martedì , 4 agosto 2020
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86. Recensione a: Myrthe L. Bartels, Plato’s Pragmatic Project: A Reading of Plato’s “Laws”, Franz Steiner Verlag, Stuttgart 2017, pp. 251. (Lavinia Peluso)

Quando guardiamo alla filosofia di Platone, non è certo alle Leggi che va il nostro primo pensiero. È sufficiente considerare alcune specificità del dialogo per comprendere le ragioni del peso minore che quest’opera assume nel contesto del corpus platonico. A suscitare le prime difficoltà contribuiscono senza dubbio sia certe incongruenze concettuali sia le numerose imprecisioni linguistiche e retoriche. Inoltre, il lettore resta stupito di fronte all’assenza della tradizionale figura di Socrate, trovandosi peraltro dinnanzi a uno scenario radicalmente diverso rispetto agli altri dialoghi del filosofo, tipicamente ambientati ad Atene. Ma non sono queste le uniche problematiche che affliggono le Leggi. Le ambiguità sorgono anche in relazione alle questioni al centro dell’opera. Se infatti nella Repubblica la giustizia occupa una posizione dominante, assistiamo adesso ad un drastico ridimensionamento della sua centralità, in favore della più sobria virtù della temperanza. Grande assente è, poi, la dottrina delle Idee, sebbene alcuni abbiano voluto individuare, senza successo, talune allusioni ad essa.
La monografia di Myrthe L. Bartels, Plato’s Pragmatic Project: A Reading of Plato’s “Laws”, prende avvio dalla decisiva constatazione della distanza che separa le Leggi dal resto del corpus platonico. La specifica diversità che contraddistingue l’ultima opera del filosofo ha paradossalmente portato la critica a trascurare il dialogo in cui Platone ha deciso di ridiscutere determinate posizioni, già emerse nelle opere precedenti, prima della sua morte. Disinteressarsi della sua ultima parola costituisce una distorsione interpretativa della complessità del pensiero del filosofo, un errore che Bartels evita di commettere. Un’altra premessa metodologica che segna una differenza tra l’approccio dell’autrice rispetto alla critica tradizionale consiste nella considerazione dell’opera (le Leggi) nella sua totalità. L’analisi dell’interprete prende le mosse dall’intrecciarsi di riflessione dialettica e legislazione, intreccio che conduce Platone a realizzare un dialogo in cui vediamo un codice di leggi coerentemente inserito nella cornice di una riflessione più prettamente filosofica. Ciò che nell’interpretazione tradizionale rappresentava la causa della scarsa attenzione nei confronti dell’opera, nell’ottica dell’autrice diviene invece motivo di forza e valorizzazione. In questo modo, ne risulta una lettura coerente ed unitaria, così come coerente ed unitaria appare la struttura medesima della discussione interna al dialogo platonico.
Il titolo scelto da Bartels contiene un’indicazione fondamentale sull’approccio da lei adottato nell’analisi puntuale delle argomentazioni discusse nel dialogo. La radicale differenza tra la Repubblica e le Leggi, le due maggiori opere politiche del filosofo, pone il problema di quale statuto assuma nell’ottica dell’autore la seconda costituzione delineata alla fine della sua vita. La risposta ampiamente accettata, invero, vede nelle Leggi una mera soluzione di ripiego rispetto al progetto esposto nella Repubblica, dove Platone presenterebbe invece il piano ideale. Lo scopo di Bartels è quello di avvalorare la nuova prospettiva morale assunta ora dal filosofo, una prospettiva eminentemente pragmatica che conferma la già menzionata distanza delle Leggi da quelli che sono tradizionalmente considerati i principi della filosofia platonica. In particolare, ciò che emerge dalla lettura dell’ultimo dialogo è il rifiuto della tesi affermata nella Repubblica secondo cui le norme della società debbano essere incarnazioni particolari dell’Idea del Bene, assoluta ed eterna. Dalle Leggi si evince che sono, invece, definiti buoni quei nomoi che guidano la società verso una condizione di armonia interna e che garantiscono la conservazione di questo stato pacifico, piuttosto che la realizzazione di un ideale astratto di giustizia. Il codice legislativo al centro del dialogo non è composto da norme fissate a priori, bensì da precetti che si definiscono in relazione al contesto di riferimento e alle esigenze particolari della polis. In ciò Bartels trova un perno fondamentale per giustificare e dimostrare la validità e l’adozione del suddetto approccio pragmatico.
