venerdì , 18 agosto 2017
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26. Recensione a: Chiara Russo Krauss, Il sistema dell’esperienza pura. Struttura e genesi dell’empiriocriticismo di Richard Avenarius. Prefazione di Edoardo Massimilla. Le Cáriti Editore, Firenze, 2013, pp. 391. (Marco Cavallaro)

CL’immagine Richard Avenarius, filosofo svizzero vissuto nella seconda metà dell’Ottocento, è tradizionalmente associata alla figura del ben più noto scienziato e filosofo austriaco Ernst Mach. Entrambi i pensatori infatti sono ritenuti appartenere a una corrente filosofica per lo più unitaria, definita da alcuni “primo positivismo” in opposizione alla filosofia neopositivistica della scuola di Vienna, che ne eredita lo stile filosofico e l’interessamento nei confronti dei problemi epistemologici. La filiazione storica di tale scuola è stata oggetto di numerosi studi a carattere storico-filosofico. Il motivo di fondo che ha accompagnato tali ricerche è stato però il riconoscimento della sostanziale “unitarietà” delle due principali incarnazioni della filosofia positivistica di fine Ottocento. Una tale lettura ha cioè creduto di vedere nelle opere di Avenarius e Mach l’articolazione di un sistema pressoché unitario, che ha portato a tralasciare o a porre in un secondo piano le differenze relative alla terminologia e all’apparato concettuale propri dei due autori. Il pregevolissimo volume di Chiara Russo Krauss, Il sistema dell’esperienza pura. Struttura e genesi dell’empiriocriticismo di Richard Avenarius, intende, sia pur indirettamente, sollevare un interrogativo rispetto a questa consueta chiave interpretativa. La filosofia e il pensiero di Richard Avenarius vengono qui analizzati per la prima volta in modo organico e autonomo, facendo astrazione dal rapporto con Ernst Mach, a cui l’etichetta di empiriocriticismo o “primo positivismo” rimane nondimeno legata. È la legittimità stessa dell’uso di una tale etichetta comune ad essere messa in questione dall’autrice nell’introduzione al volume. Se un tale utilizzo debba essere ritenuto valido o meno, ciò dipende in primo luogo da una corretta interpretazione delle filosofie sia di Mach sia di Avenarius. Data però la pressoché totale mancanza fino ad oggi di uno studio di ampio respiro su quest’ultimo (la letteratura secondaria risale infatti ai primi decenni del Novecento e proviene dai seguaci dello stesso Avenarius), si giustifica quindi la necessità di rivolgersi direttamente e senza pregiudizi al suo pensiero. Un tale compito viene egregiamente svolto da Russo Krauss in questa che costituisce la sua prima monografia pubblicata in Italia.
Il libro è suddiviso in cinque parti. Nelle prime quattro vengono affrontati in modo sistematico i principali temi e problemi del pensiero empiriocritico. La quinta parte è invece dedicata allo sviluppo del pensiero di Avenarius, in cui l’autrice intende mostrare la sostanziale continuità tra i primi scritti, redatti nel quadriennio 1876-1879, e le opere della maturità, fra cui spiccano la Kritik der reinen Erfahrung (1888-1890), il Menschlicher Weltbegriff (1891) e le Bemerkungen zum Begriff des Gegenstandes der Psychologie (1894). Chi dovesse prediligere un’analisi cronologica rispetto a quella segnatamente teorica delle opere di Avenarius può perciò anteporre la lettura della parte finale al resto del libro di Russo Krauss.
Nei primi quindici capitoli, l’autrice compie una significativa “decostruzione-ricostruzione” dei singoli tasselli del complesso mosaico rappresentato dal sistema empiriocritico così come esso appare in particolare nei già menzionati scritti di Avenarius. La prima parte del libro è dedicata all’analisi della “struttura dell’esperienza” dal punto di vista empiriocritico, che costituisce insieme l’inizio e l’approdo dell’intera filosofia del pensatore di Zurigo. Nell’ottica di Avenarius il filosofo ha il compito di descrivere l’esperienza e i contenuti dell’esperienza così com’essi si danno indipendentemente da ogni pregiudizio o interpretazione che, immancabilmente, introducono nella sua descrizione della realtà elementi non empirici. Tale compito esige l’assunzione di un particolare “punto di vista” (Standpunkt) che dev’essere inteso – afferma Avenarius – “in maniera del tutto letterale”. Assumere un certo punto di vista, qualunque esso sia, significa di fatto assumere una certa prospettiva sulle cose e sul loro essere in virtù della quale ogni singolo oggetto così come il mondo nella sua totalità sono vissuti come correlati della mia esperienza. Il resoconto di ciò che l’esperienza contiene una volta fatta astrazione da tutto ciò che più o meno surrettiziamente è stato aggiunto ad essa, è ciò che Avenarius definisce come “concetto naturale di mondo” (natürlicher Weltbegriff). Il primo passo della filosofia empiriocritica consiste dunque nella descrizione dei momenti costitutivi di questo “concetto” fondamentale: ovvero l’io, l’“ambiente” (Umgebung) e gli altri uomini. Fondamentale è l’assunto per cui tra i diversi componenti del concetto naturale di mondo vige una sostanziale