sabato , 25 novembre 2017
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59. Recensione a: Roberto Marchesini, Emancipazione dell’animalità, Mimesis, Milano-Udine 2017, pp. 188. (Manuela Macelloni)

Emancipazione dell’animalità è l’apice di un percorso intrapreso da tempo che ha portato l’autore, Roberto Marchesini, a rivoluzionare, attraverso il suo pensiero, una serie di concetti filosofici precedentemente considerati consolidati – ricordiamo come sia innovativo il concetto di soggettività proposto dall’autore in Etologia Filosofica (2016).
Nel primo capitolo dell’opera (Il profilo indefinito dell’animalità) l’autore ci offre una vera e propria pars destruens quale volano necessario per la realizzazione del proprio progetto di pensiero: è necessario infatti abbattere l’antropocentrismo ontologico (p. 58), quale fondatore di un’impostazione ermeneutica oppositiva all’animalità, prima di intraprendere il percorso indicato dal filosofo: «L’attivazione di un progetto dubitativo è ciò che definisco “emancipazione dell’animalità” vale a dire liberare l’animalità dalle mille coazioni che si sono andate sedimentando lungo il processo di estrazione o costruzione dell’umano» (p. 34).
Attenzione però che una rilettura del testo secondo la sola ottica della filosofia dell’animalità sarebbe al quanto riduttiva essendo, quella offerta dal filosofo, una vera e propria ontologia: Marchesini rintraccia nel concetto di animalità un darsi comune e accomunante della dimensione dell’essere definendolo per tanto un meta-predicato. Il nuovo concetto di animalità non vuole perciò racchiudere un contenuto pietistico rivolto alla salvezza degli animali ma neppure una riproposizione del rapporto con l’alterità bensì è volto ad inquadrare una dimensione meta-predicativa. Animalità è essere.
Marchesini evidenzia come la condizione dell’uomo nel corso della sua storia – attraverso una attenta e valida analisi del mito prometeico che guida l’auto-interpretazione della dimensione umana e della conseguente lettura storica dell’animale come macchina o come bruto (Alterità animali) – sia quella di «essere altrove» (p. 11) inteso quel considerarsi qualcosa di differente, di distante e quanto mai opposto dall’animalità. Se già nei precedenti lavori Marchesini aveva fotografato la dimensione animale come condizione stessa dell’uomo e quindi non oppositiva bensì identitaria, in questo testo aggiunge un tassello in più giacché diventa esplicito il ruolo dell’animalità: animalità è ontologia, meatapredicato, essere.
Per gettare le fondamenta del suo pensiero Marchesini opera una decostruzione storico-filosofica al fine di dimostrare l’insensatezza della disgiunzione metapredicativa tra animale e uomo, un tale approccio decostruttivo è accompagnato da un’attenta attività di ricostruzione evoluzionistico-scientifica volta a mostrare l’intima appartenenza di ogni dimensione predicativa umana a quella metapredicativa dell’animalità (Essere-animale. Alla ricerca del metapredicato) e di come uomo e eterospecifico, pur predicandosi differentemente, appartengano alla stessa dimensione ontologica. Degno di nota è anche come il filosofo segnali la fallacia delle disgiunzioni operate nella storia del pensiero tra uomo e animale – diversi sono gli autori presi in esame da Marchesini tra questi Heidegger, Rilke, Gehlen, Plessner, Wittgenstein, Negel – giacché ogni disgiunzione avveniva sul piano della predicazione (o di presunte differenti predicazioni) per inferire una differenza di natura metapredicativa, tale evidenza indica la debolezza argomentativa che sta alla base dell’impostazione disgiuntiva.
