{"id":2973,"date":"2014-11-22T17:57:46","date_gmt":"2014-11-22T16:57:46","guid":{"rendered":"http:\/\/www.disciplinefilosofiche.it\/?p=2973"},"modified":"2025-05-26T16:15:37","modified_gmt":"2025-05-26T14:15:37","slug":"18-recensione-a-d-sisto-narrare-la-morte-dal-romanticismo-al-post-umano-ets-pisa-2013-pp-giacomo-pezzano","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.disciplinefilosofiche.it\/en\/recensioni\/18-recensione-a-d-sisto-narrare-la-morte-dal-romanticismo-al-post-umano-ets-pisa-2013-pp-giacomo-pezzano\/","title":{"rendered":"18. Recensione a: Davide Sisto, Narrare la morte. Dal romanticismo al post-umano, ETS, Pisa, 2013, pp. 220. (Giacomo Pezzano)"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignright\" src=\"http:\/\/www.disciplinefilosofiche.it\/wp-content\/uploads\/2025\/05\/sisto-narrare-morte.jpg\" alt=\"Narrare la morte.\nDal romanticismo al post-umano\" width=\"150\" height=\"225\" \/><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Siamo di fronte \u2013 va subito detto \u2013 a un libro riuscito, perch\u00e9 si prefigge di mostrare una tesi in maniera chiara e convincente e svolge sino in fondo questo compito, oltre che con una non trascurabile eleganza letteraria. Sintetizzando questa tesi, Sisto ritiene che l\u2019\u201conda lunga\u201d della modernit\u00e0 e della rivoluzione scientifica abbia avuto tra i suoi portati principali un passaggio decisivo nel modo in cui l\u2019uomo si rapporta alla morte: dall\u2019immortalit\u00e0 come vita che si protrae anche dopo la morte all\u2019immortalit\u00e0 come vita che si protrae indefinitamente senza mai raggiungere la morte.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Come si pu\u00f2 subito notare, se nel primo caso l\u2019immortalit\u00e0 pu\u00f2 essere pensata solo a partire dal riconoscimento dell\u2019intrinseca mortalit\u00e0 umana, nel secondo essa \u00e8 invece concepita a partire dalla rimozione della mortalit\u00e0. Se nel malinconico e anti-dualistico romanticismo tedesco Sisto vede il luogo in cui la prima concezione ha trovato pi\u00f9 piena espressione e custodia, nella declinazione del post-umano, che radicalizza l\u2019antropocentrismo dualistico-cartesiano, egli individua invece lo spazio in cui la seconda concezione sta trovando la pi\u00f9 spregiudicata articolazione e affermazione. Parlare di \u201cconcezione\u201d \u00e8 per\u00f2 qui riduttivo: per Sisto, infatti, il vero punto centrale non \u00e8 tanto come concepire la morte, ossia il modo in cui pensarla o conoscerla, ma si tratta piuttosto di come <em>sentirla<\/em>, cio\u00e8 del modo in cui viverla e patirla. \u00c8 proprio in questo senso che, come Sisto chiarisce in sede introduttiva e mette in pratica lungo i due successivi fitti capitoli, nell\u2019affrontare il tema della morte nel suo indissolubile legame con la vita occorre rivendicare la priorit\u00e0 di un approccio <em>narrativo-simbolico<\/em> e non (esclusivamente) <em>descrittivo-meccanico<\/em>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Questo consente di chiarire quello che \u00e8 forse il punto pi\u00f9 rilevante e originale del testo di Sisto. Da una parte, pu\u00f2 forse non sorprendere l\u2019idea che la morte sia il grande rimosso dell\u2019Occidente cartesiano-razionalistico e che questa rimozione debba essere interpretata come la cancellazione del limite, essendo la morte il momento in cui l\u2019uomo riuscirebbe \u2013 con tutta la paradossalit\u00e0 e contraddittoriet\u00e0 che ci\u00f2 comporta \u2013 a fare esperienza del limite, della limitatezza del limite, o \u2013 meglio \u2013 a <em>fare esperienza della sua inesperibilit\u00e0<\/em>. \u00c8, in fondo, il tema tradizionale della filosofia come meditatio mortis, della morte come \u00abautentico genio ispiratore della filosofia\u00bb (p. 17): la filosofia si esercita sulla morte perch\u00e9 la morte \u00e8 ci\u00f2 che d\u00e0 senso alla vita facendone cogliere il limite estremo, esibendo l\u2019impossibilit\u00e0 dell\u2019illimitatezza della e nella vita, ma con ci\u00f2 \u2013 come Heidegger espliciter\u00e0 \u2013 anche le possibilit\u00e0 della e nell\u2019esistenza. La filosofia si proporrebbe proprio come quel campo paradossale in cui \u00e8 il riconoscimento del limite e della misura a consentire di aprirsi a una dimensione in-finita e s-misurata, come quel luogo che proprio custodendo il limite umano riesce al contempo a elevare l\u2019uomo e a sottrarlo alla <em>hybris<\/em> prometeica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Dall\u2019altra parte, come dicevo, non \u00e8 per\u00f2 a questo che Sisto si limita. In primo luogo perch\u00e9 costruisce la propria ricerca a partire dalla convinzione che la filosofia non pu\u00f2 pi\u00f9 \u2013 se mai ha davvero potuto \u2013 contare solo sulle proprie forze per pensare la morte. Perci\u00f2, da un lato si rifiuta quella filosofia del \u00abmetalivello\u00bb che pretende di dare della morte una spiegazione universale di tipo razionale, dunque dualisticamente improntata; dall\u2019altro si cerca conseguentemente di articolare una filosofia \u00abcosmopolita\u00bb che non definisca La Morte ma mediti l<em>e<\/em> mort<em>i<\/em>: questo diventa possibile solo avvalendosi di un approccio multidisciplinare in cui spiegazione scientifica e narrazione letteraria \u2013 anche in veste cinematografica e musicale \u2013 riescano a trovare proprio nella filosofia un armonico punto di convergenza. In secondo luogo, e soprattutto, Sisto sostiene \u2013 in particolare grazie al dialogo con l\u2019autore forse a lui pi\u00f9 caro, Schelling \u2013 che il limite in gioco nella rimozione della morte non \u00e8 di tipo intellettuale e nemmeno tanto morale, quanto piuttosto innanzitutto <em>sensibile<\/em> e <em>organico<\/em>: se la morte \u00e8 essenziale per comprendere la vita e per non vivere un rapporto oggettivante con la natura, \u00e8 perch\u00e9 essa \u00e8 innanzitutto legata alla possibilit\u00e0 di <em>sentire<\/em> il limite, di <em>provare il dolore<\/em> della fine, di <em>vivere<\/em> la fine di un organismo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In altri termini, per Sisto il problema non \u00e8 tanto aver smesso di concepire la possibilit\u00e0 della morte, perch\u00e9 questo dipende da un pi\u00f9 profondo <em>allontanamento sensibile<\/em> da essa: si \u00e8 cio\u00e8 smesso \u2013 a livello sociale prima che individuale \u2013 di vivere la morte come quella possibilit\u00e0 di entrare in un rapporto pi\u00f9 denso non solo con se stessi ma anche e soprattutto con la natura, con quella natura di cui l\u2019uomo \u00e8 e deve riconoscersi parte. E cio\u00e8 dire: il motivo per cui <em>pensiamo<\/em> di poter trasformare illimitatamente il mondo \u00e8 che abbiamo smesso di <em>sentirlo<\/em> e di <em>sentirci parte<\/em> di esso, e questo dipende a sua volta dal fatto che abbiamo allontanato dal nostro sentire l\u2019elemento pi\u00f9 profondo attraverso cui la natura riesce a manifestarsi e a richiamarci alla nostra naturalit\u00e0 \u2013 la morte, appunto. Il portato finale di tutto ci\u00f2 \u00e8 che l\u2019uomo si ritrova ad essere \u2013 ma forse non ancora a riconoscersi \u2013 \u201cmonco\u201d, privo di quella parte vitale per la sua esistenza in quanto legata all\u2019appartenenza alla vita in generale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ora, per Sisto non si tratta certo di rivendicare un qualche ritorno al passato, di stigmatizzare i progressi della medicina e il fatto che l\u2019allontanamento dalla morte sia stato per certi versi necessario per poterla affrontare con quella distanza razionale e quella freddezza analitica imprescindibili per ridurne l\u2019incidenza. Nulla di tutto questo: piuttosto, il problema che Sisto si e ci pone \u00e8 che \u2013 verrebbe da dire semplificando \u2013 di sola razionalit\u00e0 si muore e senza peraltro nemmeno accorgersene, che il solo egoantropocentrismo produce compartimentazione e insularismo, tra i cui risvolti troviamo l\u2019indistinzione di natura e artificio e conseguentemente un certo smarrimento