omogeneità, nel senso che io, ambiente e altri uomini appartengono tutti allo stesso piano di esperienza in quanto “trovati” (Vorgefundenen) del punto di vista empiriocritico. Avenarius mantiene quindi una posizione monistica che lo accomuna a quell’altra forma di monismo delle sensazioni riscontrabile nel pensiero di Mach. La “critica” rivolta da Avenarius ad ogni concezione pluralistica dell’essere non consiste nella semplice confutazione logica delle posizioni dei suoi avversari (primo fra tutti il dualismo di matrice cartesiana), ma nella riconduzione della loro origine al “peccato originale” della falsificazione del punto di vista empiriocritico per opera della cosiddetta “introiezione”. Essa consiste nell’introiettare dei vissuti psichici e dunque un’esperienza ed un “punto di vista” nelle componenti dell’ambiente circostante che si presentano come altri uomini. Un tale processo introduce un’“ipotesi” (Annahme) all’interno del concetto naturale di mondo, certo in parte giustificata dall’esperienza stessa in quanto gli altri si danno per Avenarius innanzitutto e perlopiù come esseri comunicativi, ovvero mediante le loro “espressioni” (Ausdrücke); ma è evidente che una tale introduzione è destinata a “corrompere” la “purezza” del concetto originale di mondo dal momento che immette un elemento non-esperienziale (ovvero la psiche altrui che per me rimane necessariamente inesperibile in maniera diretta) all’interno della descrizione dell’esperienza. Da ciò risulta, come fa correttamente notare Russo Krauss, uno sdoppiamento del piano dell’esperienza e la perdita della situazione originaria in cui il filosofo si trovava assolutamente libero da pregiudizi di fronte alla realtà. L’introiezione si trova dunque all’origine di tutte quelle posizioni filosofiche che presuppongono di una divisione interna al reale, prime fra tutte quelle che Avenarius stesso etichetta come la Scilla dell’idealismo e la Cariddi del realismo. La storia della filosofia non è altro che l’avvicendarsi di questi due sistemi di pensiero che hanno cercato di far valere la propria visione del mondo condannando così all’oblio l’originale concetto naturale di mondo. Solamente il punto di vista empiriocritico costituisce per Avenarius l’antidoto ai danni provocati dall’introiezione e l’unica via percorribile verso un ritorno all’esperienza “pura”.
Ma in cosa consiste più precisamente la “purezza” dell’esperienza? Per Avenarius non si tratta, in questo processo di “purificazione” che coincide con l’assunzione del punto di vista empiriocritico, di separare la res cogitans dalla res extensa e di proclamare il primato dell’una o dell’altra. Al contrario, il monismo empiriocritico si traduce nella formulazione di un tipo di “parallelismo psicofisico” di matrice spinoziana. Russo Krauss evidenzia la duplicità del parallelismo avenariusiano che implica sia un collegamento tra asserzioni e contenuti psichici dell’altro uomo, sia una relazione tra contenuti psichici e ciò che Avenarius chiama “sistema C” o cervello. È evidente che il monismo empiriocritico non ha nulla a che fare con il tipo di monismo metafisico che, secondo Avenarius, risulterebbe dal tentativo di porre riparo al dualismo introdotto nel concetto naturale di mondo dall’introiezione. Se così fosse, non si vedrebbe infatti come l’empiriocriticismo potrebbe uscire dall’impasse di dover tenere uniti un monismo di stampo metafisico e un parallelismo psicofisico intrinsecamente dualistico. L’uscita da questa difficoltà è suggerita dal fatto che per Avenarius il sistema C così come i contenuti psichici non appartengono a piani distinti della realtà, ma costituiscono entrambi e col medesimo diritto “esperienze” del punto di vista empiriocritico. È solo a causa dell’introiezione che questi “dati esperienziali” subiscono un’interpretazione tale da portare allo sdoppiamento del piano del reale e alla nascita di ogni tipo di dualismo, di cui il tradizionale monismo metafisico rappresenta la diretta conseguenza.
Non deve quindi stupire se la parte seconda del libro di Russo Krauss si addentra in una dettagliata “analisi psicofisiologica” in cui vengono messe in luce le strutture essenziali dell’attività cerebrale e dell’attività psichica, nonché la dipendenza dell’attività psichica dall’attività cerebrale. La teoria psicofisiologica avenariusiana si distingue per l’introduzione del modello sistemico nella spiegazione dei processi biologici dell’organismo. Il cervello costituisce in tale ottica un sistema che lotta per l’autoconservazione cercando di alleviare il rapporto disarmonico tra interno ed esterno, vale a dire tra organismo e ambiente. Ciò significa la riduzione dell’intensità degli stimoli non solo esterni (“lavoro”), ma anche interni (“metabolismo”) ovvero provenienti dalle componenti variabili del sistema C. La conservazione dell’organismo è resa dunque possibile non dalla completa eliminazione degli stimoli, quanto piuttosto dal raggiungimento di uno stato di equilibrio tra molteplici istanze che minacciano la sopravvivenza del sistema stesso dall’esterno così come dall’interno.
