martedì , 4 agosto 2020
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80. Recensione a: Rosa M. Calcaterra, Giovanni Maddalena, Giancarlo Marchetti (a cura di), Il pragmatismo. Dalle origini agli sviluppi contemporanei, Carocci, Roma 2015, pp. 356. (Riccardo Cravero)

Il pragmatismo è una di quelle correnti filosofiche che unisce al suo interno due paradossali tendenze: la prima è la peculiare propensione ad adottare un andamento “carsico”, con momenti di grande successo e subitanee e protratte eclissi alternati nel corso della storia della filosofia contemporanea, la seconda è la sua evidente influenza sul panorama filosofico pur in assenza di un preciso e distinto corpus di dottrine universalmente adottato da tutti gli autori definiti “pragmatisti”. Infatti, se sussiste un’evidente “aria di famiglia” tra i pensieri di Peirce, James, Dewey e Mead, è ben difficile trovare in essa il fondamento di un movimento filosofico unitario e riconoscibile. Andando a osservare gli sviluppi successivi del pragmatismo, questa vaghezza non fa che accentuarsi.
Da molti ritenuto movimento prettamente americano, anzi, vera e propria epitome della mentalità americana, il pragmatismo è tuttavia al giorno d’oggi una specie di “lingua franca” filosofica, scelta da molti come ponte per superare la divisione infruttuosa tra filosofia continentale e tradizione analitica. Una corrente dunque sempre pronta a reinventarsi e a modificare i propri assunti, coerente al proprio fallibilismo di fondo, ma anche variegata e sfaccettata persino all’interno del suo canone “classico”.
A partire da queste premesse, l’idea di tracciare una storia coerente del pragmatismo sembrerebbe un’impresa ardua e dalla conclusione necessariamente disomogenea. Tuttavia, il risultato ottenuto dal libro di Calcaterra, Maddalena e Marchetti punta a delineare un quadro storicamente e filosoficamente coeso del magmatico e multiforme pensiero pragmatista. Impresa decisamente ardua anche per tre esperti del tema, che pertanto ricorrono alla collaborazione con molti altri studiosi, ognuno impegnato nella stesura di un capitolo tematico in accordo con i propri interessi di ricerca e la propria expertise.
Quello che risulta è un lavoro polifonico ma coerente al suo interno, saggiamente suddiviso pur nella consapevolezza di un’arbitrarietà di fondo delle periodizzazioni storiche e delle affiliazioni all’una o all’altra tradizione di autori spesso recalcitranti a incasellamenti stretti. Ciononostante, il libro riesce tranquillamente a snodarsi tra quasi due secoli di storia del pensiero, fedele al suo intento di fondo: mostrare la persistente influenza del pensiero pragmatista sul panorama filosofico americano e globale e mostrarne la “contaminazione” fruttuosa con altre impostazioni filosofiche e con altre tradizioni di pensiero. Risultato, a mio avviso, pienamente raggiunto.
Il volume, contrariamente alle impostazioni storiografiche consolidate, non parte da Peirce. Pur essendo indiscutibile che sia egli il fondatore del pragmatismo, gli autori ritengono opportuno iniziare il loro percorso dal pensiero proto-pragmatista di Ralph Waldo Emerson. Pur non essendo necessariamente compatibile con tutti gli autori che saranno definiti pragmatisti (decisamente poco emersoniano Peirce, molto vicino al pensatore trascendentalista Dewey), il suo pensiero rappresenta un punto di partenza per la nascente filosofia americana, alla ricerca di una sua identità in un periodo di deciso fermento culturale. Il pensiero di Peirce nasce proprio dalle vivaci discussioni del Metaphysical Club (nome più ironico che programmatico), in cui lui, James e altri discutevano di filosofia, giungendo a delineare i caratteri fondamentali del futuro pragmatismo.
È Maddalena ad assumersi il compito di affrontare il non facile itinerario umano e filosofico di Charles Sanders Peirce, portando l’attenzione del lettore verso l’evoluzione delle concezioni peirceane. Dagli scritti giovanili, anticartesiani e anti-soggettivisti, fino alle opere di logica e alla formulazione della massima pragmatica, la prima fase del pensiero di Peirce lancia sulla scena filosofica americana il pragmatismo, raccolto in alcune sue implicazioni da pensatori disparati come Royce, James e Dewey. Incalzato proprio dal successo (e dallo stravolgimento concettuale) della riflessione jamesiana sul pragmatismo, “bambino rapito” al suo legittimo padre, come ebbe scherzosamente a dire lo stesso Peirce, il pensiero del filosofo americano nella sua ultima fase mira soprattutto a chiarire la sua posizione e ad elaborare una sua peculiare metafisica.
