per comprendere la tesi che Metthew R. Broome espone nel saggio Jaspers and Neuroscience. Secondo Broome, la posizione di Jaspers rispetto alla ricerca delle neuroscienze non può essere definita come “anti-scientifica”, dal momento che Jaspers nella Psicopatologia si limita ad affermare la necessità di utilizzare la spiegazione causale insieme al metodo comprendente. Ciò che invece per Jaspers non è possibile sostenere, è la presenza di un legame causale diretto tra un determinato disturbo psichico e una specifica condizione celebrale, giacché la spiegazione causale, fondandosi su “eventi somatici”, rimane sempre fuori dalla coscienza (p. 126).
In relazione alla riflessione sul rapporto tra psicologia comprendente e spiegazione causale, nella Psicopatologia si fa esplicito riferimento a vissuti che restano “incomprensibili” per l’uomo. Questi, infatti, essendo totalmente estranei all’esperienza psichica comune, non risultano afferrabili né attraverso l’elemento empatico, né attraverso il procedimento comprendente. È su questo aspetto teorico che si concentra l’interpretazione che Giovanni Stanghellini dà del concetto di “incomprensibilità” all’interno della riflessione psicopatologica di Jaspers. Il suo saggio The Ethics of Incomprehensibility risulta un approfondimento essenziale per comprendere non solo la natura dell’empatia e i limiti connessi al Verstehen, ma soprattutto il carattere asintotico della conoscenza presente in Jaspers. Per prima cosa egli sottolinea i limiti connessi al procedimento empatico così come viene tradizionalmente inteso, ovvero come “trasposizione del sé nell’altro”. È necessaria la consapevolezza di una differenza radicale che separa la mia struttura psichica da quella di un uomo schizofrenico, dal momento che in quest’ultimo le esperienze del tempo, dello spazio e la percezione del corpo e degli oggetti sono vissute in modo dissimile dal mio (p. 169). Stanghellini sottolinea come questa “seconda forma di empatia” non sia presente in Jaspers e come all’interno del pensiero jaspersiano la conoscenza dell’altro rimanga sempre legata al suo carattere asintotico, ovvero essa si dia solo per approssimazione e sia sempre destinata a scontrarsi con l’abisso che separa il sé dalla totalità che costituisce l’altro.
Le tre patografie jaspersiane sono al centro del saggio di Matthias Bormuth, Karl Jaspers the Pathographer. Dopo aver delineato una breve storia della moderna patografia, Bormuth evidenzia come, all’interno della metodologia jaspersiana, essa risulti sempre connessa al limite del comprensibile. In tal senso, l’aspetto psichico ed esistenziale dell’altro sono due dimensioni che limitano la comprensione della patografia in relazione alle situazioni-limite vissute dall’artista malato (p. 138). Il saggio di Bormuth prosegue poi con una breve analisi delle patografie elaborate da Jaspers (Strindberg, Hölderlin, Van Gogh, Nietzsche e il profeta Ezechiele). È soprattutto il capitolo con cui Bormuth conclude il saggio a risultare decisivo nell’analizzare i rapporti tra disturbo mentale e creatività artistica. Egli, affrontando la critica jaspersiana della corrente espressionista, sottolinea come Van Gogh, delineandosi come un mediatore secolarizzato del paradosso cristiano, rappresenti una proiezione della “jaspersiana religione esistenziale-filosofica dell’arte” (p. 147).
La tematizzazione della concezione esistenziale della psicoterapia elaborata da Jann E. Schlimme in Karl Jaspers’ Existential Concept of Psychotherapy risulta di notevole interesse filosofico. Toccando i concetti fondamentali della filosofia dell’esistenza jaspersiana, Schlimme affronta le diverse modalità con cui si è specificata la relazione tra riflessione esistenziale e psicoterapia nelle diverse edizioni della Psicopatologia. I concetti di Gehäuse e di Grenzsituation – introdotti da Jaspers nella Psicologia delle visioni del mondo – risultano utili, secondo Schlimme, per descrivere il rapporto tra visione del mondo e malattia psichica. La vita per Jaspers è possibile solo all’interno di un Gehäuse (guscio): questo rappresenta la “fissazione” di una determinata visione del mondo che come tale si desidera e si crede giusta. Nel caso di persone affette da malattie mentali – nota Schlimme – la patologia influenza e modifica la loro visione del mondo, per cui la persona che presenta disturbi psicotici si troverà costretta a dover “riorganizzare” l’involucro in cui vive, costituendo la malattia una parte determinante di quest’ultimo (p 158).
