venerdì , 18 agosto 2017
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52. Recensione a: Michele Ciliberto, Il nuovo umanesimo, Laterza, Roma-Bari 2017, pp. 196. (Igor Tavilla)

Fin dal titolo, il saggio di Michele Ciliberto, Il nuovo umanesimo, edito da Laterza nella collana “anticorpi”, si presta a una duplice lettura, nella misura in cui propone un’immagine poco consueta dell’Umanesimo e, contestualmente, si fa promotore di una rinascita che possa aver luogo oggi, nel nostro tempo. L’analisi di Ciliberto è accompagnata da un consistente apparato antologico, articolato in nove sezioni cui corrispondono altrettanti temi cardine della riflessione rinascimentale.
Contro il pregiudizio storiografico di matrice illuminista che ci ha consegnato il profilo – perdurante fino al XX secolo – di un Rinascimento quale “genesi del mondo moderno”, tempo di armonia e serenità, Ciliberto documenta il travaglio di un’epoca drammatica, a tratti tragica, abitata dalla tensione tra «Utopia e analisi disincantata del reale» (p. 154). Da ciò risulta la feconda attualità del pensiero rinascimentale. «L’Umanesimo è tornato attuale perché si è riaperto, in maniera drammatica e in forme del tutto nuove, il problema della condizione umana» (p. 64), un problema che si impone con forza alla nostra attenzione nell’epoca di crisi che stiamo attraversando. Il motivo della crisi occupa già l’animo di uomini del Rinascimento, come Guicciardini e Machiavelli, la cui filosofia oscilla tra il senso della perennità del mondo nella sua “medolla” – riconoscibile eco del biblico nihil sub sole novum – e la percezione della mutazione della sua “corteccia”. Ancor prima, il Momus (1450) di Leon Battista Alberti svolge un’amara e disincantata riflessione sull’impossibilità di una renovatio mundi, giacché se tutto cambia ogni cosa resta la stessa. All’uomo non rimane che rifarsi all’exemplum degli antichi, per quanto gli accidenti lo consentano – pensa Machiavelli; per Guicciardini, invece, l’uomo non è in grado di esercitare alcun margine di previsione e perciò l’unica risorsa di cui egli dispone per far fronte ai rovesci della fortuna è l’arte della dissimulazione.
Il teatro diventa la metafora della vita, luogo del sovvertimento dei valori, della maschera e della recita, cui partecipano uomini e dèi, destinata a finire solo con la morte. Il tema dell’ingiustizia e del rovesciamento degli ordini del mondo occupa tutta l’opera di Tommaso Campanella, il quale d’altra parte crede in un Dio buono e giusto – a differenza di Guicciardini – per cui, calato il sipario di questo mondo, l’uomo andrà infine incontro al giorno del giudizio per «situarsi nell’orizzonte della Verità» (p. 24). D’altra parte, se Campanella, come Giordano Bruno, ritiene possibile avviare una riforma del mondo, l’uscita dallo stato di decadenza è affidata all’iniziativa di uomini eccezionali, destinati a subire l’incomprensione e la persecuzione.
Il tema della giustizia è, per Bruno, «il terreno su cui si gioca la battaglia cruciale fra decadenza e renovatio» (p. 36), ma la prospettiva del Nolano è ormai post-cristiana. Bruno respinge con forza l’idea che l’uomo sia un ludus deorum – un giocattolo nelle mani degli dèi – come indurrebbero a credere i luterani, con la dottrina della justitia sola fide e della doppia predestinazione. Per salvaguardare la libertà dell’uomo e il principio di responsabilità, Bruno «introduce una piega nella vicissitudine» (p. 38): l’idea secondo cui il merito decide ciò che saremo nelle mutazioni successive. Agli antipodi di questa prospettiva sta Pietro Pomponazzi. Nel De fato (1524) il filosofo mantovano reputa filosoficamente inesistente il problema del libero arbitrio, affermando con gli stoici l’esistenza di un ordine universale dove ognuno può fare solo quello che deve. Il problema della giustizia trova così soluzione, per Pomponazzi, nella metasomatosi: trasmigrando da un corpo all’altro le anime, che sono finite di numero, subiranno sorti ogni volta differenti, realizzando così la piena eguaglianza tra gli uomini.
Ciliberto ravvisa una fondamentale polarità nel pensiero umanistico-rinascimentale. Da una parte il filone ermetico, facente capo a Marsilio Ficino e Pico della Mirandola, che celebra le potenzialità camaleontiche dell’uomo, il quale nella sua costitutiva indeterminatezza è faber fortunae suae, dall’altra pensatori come Machiavelli e Guicciardini, i quali insistono sui limiti contro cui l’agire umano s’infrange: la fortuna, il tempo, la natura. «Dignitas ed excellentia hominis sono dunque certamente presenti nell’Umanesimo, ma non ne costituiscono l’unico motivo, non il dominante» (p. 54). Allo stesso modo, l’antropocentrismo pichiano trova il proprio opposto nella concezione bruniana dell’infinità dell’universo. La “moltiplicazione dei soli” – per citare Paul Valery – relativizza l’importanza di quello che era stato considerato, fino a quel momento, l’unico pianeta abitato. Sul piano ontologico Bruno nega, per altro, l’esistenza di un prius metafisico che distingua l’uomo dalle altre creature. L’unico fattore che differenzi l’uomo dall’animale è la mano, l’“organo degli organi”, da cui dipende l’edificazione della civiltà. La vocazione umana alla praxis, osserva Ciliberto, tanto in campo politico quanto in quelli religioso, artistico e scientifico rappresenta il tratto comune del pensiero rinascimentale, specialmente in Italia, dove il cosiddetto “Umanesimo civile” trova i suoi più illustri rappresentanti in Leon Battista Alberti, Pico della Mirandola, Girolamo Savonarola, Niccolò Machiavelli, Pietro Pomponazzi, Giordano Bruno, per arrivare a Tommaso Campanella. Tra apocalisse e renovatio, l’impulso riformatore che attraversa tutti i pensatori rinascimentali esige che la dimensione biografica si conformi a quella intellettuale. Se infatti la vita vissuta costituisce il deposito della propria esperienza personale, la biografia è il luogo stesso in cui la Verità si manifesta.