Intanto, come detto, il pragmatismo era al centro dell’attenzione di molti studiosi, intellettuali e persino ascoltatori profani, grazie alla genialità comunicativa di James. Personalità discussa e controversa, per alcuni filosofo di poco spessore e per altri originale e autentico protagonista della filosofia della sua epoca, va riconosciuto a mio avviso a James di aver saputo coniugare l’attività teoretica ad una brillante carriera di conferenziere, portando il pragmatismo dove il più sobrio è tecnico Peirce non avrebbe potuto portarlo. Nonostante le accuse di soggettivismo e volontarismo rivolte al suo peculiare modo di intendere il pragmatismo, la riflessione di James, qui affrontata da Massimo Ferrari, è decisamente influente nel suo coniugare ricerca psicologica, teoresi filosofica e divulgazione. Lungo dall’essere un caricaturale anti-Peirce, anima romantica contrapposta al rigoroso amico e collega, William James rivela profonde e decisive intuizioni a riguardo dell’effettiva natura del pensiero, non riducibile a considerazioni razionali e a procedure logiche.
Dopo una breve trattazione (di Rossella Fabbrichesi) del pensiero di Josiah Royce, pensatore originale, oscillante tra idealismo e pragmatismo, tradizioni di cui opera una sintesi, la storia del pragmatismo arriva a toccare quella che potremmo definire la seconda generazione di filosofi pragmatisti, tra cui assumono particolare rilevanza Dewey, Mead e Morris. Pensatori, questi tre, legati più o meno direttamente anche da legami personali di amicizia o collaborazione, essi portarono avanti alcune suggestioni della precedente rivoluzione pragmatista. Emerge qui chiaramente la natura variegata della tradizione pragmatista, adattabile ai più diversi campi della ricerca.
Dewey (trattato qui da Calcaterra e da Roberto Frega) elaborerà una teoria della conoscenza originale, incentrata sul concetto di adattamento e di pensiero riflessivo, teoria a sua volta influenzata dalla sua attività di psicologo e con palesi ricadute sul suo sistema educativo. Ad essa il pensatore americano affiancherà una colossale riflessione politica sulla democrazia, che si snoda per oltre cinquanta anni di carriera. In essa trovano posto oltretutto anche considerazioni etiche ed assiologiche, a completare l’impressionante estensione della riflessione di Dewey.
Affine al pensiero dell’amico Dewey, George Herbert Mead affianca ad alcune considerazioni prettamente filosofiche una influente concezione del soggetto, inserito in una rete di relazioni sociali che ne informa la sua stessa costituzione, portando a termine la prima bordata anti-soggettivista del giovane Peirce. Pensatore influente come filosofo, psicologo sociale e sociologo, la sua eredità è stata raccolta soprattutto dalle scienze sociali, che hanno beneficiato di alcune sue profonde osservazioni.
Verso la semiotica si muove invece Morris, che a differenza di Dewey e Mead è molto vicino al programma dell’empirismo logico. La sua riflessione, qui curata da Guido Baggio, autore anche del sotto-capitolo su Mead, verte sulle funzioni del linguaggio e sulla loro capacità di operare per diversi scopi. Unendo la riflessione peirceana sul segno con l’attenzione per il linguaggio del Circolo di Vienna, Morris sviluppa una classificazione dei registri linguistici che è ancora oggi punto di riferimento imprescindibile negli studi sulla comunicazione.
Finita la prima fase del pensiero pragmatista, gli autori intitolano la seconda parte del volume “Diffusione del Pragmatismo”. Gli autori trattano infatti del pragmatismo europeo, fenomeno interessante ma minoritario, di breve fortuna in Italia grazie alla redazione del “Leonardo” di Papini e Prezzolini e grazie alla collaborazione di Vailati e Calderoni (su di loro scrivono Maddalena e Maria Luisi). Iniziato come ribellione giovanile contro il clima accademico stantio e retrivo, continuato con incontri internazionali e l’ammirazione di James e finito nel misticismo irrazionalista, il pragmatismo italiano, pur nella sua diversità da quello americano classico è senz’altro uno dei più riusciti “trapianti” di tali concezioni in terra europea, insieme all’opera di Schiller, originale pensatore pragmatista anglo-tedesco in opposizione alle tendenze dominanti nel contesto britannico.