La terza sezione del volume prende in esame concetti specificatamente clinici, così come si presentano a partire dalla Psicopatologia e considera, inoltre, come questi concetti siano stati elaborati nella pratica psichiatrica contemporanea.
Al centro della riflessione che Henning Sass e Umberto Volpe presentano nel saggio Karl Jaspers’ Hierarchical Principle and Current Psychiatric, vi sono gli schemi diagnostici della moderna psichiatria. Prendendo in esame il modello gerarchico elaborato da Jaspers, essi evidenziano come per il filosofo tedesco la classificazione delle malattie mentali costituisca soltanto un valore di previsione. I due autori mostrano poi come per la psichiatria sia necessario affiancare alla pratica clinica (e al sistema diagnostico e nosologico connesso ad essa) la riflessione filosofica; solo attraverso quest’ultima, infatti, la psichiatria può accostarsi a quel “rumore di fondo” costituito dalla “soggettività” accessibile solo a un processo empatico che la standardizzazione e l’oggettivazione delle diagnosi psichiatriche tentano di eliminare (p. 196).
Gli schemi diagnostici contemporanei presenti nel DSM sono al centro anche delle riflessioni che Nassir Ghaemi elabora nel saggio Understanding Mood Disorders: Karl Jaspers’ Biological Existentialism. Egli pone l’accento non solo sulla correlazione possibile tra i criteri diagnostici e la funzione del tipo-ideale (come il tipo-ideale, così anche le diagnosi presenti nel DSM non rappresentano entità reali, ma astrazioni generali che servono per misurare ogni caso reale che, in quanto tale, si dimostra specifico nella sua unicità) ma, seguendo l’impostazione di Roth, presenta altresì un criterio diagnostico preciso per la depressione nevrotica, ovvero per quella forma depressiva esogena che si distingue dalla malinconia. Inoltre, Ghaemi sottolinea il valore che l’empatia svolge nella formulazione della diagnosi psichiatrica e caratterizza la disperazione esistenziale come una forma di disturbo non specifico che, tuttavia, attraverso l’influenza del pensiero jaspersiano può essere definito come una parte della varietà dell’esperienza depressiva (p. 270).
Lo scopo fondamentale della riflessione di Josef Parnas presente nel saggio On Psychosis: Karl Jaspers and Beyond, è quello di tracciare gli aspetti teorici, clinici e fenomenologici che caratterizzano il concetto di “psicosi”. Parnas sottolinea come nella corrente pratica clinica europea, la nozione di “psicosi” si trovi fondata descrittivamente sul difettivo “test di realtà” che permette di attestare la presenza di sintomi psicotici (p. 212). Come illustra Parnas, “il senso di realtà” va inteso come la coscienza di un’auto-presenza all’interno del mondo. Ciò significa che la radice di questo senso non è primariamente cognitiva, ma risulta “affettiva” nella sua natura (p. 212). Come viene specificato da Husserl, al mondo corrispondono tonalità affettive-esistenziali che rappresentano quell’orizzonte pre-riflessivo su cui si stabilisce l’esperienza umana. Attraverso la successiva distinzione tra “senso di realtà” (come forma immediata), “certezza della realtà” e “giudizio di realtà” (come forma riflessiva), Parnas evidenzia il limite connesso all’utilizzo del reality testing per riconoscere la presenza del fenomeno psicotico.
Il concetto di “atmosfera delirante” e di “senso di irrealtà” è invece il nucleo dello studio di Matthew Ratcliffe, Delusional Atmosphere and the Sense of Unreality. Come egli mostra nel saggio, il concetto di “atmosfera delirante” produce un cambiamento nella percezione, la cui natura risulta, tuttavia, difficile da definire. Il centro dell’atmosfera delirante è rappresentato dal “senso di realtà”, ma le sensazioni esistenziali risultano difficoltose da descrivere, dal momento che secondo Ratcliffe esse producono cambiamenti nel “senso di realtà”. Per spiegare le modificazioni che interessano le sensazioni esistenziali e l’atmosfera delirante, Ratcliffe utilizza la struttura “orizzontale” dell’esperienza, definendo il ruolo fenomenologico della possibilità. Questi cambiamenti, secondo Ratcliffe, possono essere compresi come mutamenti nei modi delle possibilità incorporate nell’esperienza (p. 237). A questa considerazione si lega la riflessione sull’empatia; è indispensabile, infatti, ammettere la necessità di una forma di empatia che riconosca la variabilità fenomenologica del mondo e che consideri i cambiamenti in termini di possibilità incorporate nell’esperienza (p. 238).
