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Discipline Filosofiche XXVI, 2, 2016:
Theodor W. Adorno: Truth and Dialectical Experience / Verità ed esperienza dialetticaa cura di Giovanni Matteucci e Stefano Marino

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A partire dagli anni Ottanta del secolo scorso, nel pieno della estenuante diatriba tra analitici e continentali, il pensiero dialettico sembrava per lo più incamminato verso l’oblio o, nel migliore dei casi, destinato a diventare oggetto di studi filologici. Non molto tempo dopo, però, esso è stato oggetto di una ripresa di interesse che è via via cresciuta. Un contributo forse inatteso a questa rinnovata considerazione è venuto dalla cultura anglo-americana, grazie agli studi di filosofi contemporanei di grande importanza quali John McDowell e Robert Brandom. Inoltre, la dialettica sembra godere attualmente di una certa fortuna anche in ambiti particolari delle scienze socio-umanistiche come, ad esempio, in quello psicoterapeutico con il modello di “trattamento dialettico-comportamentale” (DBT) messo a punto da Marsha M. Linehan. Probabilmente sulla scia di questi ritorni di interesse in luoghi forse insoliti per tale matrice speculativa, nel dibattito filosofico in generale si assiste oggi a una riconsiderazione complessiva di alcuni classici del pensiero dialettico.
Ciò riguarda anche uno dei protagonisti della filosofia novecentesca che hanno affrontato con maggiore profondità il tema della dialettica, ossia Theodor W. Adorno. Si potrebbe anzi dire che da almeno una decina d’anni, nella comunità filosofica sia italiana sia internazionale, sembra essersi ridestata la coscienza dell’im­prescindibilità del suo contributo teorico. A ciò ha concorso la pubblicazione, a cura del Theodor W. Adorno Archiv, di materiali inediti, tra i quali si segnalano i testi di alcuni corsi universitari particolarmente rilevanti, come quelli sull’Estetica del 1958-59, sulla Critica della ragion pura di Kant del 1959, sui Problemi di filosofia morale del 1963 e sulla Metafisica del 1965. Scopo del presente fascicolo di “Discipline filosofiche” è per l’appunto approfondire l’originale contributo adorniano allo sviluppo del pensiero dialettico mediante la sua proposta di una dialettica negativa, indagando in particolare il ruolo svolto al suo interno dal problema della verità. Un problema, quest’ultimo, analizzato da Adorno soprattutto – seppur non esclusivamente – in riferimento alla questione del contenuto di verità dell’arte (colto nella sua ineliminabile “enigmaticità”, come si legge in vari passaggi fondamentali di Teoria estetica), nonché in riferimento all’ineliminabile componente retorico-linguistica del pensiero filosofico e, dunque, al rapporto tra linguaggio, pensiero e realtà.
Questi aspetti vengono affrontati in vari modi, cioè muovendo da background differenti e soffermandosi su aspetti diversi, dagli autori che partecipano al presente numero di “Discipline filosofiche”. Nell’ordinare i saggi in base alle loro affinità tematiche, si è comunque tentato di far emergere un possibile percorso di lettura che, muovendo da un problema generale e di fondamentale importanza come quello della natura, affrontasse quindi in vario modo il rapporto tra arte e verità, si spostasse da qui (in un modo graduale e continuo, vista l’affinità tra tali argomenti spesso riscontrabile in Adorno) sul tema del linguaggio e, quindi, della natura del pensare dialettico in quanto tale, sfociando infine in tentativi di interpretazione comparata della filosofia di Adorno, attraverso il confronto con alcuni altri modelli di pensiero contemporaneo (fenomenologia, decostruzione). Pertanto, nel primo saggio (The Dark Side of the Truth. Nature and Natural Beauty in Adorno) il concetto adorniano di natura viene preso in esame cercando di mostrare come la sua comprensione rivesta una funzione decisiva ai fini della comprensione, più in generale, dell’itinerario di pensiero del filosofo di Francoforte. Partendo da alcuni scritti dei primi anni Trenta e arrivando quindi a Dialettica dell’illuminismo della metà degli anni Quaranta e a Dialettica negativa del 1966, nella prima parte del saggio (firmata da Stefano Marino) si evidenzia come il ripensamento adorniano di nozioni come quelle di ragione, storia, dominio, illuminismo e, per l’appunto, dialettica passi attraverso una serratissima critica al modo in cui l’umanità occidentale avrebbe impostato il proprio rapporto con la natura. Di qui, nella seconda parte del saggio (firmata da Giovanni Matteucci) si analizza il modo in cui Adorno, nella sua inconclusa e postuma Teoria estetica, trasferisce il tema del rapporto uomo/natura su terreno specificamente estetico (non disgiungibile, comunque, da quello della sua concezione della dialettica, dunque non interpretabile come una mera applicazione particolare di un pensiero generale sviluppato altrove), proponendo una stimolante e, per certi aspetti, provocatoria riabilitazione del tema del bello naturale, erroneamente eclissato in modo unilaterale da quello del bello artistico nell’estetica post-hegeliana.