Il libro si compone di sette capitoli in cui troviamo un’analisi puntuale e meticolosa della discussione argomentativa che si sviluppa tra gli interlocutori delle Leggi. La monografia rappresenta uno studio compatto e rigorosamente strutturato, che si serve delle conclusioni raggiunte precedentemente per costruire l’analisi delle parti successive, consentendo una lettura agevole anche ai non specialisti. Il primo capitolo, Introduction: Laws in Dialectic, costituisce una premessa introduttiva alla metodologia adottata e alla struttura della medesima opera, mentre il secondo presenta al lettore alcune considerazioni preliminari sui primi dialoghi di Platone, considerazioni di cui Bartels si servirà nelle parti successive per lo sviluppo progressivo delle proprie argomentazioni. Più precisamente, nella prima parte del secondo capitolo, Platonic Preliminaries, l’autrice si dedica all’analisi delle nozioni centrali di technê e aretê. L’indagine, che ha le sue fondamenta teoriche anche in altri autori antichi, consente a Bartels di concludere che Platone considera l’eccellenza morale nei termini di una technê, ossia come una forma di conoscenza tecnica di cui è in possesso l’uomo virtuoso. La seconda parte dello stesso capitolo si incentra sullo studio della nozione di dikaiosŷne in tre dialoghi che sono espressione paradigmatica del pensiero platonico, ovverosia l’Apologia, il Critone e la Repubblica. L’intenzione dell’autrice è quella di mostrare che in queste opere la nozione di giustizia riflette una norma oggettiva appartenente a un livello di realtà separato da quello in cui si muove il soggetto, la cui cognizione implica una prospettiva morale più elevata.
Lo scopo ultimo del capitolo è funzionale a dimostrare che Platone nelle Leggi abbandona il suddetto approccio metafisico, a favore di uno più realista e concreto, il quale considera il nomos calato nel contesto e non avulso dalle condizioni pratiche della sua realizzabilità. Se è vero che in ciò consiste la fondamentale specificità dell’ultimo dialogo, è doveroso, però, riconoscere che le opere considerate in questo capitolo non sono completamente scevre del realismo di cui Bartels parla solo per quanto riguarda le Leggi. Forse l’autrice ha voluto enfatizzare in maniera eccessiva la distanza tra le diverse fasi della riflessione platonica, fallendo così nel riconoscere alcuni elementi di continuità. Ciò vale, ad esempio, per quanto riguarda l’esistenza di livelli inferiori di virtù rispetto a quella filosofica. La stretta analogia individuata tra technê e aretê comporta l’impossibilità di ammettere che sussista un’eccellenza basata sulla retta opinione, esplicitamente riconosciuta da Platone nella Repubblica come anche nel Menone (Men. 97b). Se, inoltre, nel primo dialogo politico la temperanza si configura come virtù del complesso della polis, risulta difficile comprendere in che modo la massa dei cittadini possegga una cognizione della giustizia nel suddetto senso metafisico (Resp. 432a).
