sabato , 21 maggio 2022
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Discipline Filosofiche, XXXII, 2, 2022: Le forme dello pseudos, a cura di Venanzio Raspa

In Verità e politica Hannah Arendt osserva che pseudos significa, secondo il contesto, “finzione”, “errore” o “menzogna”. Questi tre termini non sono sinonimi – dare una risposta errata in sede di esame non significa mentire, così come non mente chi racconta una barzelletta –, eppure presentano delle affinità. Sono forme dello pseudos. E forme dello pseudos sono, insieme alla falsità, alla finzione e alla menzogna, anche l’illusione, l’allucinazione, la parvenza, il sogno. Di recente si è parlato molto di post-truth e fake news, due concetti che sembrano arricchire la casistica dei modi in cui declinare analiticamente pseudos.
Perché prendere in esame le forme dello pseudos? Non soltanto perché fanno parte del nostro mondo, ma perché, nel momento in cui le esaminiamo, siamo costretti a rivedere o a raffinare le nostre concezioni sul mondo. Già lo stesso termine “falso” non ha un significato univoco. Un falso amico è differentemente falso da un falso Modigliani o da un falso diamante, e ancora di più lo è da una proposizione falsa, che continua a essere una proposizione, a differenza del falso diamante, che non è un diamante. Lo stesso dicasi per “finzionale”. Sono tutte le finzioni mera parvenza? Anche la parvenza è qualcosa, ma sono tutte le finzioni ontologicamente uguali? Zeno Cosini è un uomo, oppure finge di esserlo? L’Afghanistan descritto nel Cacciatore di aquiloni è l’Afghanistan reale oppure solo una sua parvenza? Se di Zeno Cosini si può dire che non è un uomo reale, la stessa cosa non si può dire dell’Afghanistan raccontato da Khaled Hosseini, perché il lettore occidentale del Cacciatore di aquiloni apprende molte cose sull’Afghanistan, e le apprende attraverso un racconto di finzione. E un tradimento – ci hanno insegnato Arthur Schnitzler e Stanley Kubrik – può essere commesso anche in sogno.
Inoltre, un falso amico si comporta come se fosse un vero amico, un diamante falso viene venduto come se fosse autentico, una banconota falsa usata come se fosse autentica. Nel commercio umano, nella prassi quotidiana, gli oggetti “falsi” possono essere usati dai soggetti come se fossero autentici, ma, da un punto di vista ontologico, sono qualcos’altro: il falso Modigliani non è stato dipinto da Modigliani, la banconota falsa non è stata stampata dalla zecca di stato, il diamante falso non è stato estratto da nessuna miniera di diamanti. Gli oggetti falsi sono qualcosa, fanno parte del nostro mondo, ma non sono quel che sembrano essere.
Che noi oggi siamo circondati da produzioni mediatiche, cinematografiche, televisive, è sotto gli occhi di tutti. Intere legioni di esperti lavorano alla fabbricazione di finzioni. Esercitare il potere esige di esercitare il controllo sull’immaginario collettivo mediante finzioni. Tuttavia, uno sguardo alla storia ci porta a riconoscere che la produzione di falsi non è un tratto caratteristico del nostro tempo; ogni epoca ne ha prodotti e ha elaborato riflessioni al riguardo. Nella tradizione filosofica, dai Greci in poi, la riflessione sullo pseudos si è sviluppata parallelamente a quella sulla verità e sul dire il vero.
Il presente volume di «Discipline filosofiche» si propone di fare una topica delle forme dello pseudos, al fine di far emergere, attraverso contributi di carattere sia storico che sistematico, connessioni fra elementi logico-semantici, ontologici, estetici, etici, politici, ma anche letterari, psicologici e pedagogici.

Le aree tematiche suggerite, ma non esclusive, sono le seguenti:
1) l’arte come finzione e inganno, come produttrice di parvenze;
2) l’autoinganno;
3) il ruolo delle storie nell’educazione;
4) l’uso della menzogna in politica;
5) il discorso falso;
6) millanteria, dissimulazione e impostura;
7) gli oggetti “falsi”;
8) finzioni e mass-media.

Istruzioni per gli autori: I manoscritti non devono superare le 9.000 parole, inclusi l’abstract, la bibliografia e le note. Sono ammessi testi in lingua italiana, inglese, francese, tedesca e spagnola. I manoscritti devono essere inviati in formato doc o docx insieme a una versione in pdf come allegato di posta elettronica a Venanzio Raspa (venanzio.raspa@uniurb.it). I contributi verranno inviati a due revisori indipendenti secondo la procedura del referaggio doppiamente cieco. I revisori possono richiedere all’Autore di modificare o migliorare i loro contributi per la pubblicazione. Si prega quindi di allegare sia una versione del contributo anonima intitolata “Manoscritto” sia una “Pagina Copertina” separata in cui siano indicati il nome completo degli Autori, il titolo accademico, l’Università (o l’Istituto) di appartenenza e i recapiti. Il Manoscritto deve contenere un abstract in inglese che non superi le 150 parole e 5 parole-chiave (keywords). Ogni proprietà del file che potrebbe identificare l’Autore deve essere rimossa per assicurare l’anonimato durante la procedura di referaggio. Di ogni testo verrà accusata ricevuta. Nella preparazione potrà essere adottato qualunque stile chiaro e coerente, ma in caso di pubblicazione l’autore dovrà inviare una versione finale che rispetti le norme redazionali della rivista (si vedano le norme redazionali alla pagina http://www.disciplinefilosofiche.it/norme-redazionali/). Inviando un manoscritto, l’autore sottintende che il testo non è stato pubblicato in precedenza in nessun’altra sede e che non è oggetto di considerazione da parte di alcun’altra rivista. In caso di pubblicazione, l’autore è tenuto a rinunciare ai diritti a favore dell’Università degli Studi di Bologna. Potrà richiedere alla Direzione della Rivista il diritto di ripubblicare l’articolo.

Scadenza per l’invio del manoscritto: 30 giugno 2022
Notifica della decisione: 31 agosto 2022
Scadenza per l’invio della versione finale: 15 ottobre 2022