A questo primo saggio, focalizzato su un tema generale come quello della natura (secondo certi interpreti, addirittura il tema della filosofia di Adorno e Horkheimer dagli anni Quaranta in poi) e basato su un impianto sistematico, seguono i contributi di Josef Früchtl (Tell Me Lies, and Show Me Invisible Images! Adorno’s Criticism on Film – Revisited), di Tom Huhn (The Enigma of Experience; Art and Truth Content) e di Giuseppe Di Giacomo (Form, Appearance, Testimony: Reflections On Adorno’s Aesthetics). Tutti contributi, questi ultimi, vertenti su interpretazioni della filosofia dell’arte di Adorno, sebbene ovviamente a partire da punti di vista differenti. In estrema sintesi, se Früchtl prende in esame il tema dell’industria culturale e di una forma d’arte come il cinema, generalmente ritenuta “non vera” da Adorno, mostrando però al contempo come le posizioni adorniane siano spesso più ricche e sfumate di quanto si pensi solitamente al riguardo, il contributo di Huhn insiste invece sul rapporto tra esperienza, verità ed enigma sulla base del confronto con le dinamiche dell’arte moderna; il saggio di Di Giacomo, poi, si sofferma su un aspetto cruciale come il rapporto Adorno/Benjamin, enfatizzando la perdurante attualità dei loro apporti teorici ai fini di una comprensione delle logiche dell’arte contemporanea, in particolare grazie alla delicata nozione di aura.
Il saggio di Samir Gandesha (Adorno’s Reading of Endgame: Between Autonomy and Authenticity), vertente sul nesso autonomia e autenticità a partire dal decisivo confronto di Adorno con Beckett, funge in qualche modo da cerniera – o, se si preferisce, da momento di congiunzione e transizione – tra il succitato primo gruppo di saggi e il secondo, comprendente i contributi di Fabrizio Desideri (Ratio, Mimesis, Dialectics: On Some Motifs in Theodor W. Adorno), Giovanni Zanotti (Contingent Antagonism. A Key to Adorno’s Dialectic) e Paolo A. Bolaños (The Promise of the Non-Identical: Adorno’s Revaluation of the Language of Philosophy). A emergere prepotentemente in questo gruppo di saggi, oltre a una rinnovata esigenza di confronto critico con alcuni motivi centrali dell’estetica di Adorno (particolarmente evidente nel testo di Desideri), è il ruolo che il linguaggio svolge per il delinearsi di un pensiero dialettico degno di questo nome dopo il crollo delle ambizioni (confutate dagli sviluppi effettivi della realtà e della storia nel Novecento) sia della dialettica idealistica di Hegel sia della dialettica materialistica di Marx. Un ruolo, quello del linguaggio, che è di primaria importanza in Adorno (come testimoniato già semplicemente da alcuni paragrafi dell’Introduzione alla Dialettica negativa), ma che è stato a lungo sottovalutato dagli interpreti, e che è quindi importante oggi portare alla ribalta per favorire una più approfondita comprensione del pensiero adorniano.
Il percorso tematico così tracciato va a sfociare, con il saggio di Filippo Costantini (Cosa mostra la dialettica? Contraddizione, negazione e non identità in Hegel e Adorno), in un approfondimento della nozione dialettica fondamentale di “negazione” volto a recuperare aspetti essenziali per un pensiero come quello di Adorno che, com’è noto, ruota intorno al concetto-chiave del “non identico”. Elemento, quest’ultimo, che costituisce in qualche modo un epicentro nascosto anche per gli ultimi due testi qui raccolti: Dialettica negativa, metafisica e intersoggettività. Una lettura relazionale del pensiero di Th.W. Adorno, di Giacomo Fronzi, e Critica e decostruzione dell’immediato. Adorno e Derrida di fronte a Husserl, di Pietro Terzi. Essi infatti istituiscono un confronto tra la prospettiva dialettica di Adorno e quelle fenomenologiche e decostruzioniste, non per assecondare un semplice gusto per la comparazione (che, in definitiva, può anche suscitare curiosità e interesse, ma difficilmente dischiude nuovi spazi di pensiero), bensì per sondare il pensiero di Adorno nelle sue possibilità e, se si vuole, nei suoi limiti, e, di qui, spingerlo oltre i suoi stessi confini. Questo, per l’appunto, nella convinzione – che ci sembra di poter definire profondamente adorniana – che il vero spazio del filosofare sia “il pensare aperto” e che l’essenza del filosofare, come si legge in Teoria estetica, non consista in altro se non nel “pensiero che non si lascia frenare [der Gedanke, der sich nicht abbremsen läßt]”.

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