L’analisi psicofisiologica contenuta negli scritti di Avenarius si riflette quindi nella teoria della conoscenza che egli porta avanti a partire dalla pubblicazione dello scritto Philosophie als Denken der Welt gemäss dem Princip des kleinsten Kraftmasses (1876) e che lo avvicinerà involontariamente alle idee sostenute nello stesso periodo da Ernst Mach (pp. 171 sgg.). La conoscenza è concepita da Avenarius alla stregua delle serie vitali che interessano l’organismo nel processo di autoconservazione reso possibile solo grazie a un rapporto armonico ed equilibrato col proprio ambiente interno ed esterno. Ogni tipo di serie vitale mostra una struttura quadripartita: (1) lo stato iniziale è caratterizzato dall’assenza di variazione e dal più completo equilibrio tra organismo ed ambiente; (2) successivamente subentra una variazione che mette in crisi l’equilibrio; (3) l’organismo produce quindi lavoro volto al ripristino della situazione originale; (4) l’equilibrio viene finalmente raggiunto e il sistema ritorna per così dire allo stato iniziale. Tuttavia, un ritorno completo allo stato iniziale, anteriore ad ogni variazione, non è empiricamente possibile dato che ciò significherebbe ignorare proprio quel processo che ha consentito di superare la situazione di crisi introdotta dalla variazione iniziale. Infatti secondo Avenarius l’organismo conserva in un certo senso “memoria” delle proprie serie vitali passate in quanto ciascuna di esse forma uno specifico schema di comportamento, una pratica (chiamata nel gergo tecnico avenariusiano “multiponibile”) che “informa” il sistema su come trattare determinati stimoli e ridurre così il disequilibrio tra organismo e ambiente. La teoria gnoseologica avenariusiana è dunque fortemente influenzata dalla dottrina herbartiana dell’appercezione che Avenarius recepisce attraverso l’opera di Heymann Steinthal, uno dei più significativi allievi di Herbart. I multiponibili svolgono la stessa funzione che è chiamata a svolgere l’appercezione: ossia ricondurre il nuovo al vecchio, l’ignoto al noto. È solo in questo modo che Avenarius vede la possibilità di un “progresso” (Fortschritt) conoscitivo retto dall’assunto dell’economicità del pensiero. Il principio del minimo sforzo o minima quantità di energia, la cui paternità viene ricondotta dall’autrice allo stesso Steinthal (pp. 337 sgg.), incarna dunque la legge fondamentale alla base della concezione gnoseologica di Avenarius.
Una volta scoperta la legge che guida lo sviluppo conoscitivo dell’esperienza, resta ancora da prendere in esame la “storia evolutiva del concetto di mondo” a cui è dedicata la parte quarta del libro (pp. 247 sgg.). Si tratta qui di illustrare il processo che dall’iniziale concetto naturale di mondo ha portato progressivamente alla sua “variazione”. La filosofia della storia di Avenarius, in questo profondamente influenzata dalle ricerche antropologiche di Edward Tylor, prevede l’avvicendarsi di epoche in cui il mondo viene interpretato e vissuto in maniera differente e che sfociano immancabilmente nel concetto empiriocritico di mondo. La variazione principale del concetto originario e ingenuo di mondo consiste nell’animismo, ossia nella la credenza dell’esistenza di un’anima o psiche per ogni essere del mondo. L’uomo primitivo, osserva Avenarius seguendo Tylor, “introietta” in ogni essere una psiche, un piano d’esperienza autonomo e indipendentemente da quell’unico piano d’esperienza che si articola originariamente nel concetto naturale di mondo. Il “male” indotto nel mondo dall’introiezione può però trovare un antidoto nella filosofia empiriocritica che, in quanto tale, tende a una restituzione del concetto originario di mondo.
Nel sistema di pensiero avenariusiano vengono dunque a coincidere inizio e fine, scopo e metodo. Il punto di vista empiriocritico è insieme il punto di partenza e il punto di arrivo dell’intero sistema, così come dell’evoluzione storica dell’umanità nella ricostruzione che ne dà Avenarius. Il libro di Russo Krauss affronta adeguatamente questa difficoltà intrinseca al pensiero avenariusiano, offrendo al lettore la possibilità di seguire nelle sue pieghe più profonde l’articolarsi del complesso sistema di pensiero empiriocritico nonché l’opportunità di godere di una piacevolissima lettura resa agevole dallo stile chiaro e logicamente stringente dell’autrice. In sintesi, Il sistema dell’esperienza pura è un contributo che risponde alla necessità di avviare in Italia il dibattito intorno a Richard Avenarius e a una posizione speculativa tanto importante quanto poco conosciuta nell’ambito della filosofia tedesca della seconda metà dell’Ottocento.

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