Un altro contributo fondamentale presente in quest’ultima parte del volume è offerto dal saggio di Thomas Fuchs, The Self in Schizophrenia: Jaspers, Schneider, and Beyond, in cui viene preso in esame il concetto di “disturbo dell’io”, così come si presenta a partire dalla Psicopatologia e come viene ulteriormente sviluppato nel contesto della pratica psichiatrica moderna. Come sottolinea Fuchs, gli studi psicopatologici hanno messo in luce il fatto che il disturbo dell’io è stato spesso considerato una forma di delirio; esso tuttavia non consiste primariamente in una distorsione cognitiva della realtà, ma in un’alterazione fondamentale della coscienza di sé e della distinzione dell’io dall’ambiente (p. 245). Fuchs esamina l’influenza esercitata da Schneider sulla quarta edizione della Psicopatologia: di fianco al senso di attività proprio della coscienza di sé, egli sottolinea la presenza di uno stato “originario” della coscienza pre-riflessiva che può essere definito come ipseità. All’interno del suo sistema, la permeabilità anormale del limite tra l’io e l’ambiente diventa la principale caratteristica dei disturbi dell’io, assumendo lo stato di sintomo determinante nella diagnosi di schizofrenia (p. 247). Vengono qui distinti e tematizzati due diversi livelli di esperienza del sé che giocano un ruolo importante nei disturbi dell’io: accanto a un livello pre-riflessivo, ovvero a una coscienza “basica” di sé ancora inespressa in un “Io” oggettivato ma che si presenta come elemento indispensabile per un’identificazione riflessiva del sé, si trova la coscienza riflessa dell’Io. È proprio indagando la relazione tra i disturbi che interessano queste due forme di esperienza del sé che Fuchs delinea l’importanza che l’intenzionalità, come direzionalità della coscienza verso contenuti specifici, assume nel disturbo di schizofrenia.
La riflessione di Alfred Kraus presente nel saggio Reaction and Development of Manic and Melanchonic-Depressive Patients ha come oggetto fondamentale la relazione presente nella Psicopatologia generale tra i disturbi maniacali, depressivo-malinconici e le nozioni di “reazione” e “sviluppo”. Come evidenzia Kraus, il concetto di “reazione” è coinvolto nei meccanismi psichici normali e anormali; esso diventa tuttavia “anormale” quando il suo grado e la sua durata superano i parametri usuali (p. 278). In tal senso, egli descrive due modalità essenziali di “reazioni” patologiche, presenti in Jaspers, che stabiliscono un diverso rapporto con le relazioni comprensibili. Mentre nel primo caso si ha una “reazione” che, presentandosi come caduta in una psicosi spontanea, determina un primo sviluppo della malattia psichica che non ha alcuna relazione con l’esperienza del paziente, nel secondo caso si parla di una vera e propria “reazione”, giacché il contenuto della psicosi e l’esperienza del paziente si trovano legati da relazioni comprensibili (p. 279). Analizzando il concetto di “processo” e di “sviluppo” così come si presenta nella Psicopatologia generale, Kraus definisce la relazione tra lo sviluppo della personalità e la presenza di fasi maniaco-depressive nel temperamento, concentrandosi in particolare sulla caratterizzazione del typus melancholicus e del typus manicus.
Ciò che rende prezioso il contributo dei diversi saggi presenti nella raccolta One century of Karl Jaspers’ General Psychopathology non è solo il tentativo costante di porre ordine all’interno delle diverse interpretazioni del pensiero jaspersiano, ma soprattutto la volontà di ricostruire un progetto – quello della Psicopatologia generale – nella sua completezza analitica e multiformità metodologica. Al tempo stesso, ciò mette in luce i limiti connessi alle impostazioni psichiatriche contemporanee, evidenziando la necessità di riappropriarsi delle conoscenze psicopatologiche e della riflessione fenomenologica che ne costituisce lo sfondo concettuale.

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