di fronte al momento in cui si \u201ccollocherebbe\u201d una morte ormai sempre pi\u00f9 medicalizzata in senso meccanicista. Non sorprende allora che l\u2019attenzione pubblica e scientifica possa soffermarsi sul problema dell\u2019inizio o della fine del processo della morte, culminando nei noti paradossi per cui una stessa morte o uno stesso trattamento possono rivelarsi al contempo naturali per gli uni e innaturali per gli altri e via discorrendo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ecco allora che la proposta di Sisto, lungi dall\u2019esaurirsi sul piano teoretico, mi sembra possa rivelare ulteriormente tutta la propria originalit\u00e0 proprio se pensiamo al piano concreto del dibattito pubblico bioetico, soprattutto nelle forme che ha assunto in Italia. Infatti, dovrebbe essere chiaro anche da queste brevi note che la proposta in gioco non intende offrire argomenti a sostegno dei cosiddetti \u201ctecnofili\u201d o \u201cscientisti\u201d; tuttavia, essa non intende nemmeno affermare qualcosa come l\u2019intrinseca normativit\u00e0 della natura, spesso utilizzata come leva per nascondere il passaggio a una dimensione in ultima istanza sovra-naturale. Piuttosto, una volta che la questione del limite viene fatta giocare sul piano organico-sensibile, si ritrovano ad essere ridefiniti \u2013 secondo uno spostamento peculiare della buona filosofia \u2013 gli interi termini del dibattito, ossia le stesse coordinate di fondo del problema: la domanda non \u00e8 pi\u00f9 \u201ccosa \u00e8 lecito o illecito fare? Cosa \u00e8 giusto o cosa \u00e8 sbagliato fare? Cosa dobbiamo o non dobbiamo fare?\u201d, bens\u00ec diventa \u201cfin dove ci si sente di potersi spingere? Fin dove un corpo sente di riuscire ad arrivare? Come riusciamo a sentire?\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Vale a dire: si passa da un limite <em>morale<\/em> a un limite <em>estetico<\/em> o <em>estesiologico<\/em>, che chiama cio\u00e8 in causa \u2013 come anche parte del pensiero filosofico contemporaneo mostra \u2013 non l\u2019ambito della sensazione in senso cognitivo bens\u00ec innanzitutto quello della sensibilit\u00e0 in senso corporeo-motorio. Insomma, \u00e8 come se Sisto aprisse la possibilit\u00e0 di pensare che, per uscire dalle aporie di un dibattito che troppo spesso sembra svolgersi tra sordi, la bioetica debba risolversi in bio<em>estetica<\/em>, per la quale come da un lato nessuno pu\u00f2 pre-determinare e pretendere di sapere cosa pu\u00f2 sentire un corpo, cos\u00ec dall\u2019altro lato il pieno riconoscimento e sviluppo di questo tipo di sensibilit\u00e0 dipende tutto dal superamento della rimozione della morte attraverso la riconsiderazione di quel limite che consente di sentire il rapporto con la natura.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per Sisto, tutto si gioca in ultima istanza nell\u2019acquisizione della consapevolezza vissuta che l\u2019uomo \u00e8 un circuito-vivente naturale che va costantemente formandosi attraverso il riconoscimento che l\u2019esterno corrisponde all\u2019interno, rappresentando il punto di origine abissale a partire da cui quest\u2019ultimo pu\u00f2 auto-organizzarsi, con la morte a giocare proprio il ruolo di vedetta di questa naturalit\u00e0, ad annunciare cio\u00e8 quell\u2019irriducibile esteriorit\u00e0 che impedisce in ogni momento di restare rinchiusi nella propria identit\u00e0 immunitaria e in questo modo limita le pretese prometeiche. Per concludere, Sisto ci invita a ricordare che la morte riesce a esibire \u2013 <em>facendosi sentire<\/em> \u2013 proprio quella limitatezza invalicabile anche da parte dei pi\u00f9 sfrenati desideri di autarchica onnipotenza umana.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Siamo di fronte \u2013 va subito detto \u2013 a un libro riuscito, perch\u00e9 si prefigge di mostrare una tesi in maniera chiara e convincente e svolge sino in fondo questo compito, oltre che con una non trascurabile eleganza letteraria. 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