Il terzo capitolo, Setting the Scene: aretê in Laws I-II, è incentrato sul discorso introduttivo dell’opera, che occupa i primi due libri. Questi differiscono notevolmente dal resto del dialogo, sia per quanto concerne i temi affrontati sia per la loro struttura argomentativa, ma presentano delle affinità con le ultime pagine del libro XII, in cui troviamo le riflessioni conclusive del dialogo. Per questa ragione, Bartels afferma legittimamente che l’inizio e il termine dell’opera sembrano delinearsi come la cornice al materiale legislativo che occupa la parte centrale della discussione. Secondo la lettura pragmatica dell’autrice, dal contorno dialettico dell’opera, costruito su una critica alle istituzioni spartane e cretesi, emerge una nuova nozione di virtù, la cui natura è esplicitata dal filosofo nelle riflessioni sul symposion. Quest’ultimo illustra il funzionamento ideale di una società armonica e rettamente organizzata, di cui Platone auspica la realizzazione. La virtù viene ora a coincidere con la capacità di essere più forti di se stessi, ossia con l’autentica padronanza dei piaceri, come emerge dall’analogia col burattino a cui Bartels dedica ampio spazio nella sua analisi (Leg. 644e-645b). La paideia, dunque, si delinea come allenamento di questa abilità e il symposion sembra costituire una parte integrante dell’educazione, volta a promuovere l’instillazione di aidos nel soggetto. Nei paragrafi conclusivi del capitolo, l’autrice definisce, però, il simposio come una semplice illustrazione simbolica del processo formativo, e non come uno strumento che Platone ammetterebbe realmente nella società rappresentata. Questa forte affermazione da parte di Bartels pone, tuttavia, una serie di questioni. Perché il filosofo avrebbe dedicato tanto spazio all’analisi del symposion se questo avesse esclusivamente una finalità illustrativa dell’ideale società pacifica che Platone ha in mente? Inoltre, se ci interroghiamo sul meccanismo specifico di funzionamento del symposion, siamo in grado di comprendere le ragioni della sua reale centralità nell’ottica platonica. L’ubriachezza pone il soggetto a contatto con i suoi impulsi appetitivi più bassi, eliminando i vincoli inibitori della razionalità. Legittimando tale pratica nel contesto di un’istituzione pubblica controllata, Platone intende far sì che l’individuo possa imparare a fronteggiare il nemico peggiore, rappresentato dai suoi desideri animali, uscendo vittorioso dallo scontro (Leg. 645d e sgg.). È evidente, dunque, che il symposion riveste oggettivamente un ruolo cruciale nel processo educativo in direzione della virtù, motivo per cui la sottovalutazione da parte di Bartels, che lo riduce a una mera illustrazione, non risulta giustificata sulla base della considerazione delle riflessioni del filosofo.
Il quarto capitolo, Lawgiving Logoi: Formal Features of the Legislation, esamina lo statuto dell’attività legislativa proposta dai tre interlocutori. Questi non si limitano ad esporre una serie di nomoi specifici e concreti, bensì riflettono anche sulla forma che queste norme dovrebbero avere e sulla medesima indagine da essi condotta al riguardo. In ciò risiede una delle ragioni della complessità dell’opera, nella quale, secondo la lettura di Bartels, Platone non presenta un codice legislativo chiaro e lineare, a cui si possa immediatamente adempiere. Ciò che è tradizionalmente concepito come un corpus di leggi rappresenta, in realtà, un esercizio dialettico volto a delineare una possibile organizzazione della colonia di Magnesia, verificando sul piano pratico i risultati della discussione teorica dei libri precedenti. Il presente capitolo di Bartels costituisce una delle parti più rigorosamente argomentate e dimostra una tesi stimolante, che presenta ripercussioni interessanti sull’interpretazione dell’intero dialogo platonico.
La tesi al centro del quinto capitolo, Outline and Amendment: an Inevitable Lack of Accuracy, concerne la scelta di Platone di presentare intenzionalmente un codice legislativo incompleto nelle Leggi. È evidente, infatti, che i tre interlocutori sono consapevoli dell’impossibilità di concludere il progetto entro la cornice del dialogo. Secondo la lettura dell’autrice, ciò implica una precisa concezione della natura della legislazione, la quale si delinea come un’attività intrinsecamente priva di quell’accuratezza che contraddistingue, invece, la techne quale è stata ricostruita da Bartels nel secondo capitolo. Ciò conduce a ulteriori problemi: il progetto delle Leggi può essere effettivamente concluso o questa è solo un’illusione degli interlocutori? Cosa determina la finitezza di un codice di norme? Un punto cruciale dell’argomentazione di Bartels è costituito dall’analogia tra il legiferare e l’opera dei pittori, la quale “non sembra mai aver fine nel rendere perfette le singole figure, anzi non pare cessi mai di perfezionarle caricando o attenuando la tinta […] in modo che le figurazioni non debbano più progredire in bellezza e forza espressiva” (Leg. 769b). L’immagine proposta consente al lettore di porsi nella corretta prospettiva per comprendere l’essenza dell’attività legislativa. Ad avvalorare la tesi dell’autrice sulla distanza tra quest’ultima e una vera techne contribuiscono alcuni dettagli dell’analogia: il pittore non è presentato da Platone nei termini di un esperto; nel suo settore non esiste un paradeigma a cui rifarsi; infine, il risultato del suo operare è soggetto al deterioramento causato dal trascorrere del tempo. Questi particolari confermano, inoltre, l’inevitabile imprecisione e l’assenza di compiutezza a cui è destinato il progetto avviato dagli interlocutori. Il piano tracciato necessita, però, di esser sottoposto a una verifica fattuale, in vista della quale i tre anziani designano dei successori per portare a termine il loro compito. Ciò consente a Bartels di concludere in maniera piuttosto persuasiva che il legiferare non è una techne, ma costituisce, tuttavia, una disciplina con forti implicazioni pratiche.