Attraverso questo lavoro decostruttivo dei vecchi paradigmi, il filosofo, fa ben di più che riconnettere l’umanità alla condizione animale, vedere in Emancipazione dell’animalità solo questa azione sarebbe quell’errore disgiuntivo che non permetterebbe di cogliere a pieno la portata squisitamente filosofica del testo. Marchesini trova un varco, getta una fune su quel sentiero interrotto che è la storia dell’essere nella filosofia. Storia dell’essere inauguratasi con Eraclito – il quale per mezzo del suo panta rei dichiara l’insensatezza di una definizione conclusiva alle cose giacché tutto scorre, l’essere scorre, è mutamento costante, impossibilità di presa, di fermo immagine – che si scontra con Parmenide – che invece vuole che l’essere sia e non possa non essere. Storia riconsegnataci con l’esito di una schiacciante vittoria parmenidea sulla scorta dell’essenzialismo (Platone) di cui ancora oggi il pensiero è intriso: per secoli si è andati alla ricerca del Motore Immobile (Aristotele), di quel principio che non perisse opposto ad un mondo in costante mutamento e per questo imperfetto.
La mossa di Marchesini è quindi duplice: renderci una dimensione di essere, l’animalità, e sapercela declinare nelle sue caratteristiche. La descrizione che ne rende il filosofo non è poetante, non chiede di abbandonarsi ad immaginifiche e laconiche radure bensì segue quella linea ben tracciata dall’evoluzionismo e da Darwin giacché, prendere seriamente la lezione di Darwin, rappresenta forse il peso più grande del pensiero dell’occidente: «L’idea pericolosa di Darwin è […] che la vita non sia un’entità computabile, asservibile a un’unica legge lineare e che quando parliamo di storia non possiamo riferirci unicamente all’essere umano. La vita sulla terra ha un carattere storico perché rappresenta l’insieme delle vicende dei fenotipi che si sono susseguiti» (p. 171).
Per anni infatti, come evidenzia l’autore, il pensiero filosofico ha tentato di schivare l’impostazione darwiniana reimpostando un creazionismo evoluzionistico secondo un principio di elezione identitaria (p. 63), dimenticando così il principio base della scienza evolutiva: tutto scorre.
La lezione di Darwin è la medesima di Eraclito: l’essere non si dà come fissità, lo stesso metapredicato è in movimento, non si può pensarlo se non nel suo farsi e disfarsi, nel suo realizzarsi e tradirsi là dove l’espressione del suo moto è il desiderio.
Desiderio è l’altro fondamentale che si libra dalle pagine dell’opera: il desiderio è la natura stessa dell’essere che si esprime nella sua costante instabilità, nella sua fame di mondo. Ma attenzione a vedere il desiderio originato da una mancanza (come in realtà ci suggerirebbe la parola stessa formata dal de – prefisso privativo – e siderare – stelle – letteralmente quindi il desiderio sarebbe una mancanza delle stelle) Marchesini è molto chiaro al riguardo: il desiderio non è un moto definito da una povertà ma prima di tutto è una spinta interna da cui prende origine quel rapporto dialettico e connettivo con il mondo («La motilità è interiore all’animale molto prima che esprimersi in un moto», p. 132).
Queste importanti considerazioni filosofiche sono fondate e si fondono con tutta quella che è la conoscenza legata alla biologia e alla genetica attuali, scienze in grado di dimostrare come ogni essere si esprima nel moto costante e come ogni forma di essenzialismo sia una chimera. Interessantissimo è l’ultimo capitolo del testo (Dicotomie insostenibili e piani di realtà) in cui l’autore evidenzia che ogni tipo di approccio dicotomico e oppositivo rappresenta un fallimento della conoscenza giacché conoscenza è ante tutto ibridazione, meticciamento, mutamento. Marchesini è convinto che filogenesi e ontogenesi non siano confini distintivi ma luoghi di soglia in cui l’epigenesi va ad operare il suo contributo, proprio come – secondo le dimostrazioni offerte dalla genetica contemporanea – il fenotipo non può essere considerato separatamente dal genotipo e viceversa: l’essere, anche da un punto di vista biochimico e genetico, non è una struttura immobile che dall’alto infonde la sua essenza ma è un principio desiderante che spinge il soggetto ad emergere.