Per quanto riguarda il contesto americano, è opportuno notare come da qui in poi le interpretazioni che alcuni studiosi hanno dato delle vicende del pragmatismo divergano anche significativamente. La posizione di Richard Rorty è che ci sia stata un’eclissi del pensiero pragmatista classico in seguito alla morte di Dewey e alla crescente influenza della filosofia analitica, accusata dal pensatore neopragmatista di aver snobbato la tradizione americana e le sue originali intuizioni. Gli autori del libro sembrano accettare solo in parte questa versione della storia, insistendo sul fatto che il pragmatismo è la filosofia analitica abbiano avuto sì contrasti dovuti alla diversa impostazione, ma anche feconde relazioni di mutuo scambio teoretico.
Esemplare di questa tendenza è la sezione curata da Paolo Valore e Andrea Tortoreto sul tema del rapporto tra pragmatismo e filosofia analitica nel pensiero di Sellars, Quine e Davidson. Pensatori diversi tra loro ma influenzati a vicenda, questi autori inseriscono il patrimonio pragmatista all’interno della tradizione della filosofia analitica, che mira ad uno sviluppo dei temi portanti dell’empirismo logico a riguardo del rapporto scienza-filosofia, dell’estensionalismo riduzionista, della logica, dello studio del linguaggio e dell’unità della scienza. Wilfrid Sellars prenderà di mira l’idea fondazionalista del dato immediato, giungendo a concezioni della conoscenza che richiamano da vicino la tradizione pragmatista che da Peirce a Mead incalza sul tema della socialità intrinseca al processo conoscitivo. Quine, ardente discepolo del Circolo di Vienna e al contempo suo più efficace critico, rivolge alla tradizione neoempirista critiche di inconsistenza nell’accettazione della distinzione tra giudizi analitici e giudizi sintetici, volta a distinguere tra conoscenza puramente a priori e conoecenza derivata empiricamente. Dalle successive riflessioni sul linguaggio di Quine prenderà le mosse Donald Davidson, che analizzerà il problema della traducibilità delle lingue, il rapporto tra cause fisiche e ragioni personali nel determinare le azioni e le intersezioni tra conoscenza soggettiva, conoscenza intersoggettiva e conoscenza oggettiva, mostrando l’inestricabile connessione di questi tre piani. In definitiva, per quanto sia poco corretto identificare questi tre autori come anti-analitici o pragmatisti tout court, essi hanno senz’altro inserito elementi del pensiero di Peirce, James, Dewey e Mead nel più ampio contesto della filosofia analitica.
Autori eccentrici in questa tradizione sono invece Sidney Hook e Morton White ( di cui si occupa Anna Boncompagni). Filosofo politico il primo, autore di testi sul pensiero di Dewey, storico delle idee e filosofo della cultura il secondo, essi rappresentano il punto di continuità tra il pragmatismo deweyano e le sue derivazioni successive. Essi sono pensatori abbastanza diversi, unificati soprattutto dal comune riferimento ad alcuni aspetti del pensiero di Dewey, in particolare l’etica. Interessante è il concetto di olismo di White, che prima ancora delle critiche quineane mira a superare le distinzioni fittizie tra fatti e valori, tra sintetico e analitico e tra a priori e a posteriori.
Ancora più eccentrici sono i pensieri di Bernstein, McDermott, Rescher e Margolis (a cura di Roberto Gronda). Amico di Habermas, frequentatore abituale delle tradizioni analitiche e continentali, filosofo e teorico politico e sociale, Richard Bernstein è senz’altro un pensatore che si è decisamente e convintamente inserito nella tradizione pragmatista, adattandola però al mutato panorama culturale. Proponente di un fallibilismo epistemologico come metodo per far fronte alla deleteria “ansia cartesiana” della modernità, volta al fondazionalismo come unica alternativa al relativismo, egli coniuga efficacemente fallibilismo e fiducia nelle capacità conoscitive umane, uscendo dalla rigida dicotomia dell’epistemologia fondazionalista moderna. Teorico di una presa di consapevolezza del proprio essere culturalmente situati in un dato contesto, McDermott è fautore di una concezione del pragmatismo come filosofia tipicamente americana. Rescher è autore di una enorme e varia produzione filosofica, che spazia dalla metafisica, alla logica, alla storia della filosofia e alla sistematizzazione della sua teoria pragmatista, ripresa originale di temi classici. Margolis è a mio avviso il più curioso e interessante tra questi autori: relativista “robusto” per sua stessa definizione, in realtà più realista di quello che il termine sembrerebbe indicare, storicista piuttosto estremo, innovatore dell’estetica, punto di raccordo tra la filosofia analitica e la tradizione continentale, entrambe sintetizzate nel suo originale pragmatismo, questo autore è quantomeno interessante per la sua evidente originalità.