«In un mondo – il nostro – che si divide in forme sempre più feroci, nel quale le differenze di religione o di razza generano conflitti sanguinosi» (p. 63 s.), l’Umanesimo testimonia il valore della tolleranza, di cui l’Oratio de hominis dignitate rappresenta un luminoso esempio. Estranea ad ogni ortodossia e lungi dal rivendicare un primato filosofico-religioso, la riflessione di Pico riconosce in ogni autentica ricerca umana un riflesso della verità.
Apre la corposa scelta antologica operata da Ciliberto la sezione intitolata “La condizione umana”. In essa trovano spazio le pagine di Leon Battista Alberti – il quale, memore della lezione di Pindaro, ripete l’adagio secondo cui “l’omo essere quasi umbra d’un sogno” – ; l’entusiasmo di Pico della Mirandola per quel “grande miracolo” che è l’uomo; la lunga lamentatio di Girolamo Cardano sui propri mali; il memento machiavelliano che l’uomo non comanda alle stelle, e la pacata riflessione di Montaigne sulla mutabilità dell’essere umano. Al centro della seconda sezione – dal titolo “Maschera” – sta l’opposizione tra esse e videri. Un’arte tipicamente umana quella di mascherarsi, che risale, secondo Alberti, alle origini stesse del genere umano e che Paolo Sarpi elegge a massima di buon senso civile: «Al di dentro vivi e giudica secondo ragione, al di fuori secondo la comune opinione vivi e parla» (p. 90). Nella terza sezione, dal titolo “Libero arbitrio”, s’impone il confronto tra Erasmo e Lutero – convinto, il primo, che l’uomo possa autodeterminare il proprio agire, sostenitore, il secondo, che la volontà umana sia asservita, come una bestia da soma, ora a Dio ora al diavolo. Nella quarta sezione “Filantropia e salvezza universale”, Ciliberto rende conto della tendenza ereticale, ispirata all’insegnamento di Origene e condivisa da Francesco Pucci e Giordano Bruno, secondo cui il «beneficio di Cristo» debba estendersi anche ai demoni e persino a Lucifero. Sull’infinita misericordia di Dio si esprime – in termini questa volta teologicamente irreprensibili – anche Erasmo, in polemica con l’antropologia pessimistica di Lutero. La quinta sezione, intitolata “Amore e sapienza”, ospita il tema di «ascendenza platonica, dell’eros come forza mediatrice tra i differenti piani del reale» (p. 127). Dal fortunatissimo commento al Simposio di Marsilio Ficino, dove il furor amoris, «disincarnato e distaccato dalla corporeità», conduce l’uomo ad essere un quasi deus, agli Eroici Furori di Giordano Bruno, in cui il furore eroico culmina nel “disquarto” del corpo di Atteone, al quale è dato solo per un attimo di intravedere il «primo vero» nell’ombra della natura, che è per il Nolano imago dei. La gnoseologia rinascimentale attribuisce infatti un ruolo determinante alle imagines. Nella sesta sezione antologica compaiono pagine del De vita (1489) di Ficino, per il quale le figure hanno il compito di «generare delle successioni di somiglianze formali tra oggetti terreni e loro modelli ultraterreni» (p. 139), e brani rappresentativi della teoria bruniana della conoscenza, dai quali traspare che l’uomo resta pur sempre confinato nella propria “umbratilità”, in quanto tra le immagini e il Modello esiste uno scarto incolmabile. Alla tensione utopica che anima la letteratura rinascimentale, dal Filarete a Campanella, è dedicata la settima sezione che porta il titolo “Città”, mentre l’«antropologia tirannica» di Girolamo Savonarola, destinata a influenzare tanto Guicciardini quanto il Machiavelli dei Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio (1531), trova spazio nell’ottava sezione antologica: “Tirannide e conflitto”. L’ultimo capitolo, “Nuovo mondo”, è infine dedicato alle riflessioni maturate in seguito all’incontro con le popolazioni indigene nell’America centro-meridionale e alla crisi della monogenesi e della cronologia biblica che esso ha comportato. Se da una parte Campanella cerca di armonizzare il dettato delle Sacre Scritture con le recenti scoperte geografiche, e dall’altra Bruno considera gli Indios «la prova dell’impossibilità dell’origine di tutte le stirpi da un unico progenitore», l’etnocentrismo degli europei presta ormai il fianco al relativismo culturale di Montaigne.
«Crisi e renovatio, si è detto, e conviene ribadire: l’originalità, la forza ed anche l’attualità dei più grandi pensatori del Rinascimento sta nell’intrecciare questi due momenti: una considerazione della realtà per quello che essa è, con uno sguardo freddo, addirittura sarcastico; la capacità di non cedere all’esistente, proponendo sempre nuove prospettive politiche, religiose, artistiche, salendo senza timore anche nella dimensione dell’utopia, del mito, perfino del sogno» (p. 59). Questo l’insegnamento che l’Umanesimo custodisce e su cui l’uomo di oggi è invitato a meditare.

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