Il sesto capitolo, Outside the Law Code: the Nocturnal Council and the Athenian Stranger, affronta due degli aspetti più enigmatici del dialogo in esame, ossia la figura dell’anonimo Ateniese e l’organo politico del Consiglio Notturno. Il primo rappresenta l’interlocutore principale del dialogo, cioè colui che passa al vaglio dell’esperienza concreta i risultati della riflessione teorica dei primi libri. Il ruolo del Consiglio è, invece, quello di occuparsi della conservazione dell’ordine sociale e delle leggi istituite. Ciò su cui Bartels si interroga è se questi possano costituire dei candidati validi per il ruolo di autorità nel contesto sociale delineato: la conclusione a cui giunge è che nessuna delle figure menzionate incarna una prospettiva morale oggettiva paragonabile a quella dei filosofi-re della Repubblica. Le competenze dei due soggetti risultano basarsi per lo più sull’esperienza e riflettono l’attitudine pragmatica che Platone adotta nell’ultimo dialogo. Ciò conferma la validità dell’approccio adottato da Bartels nella lettura delle Leggi: il legislatore è colui che, di fronte a una determinata situazione concreta, riesce a formulare un insieme di leggi adattabile al caso. Abbiamo già accennato alle corrispondenze formali e concettuali tra la parte finale del libro XII e la discussione dialettica dei libri I e II. In particolare, il tema dell’unità delle quattro aretai ritorna ora al centro della riflessione dei nostri interlocutori nel corso delle disquisizioni sul Consiglio Notturno, il quale deve dimostrarsi in grado di cogliere l’unità della sympase aretê al di là dell’apparente molteplicità delle virtù. La conclusione del dialogo, dunque, si pone in stretta continuità con la parte iniziale, secondo una metodica che Bartels definisce circolare e su cui si sofferma in questa penultima parte del suo lavoro, nella quale riprende, inoltre, alcune delle questioni centrali affrontate precedentemente, mettendo in relazione i diversi aspetti trattati. La lettura integrale e completa da parte dell’autrice è resa possibile dalla sua considerazione dell’organicità dell’opera, considerazione che non sopravvaluta un aspetto a discapito degli altri, ma che prende le mosse dalla compenetrazione della cornice dialettica con il progetto legislativo abbozzato.
Nell’ultimo capitolo, Conclusion: Plato’s Pragmatic Project, Bartels trae le riflessioni conclusive sulla totalità dell’indagine svolta, recuperando alcuni dei principali temi emersi. Centrale è indubbiamente la nuova prospettiva morale che Platone adotta nell’ultimo dialogo, di cui l’autrice ha dato prova a più riprese nel corso della sua indagine, originalità che si ripercuote su numerosi aspetti della riflessione, spaziando dall’innovativa nozione di aretê alla sfumatura eminentemente pragmatica che assume ora l’attività legislativa, dall’assenza delle norme metafisiche e di una giustizia ideale alla presentazione di un dinamico codice di nomoi soggetto al divenire e all’adattamento in funzione del contesto particolare.
Il quadro che emerge dall’analisi di Bartels è indubbiamente coerente e argomentato in maniera rigorosa, anche in virtù dei numerosi riferimenti al testo integrale delle Leggi e ad altre opere del corpus platonico. Abbiamo però visto emergere alcune debolezze, come l’eccessivo accento sulla distanza tra l’ultimo dialogo e quelli precedenti a discapito degli elementi di continuità, o l’ingiustificata svalutazione che subisce l’istituzione del symposion nella lettura di Bartels. Nonostante questo, la monografia costituisce un contributo fondamentale per lo studio del complesso della filosofia platonica e, più in particolare, per l’ultima parola del filosofo, la quale sfortunatamente non ha ricevuto la dovuta attenzione da parte della critica. In conclusione, l’approccio innovativo e la competente discussione dei passi esaminati, insieme alla ricca bibliografia di riferimento, rendono il lavoro di Bartels un punto di passaggio imprescindibile per chiunque si avvii alla lettura dell’ultimo dialogo platonico.

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