A sorpresa, ma forse non inaspettatamente, troviamo anche la trattazione di Mariannina Failla del rapporto tra teoria critica e pragmatismo. A partire dall’apporto dato dalla semiotica di Peirce alla teoria di Apel e Habermas sulle comunità di discussione e sull’agire comunicativo, la trattazione attraversa tutta la cosiddetta “Seconda Generazione” di filosofi della Scuola di Francoforte fino ad arrivare alla riflessione di Axel Honneth, che è da molti riconosciuto come esponente della “Terza Generazione” di studiosi del famoso Istituto francofortese. Quest’ultimo autore guarda sì al pragmatismo, ma non tanto a Peirce e a James quanto a Mead e al suo ricongiungimento con Hegel nell’ambito di una teoria del riconoscimento e dell’identità. Anche in un ambito decisamente definito come continentale dalle categorizzazioni storiografiche, l’influenza del pragmatismo è quindi forte ed efficace.
La terza fase, incentrata sugli sviluppi del pragmatismo nella filosofia contemporanea, suddivide gli autori in due grandi sotto-gruppi. Se da una parte ci sono gli autori definiti neopragmatisti, come Rorty e Putnam (trattati rispettivamente da Calcaterra e Marchetti), dall’altra abbiamo un manipolo di studiosi che a vario titolo si posiziona più o meno vicino alla tradizione pragmatista classica. Il neopragmatismo di Rorty è la vera e propria ragione del contendere, suscitando la reazione di chi si oppone da una parte al presunto relativismo rortyano e alla dissoluzione della filosofia in un contingente movimento culturale senza pretese assolutiste e dall’altra all’uso di fonti pragmatiste in maniera spregiudicata ed originale, spesso ben oltre l’intento originale dell’autore. Interlocutore di Rorty, suo avversario ma anche estimatore ed amico, impegnato in un processo continuo di revisione del proprio pensiero, Hilary Putnam è l’altro pilastro portante del pragmatismo. Poliedrico e dedito ai più svariati interessi, dalla filosofia della mente alla logica, alla filosofia della scienza e alla questione del realismo, Putnam ha il singolare attributo di essere spesso il principale sostenitore di una tesi e il suo più fiero critico, rivedendo spesso le sue posizioni nel corso della sua lunga carriera.
Arrivando alla conclusione del libro e alla situazione contemporanea, troviamo un manipolo eterogeneo di autori “neopragmatisti” per mancanza di etichette migliori (qui a cura di Sarin Marchetti). Cornell West unisce il pragmatismo ad attività di sensibilizzazione verso il tema delle minoranze etniche in America, mentre Brandom è noto soprattutto come filosofo del linguaggio nella tradizione analitico-pragmatista. Richard Shusterman è noto per il suo originale lavoro sull’estetica, derivato da suggestioni di Dewey, e per la sua somaestetica, approccio interdisciplinare al tema del corpo e dell’esperienza artistico-corporea. Avendo riabilitato forme d’arte popolare come il rap, Shusterman è tra i principali autori della nuova estetica, radicata in temi quali l’estetica del quotidiano (Everyday Aesthetics) e l’estetica della cultura popolare. Susan Haack, epistemologa e filosofa della scienza, unisce una critica alla tradizionale impostazione logica della filosofia della scienza neoempirista e popperiana a una ripresa del critical common-sensism peirceano. Vicina più di altri alla tradizione pragmatista classica e avversa agli sviluppi linguistici del neopragmatismo di Rorty, Susan Haack è forse la meno neopragmatista dei vari autori che sotto questa etichetta sono annoverati.
La trattazione degli autori contemporanei conclude quindi il lungo viaggio del pragmatismo da Emerson ai giorni nostri, mostrando la vitalità continua, pur affievolitasi in alcuni momenti storici, del pragmatismo. Pragmatismo non più (solo) americano, ma cosmopolita e come detto all’inizio, ponte tra diversi modi di condurre ricerca filosofica. Nonostante forse il pragmatismo sia più un’idea di filosofia che una tradizione vera e propria, tesi confermata dalla difficoltà di dare una definizione unitaria di cosa esso sia e dal fatto evidente che di pragmatismi ce ne sono stati molti e differenti nel tempo, il pragmatismo rimane un buon punto di partenza per analizzare la ricchezza del contributo teorico dei molti autori che a questa tradizione di ricerca hanno contribuito. Il volume di Calcaterra, Maddalena e Marchetti, arricchito dai molti contributi dei loro collaboratori, mira a fornire un inquadramento storico della sua evoluzione, ma anche un resoconto teorico della portata e dell’influenza che essa ha avuto. Il risultato è un’ottima guida per orientarsi nel variegato panorama che questa tradizione ha contribuito a formare, valido strumento per chiunque voglia conoscere il pragmatismo e le sue derivazioni.

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