Marchesini, attraverso l’interpretazione offerta, pone fine all’ennesima dicotomia che ha guidato la vecchia impostazione filosofica: quella tra trascendenza ed immanenza. L’essere infatti, inteso quale animalità, è sia immanente giacché noi siamo, sotto forma di tanti e differenti predicati, animalità (animalità intesa come metapredicato che si predica nella filogenesi) ma insieme trascendiamo il predicato stesso giacché siamo desiderio (soggetto) – quale animalità. Questa natura dell’essere lo libera dalle catene del fissismo filogenetico permettendo di librarsi e quindi di trascendersi nella soggettività, nel suo essere nel mondo come corpo, nel suo essere – utilizzando un espressione dell’autore – per chiacchierare con il mondo. L’esserci declina la sua libertà dall’essere tradendolo per mezzo del suo principio desiderante e quindi modificandolo, ibridandolo, meticciandolo ma in questo modo esprime l’essere stesso e tutta la sua storia. L’esserci racchiude in sé l’espressione di specie come diacronia, attraverso il suo supporto filogenetico, ma anche l’espressione di una dimensione sincronica, attraverso l’ontologia desiderante della sua natura. Dentro sé l’esserci custodisce tutta la storia, la tradizione, il passato ma è unitamente la rappresentazione del tradimento a quel passato e quindi espressione dell’impossibilità identitaria a-critica e di potenza creativa. L’esserci nella sua dimensione identitaria include molteplici piani di realtà che si presentano sotto forma di soglia nella dimensione individuativa della soggettività: «Soggettivo significa essere parziale, infedele, riferito, occorrente, non riferibile a una causalità certa. La coesistenza di mille piani, ciascuno portatore di specifici moventi, determina una pluralità di soglia: il soggetto è sempre un Arlecchino servo di più padroni» (p. 88). La predicazione quale esserci non sarebbe possibile però se alla base non vi fosse un metapredicato – l’animalità – in grado di sostenere questa condizione variabile in quanto a sua volta mutevole scrive Marchesini: «L’animalità è policentrica, è pluralità ontologica, è declinazione multipla» (p. 125). L’essere, quale possibilità stessa di predicazione, narra la storia di un percorso evolutivo fatto di fitness, di slittamenti selettivi, di cause remote che accomunano la dimensione della vita.
Ecco dunque che essere è innanzi tutto desiderio giacché il desiderio è il principio del movimento (animalità peripatetica, p. 133) là dove animalità è essere nel movimento e per il movimento. Essere non è mai essenzialmente ma mutevolmente.
Marchesini quindi non si limita a riconnettere l’essere umano con la propria animalità, l’autore questo lo aveva già fatto in altri luoghi, lo scopo dell’opera non è una filosofia dell’animalità ma una filosofia dell’essere: un’ontologia giacché riponendo l’uomo nella dimensione dell’essere, non ponendolo altrove, è possibile una nuova antropologia.
Antropologia di cui l’autore propone un assaggio al termine dell’opera (pp. 159-160), ma che credo possa rappresentare effettivamente un nuovo ambito di ricerca per la filosofia, infatti si tratta di sostituire un’antropologia oppositiva – per la quale l’uomo emerge attraverso l’opposizione con l’animalità (Prometeo/Epimeteo) – a una antropologia motivazionale che ricerca l’uomo all’interno dei suoi retaggi motivazionali ed emozionali nei confronti del mondo. Una tale antropologia, come mostra Marchesini, non identifica le diverse predicazioni animali, anzi struttura la dimensione di un percorso possibile legato alla carica esplicativa del desiderio di specie. Un’antropologia a partire da una nuova lettura della dimensione ontologica là dove essere è animalità: «Questo a mio avviso, è il tema di fondo, che rappresenta un problema di ordine primariamente ontologico […] Cosa significa predicare l’umano attraverso la condizione animale?» (p. 125).
Marchesini porta quindi a termine un percorso iniziato sicuramente con un’innovativa definizione dell’animalità ma che si dispiega, in Emancipazione dell’animalità, nell’inclusione radicale d’essa: un’inclusione ontologica. Così facendo l’autore supera ogni opposizione offrendo alla filosofia post-umanista una vera e propria ontologia e con essa una metafisica.

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